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sabato 29 ottobre 2016

Il governo chiude l’acqua pubblica

«Privatizzazioni. Nel disegno di legge sul servizio idrico, si assiste all’assoluta soppressione del modello dell’azienda speciale, l’unico modello di gestione dei servizi autenticamente pubblico, ancora vigente nel nostro ordinamento». il manifesto, 29 ottobre 2016 (c.m.c.)

La Camera dei deputati nell’aprile del 2016, in prima lettura, ha privatizzato il servizio idrico integrato. Tale voto si pone in assoluto contrasto con la legge di iniziativa popolare che voleva la gestione dell’acqua attraverso enti di diritto pubblico.

Proviamo adesso a fare una simulazione, immaginando già di stare in un modello costituzionale che attribuisce soltanto ad una camera il potere legislativo, con un Senato, composto da 95 personaggi in cerca di autore, impreziositi da 5 legionari del presidente della Repubblica.

Cosa succederebbe in ordine alla gestione dell’acqua? Non ci sarebbe più la possibilità di impedire che il referendum sull’acqua bene comune venga calpestato e con esso la volontà di 27 milioni di cittadini che nel giugno del 2011 votarono contro la svendita dei servizi pubblici essenziali.

Ecco, se malauguratamente dovesse vincere il Sì, quali sarebbero i primi ed immediati effetti nefasti della riforma costituzionale: annullare luoghi di rappresentanza, di discussione, di conflitto. Il bicameralismo perfetto, che in passato, proprio attraverso la tanto deprecata “navetta”, era riuscito a recuperare “sbandate” o “atti di forza” di una delle due camere, non potrà più svolgere quest’azione di ripensamento e di pressione contro indirizzi politici dominanti.

Riavvolgiamo il nastro e vediamo in che contesto si andrebbe ad inserire una non auspicabile riforma costituzionale. Come è noto, sono in corso di approvazione la legge per la gestione del servizio idrico integrato ed il decreto delegato Madia sui servizi pubblici locali di interesse economico generale.

In questo scenario, il 10 agosto u.s. è stato approvato dal Consiglio dei ministri il cd. decreto Madia 1, meglio conosciuto come Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, concepito con l’obiettivo dichiarato di privatizzare le società partecipate, anche quelle che erogano servizi essenziali (il c.d taglia partecipate).
Il fil rouge di tali normative è di calpestare gli esiti del referendum del 2011, di privatizzare e commercializzare i servizi pubblici locali; di sotterrare definitivamente il concetto di impresa pubblica, in evidente contrasto con la parte economica della nostra Costituzione.

Addirittura si indica il ricorso al mercato come criterio di preferenza per l’attribuzione di risorse pubbliche. Ad appena cinque anni dal referendum abrogativo, mentre alcune amministrazioni, quale Napoli, tra mille difficoltà, attuano la volontà referendaria (costituzione di Abc Napoli), Governo e Parlamento stanno costruendo un sistema normativo che ripropone in maniera ancora più virulenta il progetto Berlusconi-Ronchi del 2008.

Il progetto di riforma Madia 2 sui servizi di interesse economico generale esclude che i servizi a rete, quale è l’acqua, possano essere affidati a soggetti di diritto pubblico, come l’azienda speciale.

Siamo in presenza di un progetto normativo che si contrappone anche alla Corte costituzionale che nel 2012, evocando il rispetto della sovranità popolare e degli esiti referendari, aveva enunciato il vincolo referendario, stabilendo che il legislatore dovesse rispettare quanto espresso dai cittadini.

Nel disegno di legge sul servizio idrico, si assiste all’assoluta soppressione del modello dell’azienda speciale, l’unico modello di gestione dei servizi autenticamente pubblico, ancora vigente nel nostro ordinamento. Ovvero, si nega ai comuni, alle autorità d’ambito, anche in contrasto con il diritto europeo, la possibilità di poter scegliere un modello alternativo al mercato.

Il progetto è quello di privatizzare le grandi società pubbliche ex municipalizzate presenti nel nostro Paese (Iren, A2A, Acea, Hera) e porre il territorio italiano sotto il loro dominio e a loro volta della finanza, anche tossica , che le sostiene, da quando si ventilarono i falsi paradisi delle privatizzazioni.

Ma impedire che soggetti di diritto pubblico, quali le aziende speciali, possano gestire servizi pubblici essenziali, è un’operazione non conforme e non compatibile con la Costituzione. Rappresenta un tradimento della volontà popolare e dell’inequivoco risultato politico espresso, che aveva fortemente voluto, tra l’altro, l’abrogazione della clausola della remunerazione del capitale investito, proprio quella che spinge capitali e finanza a gestire l’acqua, a prescindere dalla qualità del servizio, della tutela delle risorse naturali, degli investimenti nelle infrastrutture.

Ma sono violati anche principi di diritto europeo, quali la sussidiarietà verticale e la libertà di definizione, impedendo ai comuni di scegliersi il modello di gestione più adeguato ed opportuno al proprio territorio ed alla propria realtà socio-economica, così come previsto, tra l’altro, dall’art. 106 del Trattato.
Un disegno politico talmente aggressivo da essere incoerente con il principio di neutralità del diritto dell’Unione europea rispetto al regime della proprietà ed ai modelli di gestione, che attribuisce ai comuni il potere fornire ed organizzare i propri servizi d’interesse economico generale e di attivare un “reale” regime pubblicistico in deroga alla regola della concorrenza.

Il ministro Madia ha detto che l’acqua non c’entra con il decreto e comunque il governo non intende privatizzarla. Bene, allora si suggerisce di procedere in tal senso:
1) presenti come emendamento del governo nel dibattito al Senato, relativo al disegno di legge sull’acqua, un emendamento all’art. 7 che preveda espressamente la modalità di gestione del servizio attraverso un ente di diritto pubblico;
2) stralci dallo schema di Decreto Madia 2 la gestione delle risorse idriche, come tra l’altro ha vivamente suggerito di fare la commissione affari costituzionali della Camera in sede consultiva.

Nel caso il quadro normativo rimanesse immutato, i comuni potrebbero scegliere l’acqua pubblica fondando la propria azione amministrativa direttamente sul diritto europeo il che non escluderebbe anche ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale, che potrebbero attivare anche il comitato referendario per l’acqua bene comune del 2011, sollevando conflitto di attribuzioni contro gli atti posti in essere da parlamento e governo.
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