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Gli aguzzini si incontrano sui confini. La barriera costruita nel 2015 sul confine tra l'Ungheria, la Croazia e la Serbia, di cui si vanta oggi il presidente ungherese Viktor Orban. Il sindaco di estrema destra Laszlo Toroczkai si era visto inizialmente rifiutare la richiesta di costruire un muro sullo stile di quello USA-Mexico, ma con l'avvicinarsi delle elezioni ungheresi il presidente nazionalista ordinò infine la costruzione della recinzione. (i.b.)

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mercoledì 19 ottobre 2016

Il Jobs Act funziona: in otto mesi sono aumentati i licenziati

«Dati Inps, i risultati della cancellazione dell’articolo 18 da gennaio ad agosto 2016: +28 % licenziamenti "disciplinari" (per giusta causa e giustificato motivo). Prosegue il calo assunzioni stabili: -33 %. Boom dei voucher: +36%». Il manifesto, 19 ottobre 2016 (p.d.)


Il Jobs Act è scoppiato come una bolla di sapone. Secondo i dati di agosto pubblicati ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, la bandiera che il governo Renzi sventola nei consessi internazionali per dimostrare che le riforme in Italia sono «impressionanti» (il copyright è della cancelliera Merkel che lo disse già a Monti) serve in realtà a coprire questa situazione: il mercato del lavoro è stagnante, anzi le attivazioni e le cessazioni dei contratti diminuiscono; crollano del 33% i rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il contratto «a tutele crescenti», dove l’unica cosa che cresce è la libertà di licenziare i lavoratori.

I licenziamenti sono aumentati tra gennaio e agosto 2016. Quelli sui contratti a tempo indeterminato sono passati da 290.656 del 2015 a 304.437 (+4,7%). Sono cresciuti soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari sui quali è intervenuto il Jobs act eliminando la possibilità di reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato dei nuovi assunti dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore della riforma. In otto mesi i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255 con un aumento del 28%. Nello stesso periodo le dimissioni sui contratti a tempo indeterminato, sono passate da 599.248 a 510.267 con un calo del 14,8%.

Per il presidente dell’Inps Tito Boeri questa crescita dei licenziamenti rispetto al 2015 «è agli stessi livelli del 2014». «Dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti – ha precisato – ma le tutele crescenti c’erano già nel 2015». «Si cominciano a vedere gli effetti concreti dell’aver abolito la tutela nei confronti del licenziamento, con particolare riferimento a quelli individuali o disciplinari – ha detto invece il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – in mancanza di tutele nei confronti dei licenziamenti e in mancanza di ammortizzatori sociali, le nostre preoccupazioni si stanno dimostrando più che fondate». «dovremo gestire questi licenziati in più proprio a causa della riduzione delle tutele generata dal Jobs Act – ha aggiunto Carmelo Barbagallo (Uil). Qual è la soluzione per queste altre persone che, ora, si ritrovano senza occupazione?». Una domanda, al momento, senza risposta.

I numeri dimostrano che il Jobs Act non ha scalfito la struttura del mercato del lavoro fondato sul contratto a breve e brevissimo termine e, oggi, su un’alluvione di voucher. Questo è il risultato dell’ulteriore liberalizzazione dei «buoni lavoro» che si comprano in tabaccheria voluta dal governo Renzi. Ad agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni in più, il 35,9% in più rispetto ai primi otto mesi del 2015. La regione che ha registrato il maggior aumento di ticket-lavoro è la Campania (+55,6%), seguita dalla Sicilia (+50,7%).

Questa ondata di ticket influisce sui dati complessivi dell’occupazione e si riverbera sulla crescita che il governo continua a rivendicare. Questa crescita trainata dagli over 50 obbligati a restare al lavoro dalla legge Fornero. Tra queste persone si registra l’aumento maggiore dell’occupazione dovuta a una quota più alta di trasformazioni dei contratti precari nel nuovo a «tutele crescenti». Ne sono esclusi i giovani e gli under 49.

Il nuovo monitoraggio dell’Inps conferma inoltre il legame tra i fondi pubblici erogati alle imprese per la decontribuzione sui neoassunti con il «contratto a tutele crescenti»: tra i 14 e i 22 miliardi in tre anni e l’aumento relativo dell’occupazione. Erano oltre 8 mila euro nel primo anno del Jobs Act, ora sono a poco più di 3 mila euro, e sono destinati a scomparire, a parte alcuni incentivi mirati per le assunzioni a Sud.

Le statistiche registrano un crollo clamoroso degli assunti con questa formula. L’andamento era già evidente da un anno al punto che lo stesso governo sembra, oggi, avere rinunciato a rifinanziare i costosissimi sgravi. La droga degli incentivi non ha tuttavia risolto uno dei problemi che gli ideatori del Jobs Act speravano di avere risolto: il costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato. Invece di tagliarlo effettivamente, il governo ha abbassato i salari e dato incentivi alle imprese. È difficile tuttavia assumere qualcuno quando non esiste una domanda e non si sa bene cosa produrre. Chi ha concepito questa strategia ha ignorato un problema fondamentale. I fondi generosamente elargiti sarebbe stato più utile investirli in un reddito minimo, ad esempio. Le perdite sono pubbliche. I guadagni sono dei privati.
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