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domenica 30 ottobre 2016

la nuvola


«Ieri un giovane premier in completo Armani sorrideva alle telecamere presentando al Paese questa nuova nuvola, e il suo architetto che ha dichiarato di votare Sì al plebiscito. Aby Warburg diceva che ogni epoca ha la rinascita dell’antico che si merita: evidentemente questo è vero anche per il barocco. Nuvole incluse». La Repubblica, ed. Roma, 30 ottobre 2016
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Massimiliano Fuksas non avrebbe voluto che ciò che per lui era The Floating Space fosse chiamato la Nuvola. Ha le sue ragioni, perché in effetti la nuvola vera e propria appare chiusa ermeticamente dentro una sorta di grande acquario: e così la sensazione di libertà, movimento, leggerezza comunicate dal nome rischia di mutarsi presto in delusione di fronte all’opera, più raggelante che dinamica.

In queste ore qualcuno ha evocato la prodigiosa teoria di nuvole di stucco che ha cambiato per sempre il volto della Roma secentesca: un paragone istruttivo. Prendiamo la più spettacolare apparizione di nuvole del secolo barocco: la Cattedra di San Pietro, di Gian Lorenzo Bernini. Di essa Giuliano Briganti ha potuto scrivere: «è il cielo, il cielo dei drammatici tramonti romani, col fastoso corteggio delle nuvole trafitte dai raggi di un sole trionfante che offre le più suggestive e dirette ispirazioni agli artisti barocchi. La Cattedra di San Pietro non è concepita forse come un paesaggio di nuvole contro il sole?». Se, dunque, in Fuksas la nuvola è prigioniera, tarpata, inscatolata in Bernini, al contrario, essa esplode, mangia l’architettura michelangiolesca, invadendo lo spazio artificiale e riconducendolo ad una stupefacente libertà di natura.

Ovviamente le differenze tra l’opera di Fuksas e quella di Bernini sono infinite, né potrebbe essere altrimenti. Ma ce n’è una in particolare che merita di essere ricordata. Le imprese architettoniche del Seicento romano maturo non nascono mai come capolavori isolati di archistar (eppure il divisimo non difettava a Bernini e ai suoi grandi colleghi), ma come episodi strettamente correlati di un altissimo progetto unitario, che mirava a cambiare il volto della città: la scala in cui pensavano papi come Alessandro VII Chigi era quella urbanistica, non quella architettonica. Piazza del Popolo, il Corso, Sant’Andrea della Valle, Ponte Sant’Angelo, Piazza San Pietro, il Baldacchino e la Cattedra sono altrettante tappe di un unico percorso trionfale fatto di vuoti e di pieni, di facciate e di interni. C’era un progetto: esattamente quello che manca alla Roma di oggi.

Il fatto che per finanziare la Nuvola lo Stato abbia dovuto cedere all’Inail – in una partita di giro che lascia esterrefatti sul piano della razionalità del bilancio pubblico – un patrimonio architettonico pregiatissimo a forte vocazione culturale è il segno più madornale di questa improvvisazione: dove, invece di incastrarsi l’una nell’altra, le tessere del puzzle si mangiano a vicenda, senza mai riuscire a costruire una immagine più grande e armoniosa. Questa contraddizione appare ancor più sconcertante quando si rammenti che la Nuvola è un Centro Congressi destinato a grandi eventi privati: si prevede che i cittadini possano entrarci, ma solo acquistando un biglietto. Un dettaglio che mette in dubbio nel modo più radicale la stessa appartenenza alla città di questa nuova architettura: uno spazio, di fatto, privato finanziato con denaro pubblico. Tutto il contrario delle piazze o delle chiese dove stendono la loro ombra densa le nuvole barocche.

La sera del 17 gennaio 1666 il tuono delle artiglierie di Castel Sant’Angelo e i fuochi d’artificio salutarono l’ingresso in Basilica del corteo papale. Lì Bernini dette ordine ai marinai della flotta pontificia di far calare il grande tendone cucito con 312 pezzi di taffetà giallo e rosso che copriva la Cattedra, e mentre Alessandro VII pregava genuflesso e i musici intonarono il mottetto Tu es Petrus l’incenso saliva verso le nuvole. Ieri un giovane premier in completo Armani sorrideva alle telecamere presentando al Paese questa nuova nuvola, e il suo architetto che ha dichiarato di votare Sì al plebiscito.


Aby Warburg diceva che ogni epoca ha la rinascita dell’antico che si merita: evidentemente questo è vero anche per il barocco. Nuvole incluse.
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