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martedì 13 settembre 2016

Riconquistare autonomia monetaria

«Zona euro. Per contrastare a tutti i livelli praticabili il potere della finanza sulle nostre vite vanno moltiplicati i circuiti autogestiti. In attesa delle prossime trasformazioni ». Il manifesto, 13 settembre 2016 (c.m.c.)



Non viviamo più da tempo in un’economia di sussistenza, dove ogni comunità si sostenta con beni prodotti al proprio interno. Oggi cibo, energia, casa e altri fattori essenziali alla vita civile come salute, istruzione, assistenza, mobilità si comprano; oppure possono essere forniti dallo Stato, che a sua volta li paga con il ricavato delle nostre imposte. Senza denaro anche la cosiddetta «nuda vita» si ferma.

Quando il denaro era costituito esclusivamente da monete metalliche, le emetteva lo Stato, che poteva anche truccarle (e lo faceva) alterandone il contenuto. Ma nessuno se non chi le possedeva poteva poi controllare come, quante e quando spenderle. Ma oggi monete e carta moneta non sono più del tre-quattro per cento della circolazione monetaria. Tutte le altre transazioni avvengono tramite banca. Bloccare le banche vuol dire bloccare tutta la vita economica.

Poi, finché è rimasta in vigore la separazione tra banche commerciali e di investimento introdotta dal New Deal, l’attività delle prime, cioè la circolazione monetaria, era sì regolata dallo Stato o dalla Banca centrale attraverso il tasso di sconto e l’obbligo della riserva, ma bloccarla era molto difficile. Infine, finché l’attività della Banca centrale è stata regolata dallo Stato e ne era di fatto una branca – prima, cioè, del “divorzio” tra Governo e Banca centrale, poi esteso anche alla Bce – lo Stato che spendeva in deficit più di quanto incassava con le imposte si indebitava di fatto con se stesso; o solo con chi accettava di prestargli del denaro alle condizioni decise dal Governo.

Non era facile speculare sulle emissioni di Stato: era il Governo, e non la finanza, a fissarne il rendimento. Un deficit eccessivo poteva sì provocare inflazione: è la motivazione con cui quel “divorzio” è stato imposto. Ma allora controllarne gli effetti era più facile che non ora, con i deficit in mano a una finanza extraterritoriale.

Oggi tutti i livelli della circolazione monetaria – spese quotidiane delle famiglie; depositi e risparmi; bonifici, fidi e anticipi di cassa delle imprese; spesa pubblica e relativi deficit; investimenti, sia speculativi che non – sono pezzi di un’unica piramide in mano all’alta finanza: una entità anonima, anche se governata da persone in carne e ossa, con nome, cognome e patrimonio personale di ampia entità.

È la privatizzazione totale, nelle mani di un numero sempre più ristretto di «operatori» e beneficiari, di tutto ciò che facciamo, che abbiamo, che siamo: i nostri redditi; i servizi forniti da Governo, Regioni e Comuni; le attività delle aziende, sottoposte ad alti e bassi del credito che rispondono più agli andamenti dei mercati finanziari che ai risultati delle imprese produttive; ma anche le attività di ogni comune cittadino o cittadina che, indipendentemente dai suoi guadagni e dal suo indebitamento personale (mutui, acquisti a rate, prestiti d’onore, cessione del quinto, scoperti bancari) è comunque titolare di una quota di debito pubblico che impone prelievi annuali per pagare interessi che si accumulano con la legge dell’interesse composto.

Il gigantesco debito pubblico italiano è minore degli interessi pagati su di esso dall’anno del divorzio tra Governo e Banca centrale. Ma non è all’impossibile restituzione di quel debito che si punta, bensì a usarlo per imporre la vendita – per ridurre, si dice, quel debito – di tutto ciò che di pubblico o di comune presenta un interesse economico. E questo, anche se in Italia la vendita di tutte le imprese pubbliche non basterebbe a pagare ai detentori del suo debito gli interessi di un anno. L’anno successivo però quegli interessi vanno pagati di nuovo, ma quelle imprese e i loro proventi non ci sarebbero più.

Come uscire da questo circolo vizioso? Per gli economisti mainstream non c’è altra strada che riportare il debito a un livello sostenibile rimborsandolo un po’ per volta, nonostante che quasi mai nella storia i debiti degli Stati siano stati saldati: il loro peso sul Pil veniva riassorbito in tutto o in gran parte dalla crescita o dall’inflazione; oppure venivano condonati; o azzerati con un default: evento molto frequente nella storia, anche se più difficile da sostenere oggi in un’economia globalizzata; perché oggi i creditori degli Stati non stanno in nessun luogo particolare, ma possono palesarsi ovunque e le ritorsioni, anche preventive, che possono attivare sono ubique. Così, nel luglio del 2015, Draghi e la Bce avevano dimostrato alla Grecia che chiudendo i rubinetti del credito si può paralizzare la vita di un intero paese.

Così, se entrare nell’euro può essere stato un errore, l’idea di uscirne unilateralmente, pensando di riconquistare competitività internazionale e sovranità monetaria, non fa i conti con le sanzioni e i costi che ciò comporterebbe; né con le difficoltà tecniche di un’operazione che lascerebbe per mesi, se non anni, mani libere alla speculazione; né, soprattutto, con il mutato contesto internazionale, dove contano sempre di più i meri rapporti di forza. Tutto ciò la rende non solo una strada impraticabile, ma denota anche la sua permanenza all’interno di un orizzonte “liberista”, dove la competitività è una panacea e il governo centralistico della moneta non fa problema.

Per questo, invece di demonizzare le scelte con cui il governo Tsipras ha cercato di far fronte a quel ricatto, in attesa che una parte almeno dell’Europa lo affiancasse nell’opposizione alle politiche della Trojka, sarebbe opportuno ripercorrere a ritroso il filo delle sue scelte, a partire anche da quelle precedenti all’avvento di Syriza al governo. Con il senno di poi, questa rivisitazione non può che confrontarsi con la necessità di costruire, dentro il contesto sociale esistente, circuiti di autonomia monetaria e finanziaria per restituire al denaro, o a una parte di esso, la sua natura di “bene comune” o, per dirla con Karl Polanyi, di «merce fittizia»: un bene che, come il lavoro e la terra (oggi diremmo l’ambiente), non si può comprare e vendere come qualsiasi altra merce, pena la dissoluzione dei legami che tengono insieme convivenza e società.

Si tratta allora, mentre lo si combatte anche in altri modi, di erodere a tutti i livelli praticabili il potere della finanza sulle nostre vite, moltiplicando circuiti monetari il più possibile autonomi e autogestiti: sul territorio, con monete locali oggi largamente sperimentate in diversi contesti e diversi continenti e, come già negli anni ’30 del ‘900, con maggior successo dove hanno il sostegno delle amministrazioni locali (ma oggi, in più, con il vantaggio di poter essere gestite con internet).

A livello interaziendale, con una moneta studiata per aver corso solo nell’interscambio tra imprese, ovviamente, anche qui con una garanzia pubblica. Ed è anche l’ambito in cui si è sviluppato il Sardex: una delle versioni odierne di autonomia monetaria, in questo caso elettronica, introdotta con successo da alcuni anni in Sardegna e che si sta espandendo in diverse regioni italiane, viene studiato in tutto il mondo e sta gradualmente conquistando anche i circuiti del commercio al minuto.

Per quanto riguarda la spesa pubblica, infine, integrandola con soluzioni come i certificati fiscali proposti da Luciano Gallino ed Enrico Grazzini, che consentirebbero il trasferimento di un potere di acquisto aggiuntivo alle piccole imprese e alle fasce più deboli anche senza violare le regole europee. Certo, fino alla sua possibile dissoluzione, di giorno in giorno più probabile, l’euro rimarrebbe il mezzo di pagamento principale (ed esclusivo nelle transazioni internazionali). Ma intanto, in vista di successive trasformazioni, una buona dose di autonomia monetaria sarebbe conquistata.

È questo il risvolto monetario di un programma per favorire e promuovere l’unica alternativa praticabile alla globalizzazione attuale, fondata sulla corsa al ribasso di salari, servizi pubblici, tutele ambientali e solidarietà: l’alternativa della riterritorializzazione o rilocalizzazione di una quota crescente di processi produttivi, di relazioni di mercato, di rapporti di lavoro. Una componente essenziale della conversione ecologica che va affrontata proprio a partire dalla dimensione locale.