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mercoledì 14 settembre 2016

Sostegno della domanda e produttività del lavoro

«Economia politica. Il grido di battaglia di governo e Confindustria danneggerà la vita e l’economia italiane. Invece è possibile prendere questo percorso da un’altra strada, grazie alla leva fiscale». Il manifesto, 14 settembre 2016



L’insistenza di Confindustria e governo sulla «produttività del lavoro» potrebbe far sperare in un loro ritorno ai Classici dell’economia politica: se non a Karl Marx, almeno ad Adam Smith: «Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma».

Un concetto che si ritrova nel primo articolo della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Si potrebbe anche sperare che così si voglia riconoscere al lavoro di essere l’unico «fattore produttivo» capace di produrre un sovrappiù.

Temo, tuttavia, che non sia così. Lo slogan del Presidente della Confindustria, il suo «grido di guerra» ampiamente ripreso, è «Vogliamo una più alta produttività per pagare salari più alti»: una esortazione a che, prima di tutto, i lavoratori si mettano a lavorare di più.

Il vero slogan dovrebbe invece essere: «Pagheremo salari più alti perché vogliamo una più alta produttività».

Dalla crisi del ‘29 Italia e Germania uscirono con il fascismo e il nazismo; gli Stati Uniti proprio con una politica di alti salari, con il «Fordismo» di Henry Ford e di Franklin Delano Roosvelt, cui Gramsci dedicò grande attenzione. Come lo stesso Gramsci aveva previsto, la lunga stagione del Fordismo non poteva durare in eterno, e così fu; né il Fordismo può essere preso oggi a modello per tentare di uscire dalla lunga serie di crisi che alla sua fine seguì, dai primi anni Ottanta del secolo scorso. Tanto meno in Italia, dove non c’è né un Ford né un FDR.

Tuttavia il Fordismo contiene una lezione per il nostro presente, proprio per quanto riguarda la questione della produttività del lavoro.

A misura della «produttività del lavoro» normalmente si prende il rapporto tra Pil e numero di ore lavorate. Questa misura, in verità molto rozza, nulla però ci dice circa le determinanti della produttività del lavoro. Una e ovvia, che ho il sospetto sia quella implicita nello slogan «Vogliamo una più alta produttività per pagare salari più alti», è la voglia di lavorare dei lavoratori. Le vere determinanti sono però altre e più complesse, di ordine qualitativo: il così detto «progresso tecnico» e il contesto in cui il lavoro viene prestato: l’impresa e lo Stato.

Ho messo tra virgolette «progresso tecnico», perché sarebbe meglio parlare di «cambiamento tecnico».

La prima locuzione suggerisce che un cambiamento nelle tecniche di produzione comporti un miglioramento nelle condizioni di vita dell’intera società, ma poiché la scelta delle tecniche di produzione è riservata ai proprietari delle macchine, e non anche a chi a le fa funzionare, quell’esito è improbabile.

Fin dal 1930 Keynes aveva avvertito che «Siamo colpiti da una nuova malattia: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera».

Per medicare le conseguenze patologiche del «progresso tecnico» occorrerebbe dunque che le imprese si assumessero le loro responsabilità, per quanto riguarda la qualità della produttività del lavoro, e che altrettanto facesse lo Stato per quanto riguarda le condizioni di vita dei lavoratori in quanto cittadini.

Pochi, tuttavia, sono nel nostro paese gli imprenditori che ciò fanno, e per miopia: poiché ciò sarebbe anche nel loro interesse. E pochissimi sono gli imprenditori «schumpeteriani», che a differenza dei tanti imprenditori-rentier non si riconoscono nell’insulsa definizione del nostro codice civile all’articolo 2082: «È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi»; imprenditori «schumpeteriani» che creano e realizzano nuovi prodotti o nuove qualità di prodotti, che introducono nuovi metodi di produzione, che creano nuove forme organizzative dell’industria, che aprono nuovi mercati di sbocco e nuove fonti di approvvigionamento.

Assenti, in Italia, un Ford e un FDR, e in presenza di pochi veri imprenditori, tutto ricade sulla spalle dello Stato; ma dovrebbe essere uno Stato che provvedesse a risanare, sviluppare e consolidare quel poco di stato sociale che ancora c’è: Scuola Università Ricerca Sanità Assistenza, e questo non con la beneficenza ma con nuovi investimenti.

Al presidente della Confindustria di recente è stato chiesto: «Come pensa che possa risalire il Pil senza sostenere la domanda?»; il Presidente rispose: «Alla domanda ci si arriva attraverso la politica dell’offerta e non facendo l’inverso.» È questa una tesi, la così detta «legge degli sbocchi», che risale al Jean-Baptiste Say del suo Traité d’économie politique (1803): una «legge dell’economia» che nessuno rispetta, né nella teoria né nella pratica.

Ora un governo che davvero volesse fare ciò (risanare il contesto, e rilanciare la produttività e la domanda effettiva), ciò potrebbe fare. Mi aspetto l’obiezione: «Dove si trovano i fondi, senza trasgredire le regole comunitarie?».

La domanda è legittima, ma la risposta è semplice: i fondi si troverebbero rispettando e facendo rispettare l’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Un articolo che questo governo non ha rispettato con molti suoi provvedimenti: dall’abolizione dell’IMU alla Voluntary disclosure. Termine, quest’ultimo, che evoca il Manuale del confessore: «Dóminus noster Jesus Christus te absólvat et ego absólvo te a vínculo excommunicatiónis, in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen».

Se invece quell’articolo si rispettasse e si facesse rispettare come si deve, poiché l’evasione fiscale è un furto, si rimedierebbe all’ingiusta distribuzione del reddito e della ricchezza, che è una delle cause della forma attuale e più perniciosa delle crisi economiche: la deflazione; e inoltre una redistribuzione del reddito (sia chiaro: dai ricchi ai poveri) farebbe aumentare la domanda per consumi, e dunque degli investimenti; e rimarrebbero ancora fondi per rendere più civile questo povero paese.
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