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domenica 23 ottobre 2016

Gioventù rottamata

Quello che raccontano le statistiche è davvero scoraggiante, ogni volta che si parla si cose serie e si guarda dietro alle slides. Un'analisi di Antonio Sciotto e un commento di Andrea colombo. il manifesto, 23 ottobre 2016



ITALIA SENZA FUTURO:
SEMPRE PIÙ GIOVANI

A CASA CON I GENITORI
di Antonio Sciotto

Generazione precaria. Sono il 67% degli under 35 secondo Eurostat, 20 punti sopra la media Ue. Soprattutto maschi, molti hanno già un lavoro. Oltre 40 mila bambini nascono da mamme over 40: è anche questo un nostro «primato» nel continente

La notizia non è di quelle che stupiscono, ma sicuramente non per questo è meno negativa: i giovani italiani sono quelli che si fermano a vivere più a lungo presso i propri genitori (ci battono solo gli slovacchi), e la percentuale dei «mammoni» (così li hanno battezzati ieri, un po’ spregiativamente, agenzie e quotidiani on line) è addirittura in aumento. A certificarlo è l’Eurostat, l’istituto di statistica Ue, che ha diffuso ieri i dati relativi al 2015.

L’anno scorso, secondo Eurostat, oltre due terzi dei «giovani adulti» (il 67,3%), ovvero coloro che hanno tra i 18 e i 34 anni, in Italia viveva a casa con almeno un genitore, una percentuale in crescita sul 2014 (era al 65,4%) e al top nell’Unione europea, se si eccettua, come abbiamo detto, la Slovacchia. Quasi 20 i punti di differenza rispetto alla media del continente, che risulta pari al 47,9%. Si tratta di circa sette milioni di persone.

Il fenomeno è in crescita anche se isoliamo una fascia di età più ristretta, quella tra i 25 e i 34 anni, ovvero tra coloro che dovrebbero aver terminato gli studi e iniziato a lavorare. In questa fascia i giovani a casa con mamma passano dal 48,4% del 2014 al 50,6% a fronte del 28,7% in Ue e del 3,7% in Danimarca.

Ma i sette milioni in causa sono tutti disoccupati? O magari studenti? Niente affatto, si scopre infatti che una buona percentuale di chi decide di rimanere a vivere con i genitori ha un’occupazione, in diversi casi anche stabile. Dichiara di avere un impiego il 40,3% dei giovani intervistati, e ben il 25% ha un posto a tempo indeterminato. Il 18,8% si dichiara ancora studente, mentre i disoccupati sono il 24,3%.

Un dilatamento generale dei tempi che ha come conseguenza anche il rinvio del momento in cui si forma una famiglia, e per le donne vuol dire spesso gravidanze più tardive: fenomeni su cui l’Italia può vantare ugualmente dei primati nella Ue. Oltre 40 mila bambini nascono ormai da mamme ultraquarantenni, il dato più alto in Europa, mentre le mamme giovani risultano molte meno rispetto al resto del continente (quelle tra i 25 e i 29 anni sono meno della metà di quelle francesi).

È interessante notare che mentre da noi le percentuali di giovani che si fermano a vivere presso i genitori sono in crescita (dal 65,4% del 2014 al 67,3% del 2015, come abbiamo detto), in Europa invece si è registrata una discesa, per quanto molto piccola: dal 48,1% al 47,9% dei 18-34 enni.

In permanenza in famiglia ci superano dunque solo gli slovacchi (69,6%), mentre Malta è poco più di un punto sopra di noi (66,1%). A distanza siderale la vicina Francia (34,5%, dato per giunta in calo), e il Regno Unito (34,3%), un poco meno lontana la Germania (43,1%). Assolutamente irraggiungibile (perlomeno nel giro di pochi anni) la Danimarca, che svetta con il suo 19,7% e conferma la precoce (e proverbiale) autonomia dei ragazzi scandinavi.

La tendenza dei giovani italiani a non lasciare la casa dei genitori è ancora più evidente nella fascia tra i 25 e i 34 anni, perché in questo caso il confronto con diversi paesi Ue diventa quasi paradossale. In Italia, anche a causa delle difficoltà nella ricerca di un’occupazione, la percentuale di coloro che sono tra i 25 e i 34 anni e vivono con la famiglia di origine ha raggiunto il 50,6% (era al 44% nel 2011) con quasi 22 punti in più rispetto alla media europea (dietro solo alla Grecia con il 53,4%).

La distanza è siderale rispetto ai paesi del Nord Europa (3,7% la Danimarca, 3,9% la Svezia) ma anche rispetto alla Francia (10,1%, in calo di un punto), il Regno Unito (16%) e la Germania (19,1%) mentre la Spagna è al 39,1%. E l’aumento si è registrato nonostante gli sforzi del governo, da Garanzia giovani ai punti rosicchiati alla disoccupazione under 35.

Interessanti i raffronti (e sempre negativi per l’Italia), se consideriamo diverse fasce d’età: se si guarda a i18-24 anni, vive in casa il 94,5% del totale (79,1% nella Ue) mentre tra i 20 e i 24 anni la percentuale scende al 93% (è al 59,8% in Francia).

A restare a casa sono soprattutto i maschi con il 73,6% del totale tra i 18 e i 34 anni (quasi 3 su 4), in crescita dal 71,8% del 2014. La percentuale, sempre maschile, dei giovani tra i 25 e i 34 anni cresce dal 56,8% al 59,3%, con oltre 24 punti in più rispetto alla media europea. Le donne in questa fascia di età restano a casa nel 41,7% dei casi.

PERCHÉ RENZI
NON AMA I GIOVANI
di Andrea Colombo

Chiederselo è inevitabile: ma Renzi odia i giovani? A sentirlo si direbbe il contrario. Anzi, è tutto uno sproloquio giovanilista, pur se di maniera. Ma le parole costano poco, e i fatti raccontano una storia opposta. Il grande rottamatore, oltre ai suoi nemici politici, ha rottamato soltanto i giovani. È inutile che il ministro Poletti strepiti. Quando il presidente dell’Inps Boeri dice che la manovra massacra ulteriormente i giovani fotografa lo stato delle cose. Non è una novità.

Il Jobs Act sembra davvero un piano diabolico partorito da un mad doctor incarognito con chiunque sia sotto i 30. Gli incentivi studiati per consentire il trucco della trasformazione di contratto e dell’assunzione a tempo indeterminato spogliata di ogni sostanza erano fatti apposta per regalare briciole ai lavoratori attempati senza lasciare agli imberbi neanche quelle: si accontentassero dei voucher. I risultati vengono periodicamente immortalati dalla rilevazioni statistiche e ci vuole la faccia di bronzo del nostro premier per rivenderseli come una vittoria.

Su poco più di 500mila nuovi assunti reali, 402mila sono ultracinquantenni, e se il tasso di disoccupazione, almeno quello nominale, scende nel complesso, tra i giovani non si vede neppure uno spiraglietto. Così finisce che un giorno sì e l’altro pure ci scappa qualche titolone, una volta sui 100mila giovani che ogni anno lasciano il Paese, l’altra, proprio ieri, sulla scoperta che il 67,3% dei concittadini tra i 18 e i 34 anni campa a casa con mamma e papà.

C’è solo da sperare che non aggiunga la beffa al danno qualche dotto, come Elsa Fornero o il compianto Padoa-Schioppa, sentenziando che i fanciulli sono «troppo choosy» e forse decisamente «bamboccioni».

Non sarà antipatia generazionale, figurarsi, ma solo incapacità e solerzia nell’avvantaggiare chi di vantaggi già ne conta a mazzi, come le aziende o le banche, e se di mezzo ci vanno «i ragazzi» è solo per effetto collaterale. Non che siano peccati veniali, però. Il riflesso si coglie con precisione millimetrica nei sondaggi sul referendum. La riforma del giovanilista va fortissimo tra gli over 65, precipita nella fascia mediana, cola a picco tra i giovani, che le meraviglie del renzismo le sperimentano ogni giorno e si fidano dei Tg addomesticati un po’ meno dei nonni.

Sbirciando la legge di bilancio, pardon le slides sulla medesima perché la legge rimane fantasmatica e vai a sapere cosa ci sarà scritto davvero, sorge tuttavia il dubbio che almeno in quest’ultimo passaggio un po’ di consapevole malignità ci sia stata. La manovra, lo sanno tutti tranne Padoan e lo scrivono persino i giornali ridotti spesso a fanzines di palazzo Chigi, è una specie di befana anticipata.

I pacchetti sono piccoli, è vero, ma in compenso sono tanti. Il materiale non è eccelso, i doni si scasseranno presto rivelandosi mezze fregature o peggio, ma intanto regaleranno un attimo di gioia a molti giusto in tempo per spingerli a votare come conviene.

Eppure in tanta abbondanza i soliti giovani sono rimasti con in mano il classico carbone. Per loro non c’è neppure l’illusione di un miglioramento. Giusto la conferma di quel bonus cultura di 500 euro per i diciottenni che solo a nominarlo viene da ridere, o da piangere.

In un recente consiglio dei ministri Matteo Renzi l’ha spiattellata chiara: «Il voto di sinistra è perso, bisogna conquistare quello di destra». Vuoi vedere che si è anche detto: «Il voto dei giovani, con le mazzate che gli abbiamo dato, è perso. Meglio rinsaldare il consenso nelle fasce dove andiamo forte».

E se qualcuno trova strano che il futuro disegnato da Renzi piaccia solo a chi ha più passato che futuro, sarà pure giovane ma resta gufo.
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