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mercoledì 26 ottobre 2016

Goro, Italia. La storia e un commento


Articoli di Rosario Di Raimondo, Caterina Giusberti, Lorraine Kihl sui fatti e le persone. E in fondo un interessante commento di Ezio Mauro, La Repubblica, 26 ottobre 2016, con postilla

TRA I PESCATORI DI GORO
SCHIERATI SULLE BARRICATE
“VIA DI QUI I MIGRANTI
ANCHE SE SONO DONNE”
di Rosario Di Raimondo


«Applausi e grigliate quando i profughi vengono respinti Diversi bambini in prima linea. “Ma non siamo razzisti”»

Poco dopo mezzogiorno il capo della rivolta alza le braccia verso la folla: «Abbiamo vinto, nessun profugo arriverà qui». I manifestanti che dalla notte bloccano la strada con barricate improvvisate urlano e fischiano, i più giovani accendono un fuoco per cuocere la carne e scaldarsi, c’è chi stappa un’altra bottiglia di rosso e chi taglia una fetta di salame.

Potrebbe sembrare una festa, se non fosse che Gorino è diventato il paese che ha fermato dodici donne in fuga dalla fame e dalla miseria, di cui una all’ottavo mese di gravidanza. Lunedì sera le 12 migranti, insieme a otto bambini, sarebbero dovute arrivare in autobus in questa striscia d’asfalto tra il Po e l’Adriatico in provincia di Ferrara, ma una catena umana ha chiuso l’unica strada che porta alla frazione, impedendo l’arrivo nell’ostello requisito dalla prefettura. Ieri la decisione definitiva delle autorità: ogni trasferimento per adesso è sospeso. In mattinata, in mezzo alla strada, sotto alla nebbia che copre chilometri di campagna tutta uguale e all’umidità che punge le ossa, c’è mezzo paese.

Gorino, frazione di Goro, conta 450 abitanti che vivono prevalentemente di pesca, in particolare di vongole. Gli uomini hanno scioperato, lasciando le barche ormeggiate al porto. Le donne, non meno agguerrite, si sono unite al presidio. I bimbi non sono andati a scuola e ora giocano a fare i guardiani sotto al gazebo, proprio come i grandi: «Non possiamo spostarci da qui, sennò loro arrivano» dice una biondina. Solo che questo non è un gioco. In mezzo alla strada ci sono delle grandi pedane poggiate una sopra l’altra. Il traffico va a singhiozzo, chi passa in macchina dà un’occhiata d’assenso e un colpo di clacson. Tutti uniti per fermare l’invasione.

Ma nessuno è razzista a Gorino, almeno per gli abitanti. Lo assicura la signora Viviana: «Questo non è razzismo! Noi non vogliamo che ci portino immigrati all’improvviso, nell’unico posto di ritrovo del paese che è l’ostello, dove il prefetto ha fatto requisire le camere da letto poche ore prima dell’arrivo. E poi qui siamo solo in 400, abbiamo tre strade, cosa viene a fare questa gente? Delinquenza e basta? ». Nessuno è razzista qui, assicura Stefania, moglie e mamma: «Ci vogliono portare le donne, ma le donne hanno i loro uomini.

Noi trascorriamo delle ore della giornata senza i nostri mariti in casa, e anche questo fa paura». «L’accoglienza qui non si può fare» dice Nicola, pescatore, gli occhi scavati dal sonno, la faccia segnata dal mare. La sua come quella di tanti altri. Quella del ragazzo col cappello nero, che sentenzia: «Dove sbarcano profughi ci sono sempre problemi, e noi ne abbiamo già abbastanza ». Quella di Davide, che pensa al suo bar dentro l’ostello dove non può andare se arrivano i profughi, chissà poi perché. Quella di Rossano, che allarga le braccia: «Questo è un paese abbandonato da Dio. Lasciateci stare».

Nessuno però sembra pensare alle dodici ragazze di Ghana, Costa d’Avorio e Nigeria che lunedì notte per cinque ore sono rimaste bloccate in una caserma dei carabinieri in attesa di capire dove andare a dormire. Ieri sera, dopo una giornata di polemiche infuocate e accuse di razzismo rimbalzate in tv e su internet, nel municipio di Goro quasi 200 persone hanno partecipato all’assemblea pubblica indetta dal sindaco Diego Viviani: «Io non condanno la nostra comunità, che non merita di essere definita razzista.

Noi siamo un altro tipo di paese — dice con la voce che trema — ma viviamo in Italia, non in Croazia, quindi anche noi dovremo occuparci del tema dell’accoglienza». La folla si scalda ma applaude, qualcuno inveisce contro le parole del ministro Alfano e contro i media, responsabili di descrivere il paese in modo sbagliato. Una seduta di autocoscienza collettiva in una sala strapiena, i ricordi di quando «anni fa accogliemmo centinaia di profughi dalla Bosnia». Cos’è cambiato, adesso?

Naturalmente no, non sono tutti razzisti in questo pezzo d’Italia. Lunedì sera, tra le persone accorse nella caserma di Comacchio per prendersi cura delle dodici profughe, c’era il sindaco di Ferrara e presidente della Provincia Tiziano Tagliani. Non in veste istituzionale, ma di autista. «Mi hanno chiamato dopo cena spiegandomi la situazione, e mi sono vergognato per quello che è successo. Quando sono state trovate le tre nuove sistemazioni per le ragazze (quattro per ogni struttura, ndr), tutte poco più che ventenni, ho guidato io il pullmino dell’Asp perché l’autista “vero” era un ragazzo di colore che non conosceva bene le nostre strade e in mezzo alla nebbia si sarebbe perso. «Questo è il male che sta facendo certa politica. Sono mesi e mesi che la Lega Nord picchia su questo tema e agita la popolazione locale. Ecco le conseguenze».



“CERCHIAMO AIUTO
E VOI CI CACCIATE 

PER FAVORE FERMATE QUESTO ODIO”

di Caterina Giusberti

«Joy, Belinda e Faith: parlano le rifugiate allontanate dal paese Una è all’ottavo mese di gravidanza, un’altra era minacciata dagli islamisti».

Sembrano delle bambine: con le felpe col cappuccio calate sugli occhi, le mani sottili, l’aria sfinita. Otto arrivano dalla Nigeria, due dalla Costa d’Avorio e due dalla Sierra Leone. Scappano chi dalla guerra, chi da Boko Haram, chi dalla propria famiglia. Una di loro è incinta all’ottavo mese. Prima di sabato non sapevano neanche che esistesse, un Paese chiamato Italia, ma quello che hanno visto e sentito dai finestrini del pullman che lunedì sera ha fatto inversione sulla Ferrara Lidi lo hanno riconosciuto all’istante. «Mi rivolgo alle persone che ci hanno respinto — alza gli occhi Belinda, 22 anni — Ci hanno fatto male: dove vogliono che andiamo? Siamo qui per avere protezione. Fermate questo odio, per favore, siamo tutti una cosa sola, al mondo. Forse quelle persone non conoscono la nostra storia». Forse no. E allora loro la raccontano, in inglese, a bassa voce, una dopo l’altra.

Tornate da Goro, lunedì sera, hanno aspettato per ore nella caserma dei carabinieri di Comacchio che un frenetico giro di telefonate permettesse loro di trovare almeno un posto per la notte. Era passata la mezzanotte quando Belinda, Joy e Faith sono arrivate in un centro per anziani di Asp, a Ferrara, dove un’altra nigeriana, Success, è ospite alla Caritas. Le altre ragazze respinte da Goro, tutte sui vent’anni, sono quattro in una casa famiglia di Codigoro e quattro in un albergo di Fiscaglia.

Belinda ha ventidue anni ed è scappata cinque mesi fa dalla Sierra Leone, dov’era un’infermiera. È sposata e suo marito, spiega, «è stato incarcerato dal partito, per vie di alcune manifestazioni politiche alle quali aveva partecipato». Quando lui è evaso, la vita anche per lei ha smesso di essere sicura. «Mi cercavano, credevano sapessi dov’era: avrebbero incarcerato anche me, così sono fuggita». Arrivata in Libia, c’è rimasta «due mesi e due settimane».

Lo ricorda con precisione perché «la vita lì non andava bene, gli uomini arabi volevano violentarmi, così sono scappata dal centro governativo in cui mi trovavo e sono andata verso il mare». C’è rimasta due settimane, a sopravvivere, finché non ha visto un barcone. «Li ho supplicati e loro hanno accettato di farmi posto, anche se non avevo i soldi per il viaggio». Poi è arrivata in Italia, a Bologna e infine a Goro. «Mi ha molto ferito quello che ho sentito — spiega — io voglio pregare queste persone di smetterla, non va bene quello che fanno, io sono qui per chiedere protezione internazionale ». È la più grande del gruppo e si vede, protegge le altre come una sorella, soprattutto Joy, al suo fianco: «Siamo cugine», dice.

Joy ha vent’anni, viene dalla Nigeria ed è incinta all’ottavo mese. Sarà la mamma di un bambino, che, assicura, sarà sicuramente maschio e si chiamerà sicuramente Michael. «Spero di dargli la vita migliore possibile». Spera anche di ritrovare il suo compagno, il papà del bambino, che si chiama Lamin Dampha e ha 25 anni, lo cerca da quando ha messo piede in Italia. «L’ho perso di vista quando siamo saliti sulla barca in Libia — racconta — a me hanno fatto posto perché ero incinta, ma lui non so neppure se sia riuscito ad imbarcarsi: c’era troppa gente, il mare puzzava e le persone mi salivano sulla pancia».

Joy scappa da suo padre. «Faceva riti vodoo e voleva che mi convertissi alla sua religione — spiega — poi si era risposato con una donna cattiva con me. Ho deciso di scappare via col mio ragazzo, volevo farmi la mia vita, ma sono rimasta incinta. A quel punto mio padre ha minacciato di ucciderci entrambi». La notte che hanno lasciato il Paese, ricorda, sono stati rapinati. «Siamo arrivati in Libia il 20 settembre, ma gli arabi ci picchiavano, non ci davano cibo. Siamo scappati dal centro in cui ci tenevano, dormivamo per strada, poi finalmente abbiamo trovato il modo di salire su una barca. Ma lì l’ho perso». Arrivata a Ferrara, gli operatori l’hanno subito portata in ospedale. «Il mio bimbo sta bene», ripete. E per la prima volta sorride.

Faith ha vent’anni, i capelli neri tagliati corti e parla pochissimo. «Vengo dal nord della Nigeria — spiega — dove c’è Boko Haram ». Quando i fondamentalisti hanno attaccato la sua famiglia, racconta, «siamo scappati verso il Mali, ma io ho perso di vista tutti quelli che erano con me. Non so che fine abbia fatto la mia famiglia ». Una volta arrivata in Libia però, dice lei, ha avuto fortuna. «Un uomo mi ha aiutato, mi ha dato da bere, da mangiare, un posto in cui dormire e mi ha messo sul gommone per l’Europa. Sono arrivata in Italia sabato scorso, poi a Bologna domenica e ieri ci hanno portato qui a Ferrara ». Dal pullman «abbiamo visto tante gente che parlava e non capivamo cosa stessero dicendo. Poi abbiamo capito: non ci volevano ».
 


SULLE TRACCE DEI MIGRANTI MINORENNI CHE SCOMPAIONO IN ITALIA
di Lorraine Kihl

«Oltre 6300 minori scomparsi nel 2016: cercano i parenti o cadono in reti criminali La crisi raccontata dal progetto Lena.Tra i migranti bambini sbarcati da soli in Italia che fuggono dai centri»


Da alcuni giorni Alpha va alle scuole serali per imparare l’italiano. Non è una cosa che gli occupa tutta la giornata, ma è un inizio. Il resto del tempo: dormire, mangiare, televisione, noia, noia, noia. «Quando possiamo uscire, andiamo fuori e guardiamo le macchine che passano. Non c’è molto da fare, in realtà ». Ma dopo i lavori forzati e la prigione in Libia, va bene. Questo 17enne della Guinea vive insieme ad altri 24 ragazzi in un centro di prima accoglienza creato due mesi fa riconvertendo ex uffici della polizia a Catania. Con 19.429 minori non accompagnati sbarcati dall’inizio dell’anno, i centri “di emergenza” sono diventati la norma nel sud Italia.

Con fondi limitati (lo Stato versa 45 euro per bambino al giorno, contro i 60-80 del Belgio) e male organizzate, queste strutture fanno grande affidamento sui sostegni esterni (volontari, fondazioni) per garantire ai minori servizi adeguati e completi: assistenza psicologica costante, attività educative e culturali… con un effetto lotteria per i giovani. Complessivamente il Sud del Paese, più povero, è largamente sfavorito: non solo i Comuni non hanno gli stessi mezzi di quelli del Nord, ma in più devono farsi carico del grosso dell’accoglienza. La sola Sicilia accoglie più del 40 per cento dei minori non accompagnati. Dopo tre anni di andirivieni, oggi il Parlamento dovrebbe votare una legge quadro. Un modo per prendere atto politicamente che questo imponente flusso di minori è norma e non eccezione e di garantire protezione e assistenza. Le cose si muovono. Lentamente.

«Mi avevano detto che qui sarebbe stato semplice», ricorda Ibrahim, 16 anni. «Che avremmo potuto studiare, che saremmo andati a scuola». Il ragazzo deve ancora digerire la delusione. La lentezza delle procedure non aiuta: per un ricongiungimento familiare bisogna aspettare mesi, a volte più di un anno. E quando vuoi lavorare, e in fretta, per rimborsare chi ti ha fatto entrare nel Paese o per sostenere la famiglia, l’attesa è incomprensibile. Allora se la filano, a costo di diventare clandestini.

Davanti all’andirivieni dei pullman della stazione di Catania, un gruppetto di eritrei ammazza il tempo seduto intorno a una panchina. Per terra, accovacciato, c’è un ragazzo pallido di 17 anni che guida la conversazione. Biniam è arrivato solo qualche giorno fa ed è appena scappato dall’ospedale dove l’avevano mandato. Ha ancora intorno al polso smagrito il braccialetto di carta con nome e gruppo sanguigno. «Sapete dove posso trovare un cappotto? Stasera dormiremo sull’erba da qualche parte, ma fa freddo di notte». Ha un fratello in Olanda. A Roma c’è un “amico” che lo aiuterà. Insiste: deve andare a Roma. Al più presto. Ma prima gli serve una giacca per la notte. Sta aspettando «quelli della Oxfam» per avere uno degli zaini che distribuiscono. «Avranno sicuramente una giacca per me».

«Quelli della Oxfam», Andrea e Chiara, discutono un po’ più in là, visibilmente preoccupati. La situazione di Biniam e di un altro adolescente che lo accompagna, Habtcom, li mette di fronte a un dilemma: gli zaini che contengono un kit di prima accoglienza (asciugamano, sapone, calzini, spazzolini da denti, mappa della città… ma niente giacca) sono destinati agli adulti. «È importante che non ci sostituiamo al ruolo dei centri d’accoglienza», spiega Andrea. Ma i due ragazzi mingherlini, se dicono la verità, hanno solo quest’idea di seguire il gruppo di adulti eritrei verso il parco dove dormono. Sta per venire buio e bisogna prendere una decisione: va bene per gli zaini, a patto che Biniam e Habtcom vadano a trascorrere la notte nella struttura di alloggio per senzatetto situata qualche strada più in là. Gli adolescenti fanno cenno di sì con il capo e ripetono diligentemente l’indirizzo, prima di andare verso la mensa per poveri.

«Molti minori non accompagnati gironzolano qui durante la giornata», spiega Andrea Bottazzi. «Qui potranno prendere il pullman per il Nord, quando si saranno procurati i soldi. Noi gli spieghiamo sempre che nei centri di accoglienza saranno accuditi meglio. Ma non c’è da farsi illusioni: la maggior parte di loro si darà alla macchia».

Yonas a giocare la carta del sistema ci ha provato. Per un po’. Questo ragazzo eritreo di 17 anni cerca di raggiungere suo fratello che da vive in Finlandia. È trascorso un mese, poi un altro. La sua pratica non è neppure stata avviata, non ha mai incontrato un interprete. Due mesi a non fare niente, rinchiuso nella sua barriera linguistica. E allora, senza biglietto, ha preso un treno per Milano, dove sapeva di trovare un intermediario. La polizia l’ha beccato. Ha avuto paura, ma l’hanno solo fatto scendere dal treno. Il treno successivo andava a Roma. Vada per Roma, col rischio di stare per strada.

Contrariamente ad altre grandi città del Nord, la capitale italiana non ha messo in piedi un sistema di accoglienza per i migranti in transito. Da poco più di un anno, un’associazione della società civile cerca di compensare questa mancanza come può, distribuendo pasti caldi, coperte, offrendo una parvenza di alloggio nei pressi della stazione Tiburtina, dove si radunano i migranti. Ma cacciati prima dai loro locali e poi dalla stradina dove proseguivano in un’installazione di fortuna, i volontari giocano tutte le sere al gatto e al topo con la polizia che arriva per disperdere qualsiasi assembramento. Nei dintorni della stazione, decine di gruppetti di due o tre migranti vagano portandosi dietro le buste che contengono i loro miseri averi. Due giorni prima sono riusciti a dormire nel giardino della basilica, poi sui prati davanti alla cancellata. Per il momento tutti i centri di accoglienza sono saturi. Si stima in 6.357 il numero di minori non accompagnati spariti nel 2016. «Si calcola che la metà dei minori che vediamo passare presenti una vulnerabilità specifica», dice Valentina Aquino, coordinatrice di Civico Zero. «Ma sono tutti vulnerabili. Sono in balia dei trafficanti di esseri umani».

All’inizio, queste grandi città erano soltanto punti di passaggio. Due giorni, massimo una settimana, il tempo di racimolare un po’ di soldi e trovare l’intermediario per proseguire il viaggio. Ma ora che i controlli alla frontiera sono più stringenti, passare è diventato più difficile e costoso. Nel migliore dei casi il denaro glielo spediscono da casa i parenti o un amico. «E se la famiglia non ha i mezzi», spiega Marco Cappuccino di Civico Zero, «sarà lavoro in nero per una paga da fame, attività di piccola criminalità, spaccio di droga e prostituzione ».

© Le Soir/ Lena, Leading European Newspaper Alliance Traduzione di Fabio Galimberti)

LA SOLITUDINE
DELL’INDIGENO ITALIANO
di Ezio Mauro


Qui non c’è niente. Niente per noi, che ci siamo nati: figurarsi per gli altri”. Potrebbe finire sui manuali di storia dei nostri anni complicati questa frase di una cittadina italiana, probabilmente moglie e madre, abitante della frazione di Gorino sul delta del Po, che ha partecipato al blocco stradale del suo paese per impedire l’arrivo di dodici donne immigrate coi loro figli nell’ostello requisito dal prefetto.

Le straniere sono state dirottate in tre altri centri del Ferrarese, Gorino continuerà a non ospitare nemmeno un immigrato, la protesta ha vinto. Smontate le barricate e il gazebo notturno i bambini possono tornare a scuola, i pescatori riprenderanno il mare. Tutto come prima? Non proprio. Quella frase dimostra che dall’egoismo del niente può nascere una vera e propria guerra per il nulla in cui viviamo. Che ci angoscia, ma che non vogliamo dividere con nessuno.

Sono parole sincere, fotografie brutali delle mille periferie italiane quelle pronunciate al posto di blocco di Gorino. L’ospedale più vicino è a 60 chilometri, il medico viene in paese un’ora al giorno e se ne va, gli uomini sono fuori in barca dal mattino presto fino al tardo pomeriggio perché vivono di pesca, quell’ostello prima requisito poi restituito funziona anche da bar, è l’unico centro di ritrovo del paese, ha qualche camera per i pochi turisti che in stagione vogliono fermarsi per un giro sul delta. È una vita minima, s’immagina di sacrificio, attorno alla casa, la famiglia e la pesca.

Dovrebbe farci riflettere il fatto che l’unica volta in cui il paese si sente comunità, agisce insieme, trova un’espressione collettiva, è davanti alla notizia che arriveranno dodici richiedenti asilo. Gorino non ha stranieri, tutti sono del posto. Ma ugualmente reagisce ribellandosi al sindaco di Goro, al prefetto, al colonnello dei carabinieri che promettono di far fermare le migranti una sola notte in paese. «Cosa vengono a fare qui? Abbiamo già i nostri guai, non ne vogliamo altri».

Non ci voleva molto a prevedere quel che sta succedendo. La superficie sottile della civiltà italiana — la solidarietà cristiana, la fraternità socialista, il buon senso compassionevole liberale — si sta sciogliendo nei punti più deboli della nostra geografia sociale, i piccoli centri della lunga periferia italiana, i paesi di montagna e di campagna, le isole ghettizzate all’interno delle grandi città.

Persone in buona parte anziane, estranee al circuito del consumo multiculturale, frastornate dalla globalizzazione, con gli immigrati si trovano nei giardini spelacchiati sotto casa un mondo che non hanno mai visitato e mai conosciuto, senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno, inquadrandolo nelle sue dimensioni, nelle prospettive, nel rapporto tra i costi e i benefici. Si sentono esposti, si scoprono vulnerabili, diventano gelosi del poco che hanno, egoisti di tutto: o appunto di niente, perché l’egoismo sociale funziona anche come forma identitaria di riconoscimento sociale e di auto-rassicurazione.

Va così in scena una vera e propria lotta di classe in formato inedito, che mette di fronte la modernità esausta e logorata della democrazia occidentale con la primordialità dei mondi disperati che prendono il mare per cercare sopravvivenza, e nient’altro. Gli ultimi si trovano davanti i penultimi, che non vogliono concedere agli stranieri un millimetro di spazio sulla terra che considerano loro. Se non fossero scesi fino appunto al penultimo gradino della scala sociale (quello di un ex ceto medio che viveva del proprio lavoro, e che con la crisi si sente precipitare nella mancanza di impiego e di futuro) non si sentirebbero sfidati direttamente dai richiedenti asilo che bussano alla nostra porta: non si sentirebbero “concorrenti”, invidiosi di quell’elemosina sociale che l’Europa elargisce con un’accoglienza riluttante, mandando i carabinieri a requisire sei stanze di un ostello vuoto in una stagione turisticamente morta. È l’ultima espressione del welfare state: nato come forma di solidarietà, come strumento di emancipazione e di integrazione — dunque di cittadinanza —, diventa simbolo di divisione e di identità, come un privilegio da consumare soltanto noi, al riparo dagli occhi stranieri e alieni.

Per capire bisogna avere il coraggio e la pazienza di guardare dentro l’impoverimento morale prodotto in ognuno di noi dalla crisi, che agisce sul sentimento di sé e degli altri. È un percorso scavato dalla paura e dall’insicurezza, due giganteschi motori politici di cui raccoglieremo i risultati avvelenati tra qualche anno. La crisi più lunga del dopoguerra, la mancanza di lavoro, l’erosione dei risparmi, la disoccupazione giovanile, il terrorismo jihadista nei nostri Paesi sono fenomeni che tutti insieme trasmettono la sensazione di un mondo fuori controllo, senza più governance, con la mondializzazione che diventa una minaccia, la politica e le istituzioni fuori gioco. L’insicurezza sociale determinava ancora domande politiche, l’attesa di una soluzione di governo. Quando l’insicurezza da sociale diventa fisica, cerca invece soluzioni pre-politiche o post-statuali, che rispondano a paure più che a bisogni, a una necessità di protezione più che di emancipazione, come se in gioco ci fosse non più la sicurezza del cittadino, ma l’incolumità dell’individuo.

Questa miscela fatta di spaesamento e solitudine, panico del presente e angoscia del futuro, si scarica facilmente e immediatamente sull’immigrato. Soprattutto nelle piccole comunità, e nel caso di anziani soli davanti allo spettacolo della paura moltiplicato dalle televisioni, c’è il timore di perdere il filo di esperienze biografiche condivise, che è quel che forma identità e comunità. C’è il timore, cioè, di finire “globalizzati” a casa propria, spostati senza muoversi, mentre il mondo fa un giro completo intorno a noi che non sappiamo più padroneggiarlo, con le nostre mappe diventate inutili. “Noi non siamo razzisti”, ripetevano davanti ad ogni microfono gli abitanti di Gorino sulle barricate. Ed erano sinceri. Ma siamo arrivati al punto che la coscienza di sé diventa esclusiva, la paura spiega l’egoismo, il destino degli altri non ci interpella: purché non qui da noi, finiscano dove vogliono, finiscano come possono, finiscano comunque. È la presa d’atto di una sotto-classe umana che non ha diritti e non può pretenderne, perché non assimilabile e dunque superflua, quindi inutile. Quanto alla sua pretesa di sopravvivere, alla sua ricerca disperata di libertà a costo della vita, è un problema che non ci riguarda: non noi, non ora, soprattutto non qui.

In questo modo mutiliamo la nostra umanità e rinunciamo ad ogni politica nei confronti dei migranti. La sostituiamo con il bando. Ci basta bandirli per non vederli, respingerli per allontanarli, non farli avvicinare per proteggerci. Non capiamo che solo una Europa che abbia un ministro degli Interni dell’Unione e una politica estera unitaria può affrontare il fenomeno. Dovremmo pretenderla, imporla, costruirla, invece di mettere in campo misure burocratiche e fisiche di selezione, le liste delle lingue e dei dialetti, la richiesta di esaminare i denti dei ragazzi richiedenti asilo per capire se sono bambini, minori o adulti, i rilevatori di battito cardiaco e di CO 2 al porto di Calais quando arrivano i camion, per scoprire se ci sono esseri umani nascosti.

Se la politica non contrasta il passo alla paura, rispondendo ai sindaci toscani che denunciano una sperequazione nelle quote di accoglienza, ascoltando il sindaco di Milano che chiede di uscire dall’emergenza perché ormai il fenomeno ha bisogno di misure strutturali, faremo crescere mille casi Gorino, tentativi disperati e inutili di privatizzazione della sicurezza nella dispersione di ogni sentimento di fiducia nello Stato, nel suo senso di giustizia, nella sua capacità di garantire insieme protezione e democrazia. Proprio nel momento in cui credono di poter far da soli, non lasciamo soli i cittadini di Gorino: lo sono già, in compagnia soltanto delle loro paure. Ma sul delta del Po, ieri è nata l’ultima nostra raffigurazione contemporanea, spogliata del cosmopolitismo, dell’identità europea, del multiculturalismo, del sentimento di cittadinanza del mondo. È l’indigeno italiano, ciò che certamente noi siamo ma che non ci eravamo mai accontentati di essere.

postilla

L'analisi è giusta: «La superficie sottile della civiltà italiana - la solidarietà cristiana, la fraternità socialista, il buon senso compassionevole liberale - si sta sciogliendo nei punti più deboli della nostra geografia sociale, i piccoli centri della lunga periferia italiana, i paesi di montagna e di campagna, le isole ghettizzate all’interno delle grandi città».
Ma tutto ciò non è il prodotto del fato. Nè basta un richiamo generico alla "politica". Esistono politiche buone e politiche cattive. La politica che abbiamo conosciuto nell'ultimo ventennio, in Italia e nell'Unione europea, è una politica cattiva, e prosegue incattivendosi ogni giorno. È da qui che bisogna partire, dalla (ri)costituzione di una politica che dica "prima le persone" (quale che sia il colore della pelle), e solo dopo tutto il resto.  E che non si limiti a dirlo, ma lo faccia, iniziando col rottamare la guerra, le armi, il saccheggio dei beni altrui.
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