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venerdì 2 settembre 2016

Pubblicità regresso

«Quando si parla di fertilità e crescita, o decrescita, demografica,non è, o non solo, un esercizio di buona volontà, come vorrebbe la pubblicità-regresso del governo, o quello delle politiche sociali inesistenti, come vorrebbe chi la contesta». Internazionale online, 1 settembre 2016 (c.m.c.)

 
In un’Italia sommersa dalle immagini di valanghe di rovine e di cadaveri, che vengano da Amatrice o da Aleppo (nessuno l’ha notato, ma sono pressoché sovrapponibili). In un’Italia ossessionata dalla fobia dei migranti, che non si sa mai dove mettere e che sarebbero l’unica garanzia contro la crescita zero, demografica ed economica. In un’Italia massacrata da una crisi economica senza uscita, dove i diritti sociali sono carta straccia, il welfare è un vago ricordo e la precarietà è diventata una forma di vita.

In un’Italia depressa, ansiosa e rancorosa, dove la politica non offre più canali positivi all’insoddisfazione sociale. In un’Italia che puzza di vecchio, per la senescenza delle idee e per la depressione delle energie più che per l’età media della popolazione. In un’Italia dove sembra che più nulla di pubblico possa essere detto nella lingua materna, il governo lancia una campagna pubblicitaria per un “Fertility Day” che fa venire voglia ai pochi che ci viviamo ancora di fare le valigie, altro che allestire culle con trine e merletti.

Ci vogliono riportare agli anni cinquanta, paventano molte reazioni femminili sui social. Sì e no. È vero che la tipa (triste) con la clessidra in mano della prima cartolina pubblicitaria ricorda le ragazze (allegre) con la bottiglia di Coca-Cola in mano del decennio del boom, ma l’intera serie delle cartoline ministeriali va a pesca nell’immaginario di parecchi decenni, compreso quello attuale. Evoca l’imperativo fascista di fare figli degli anni venti e trenta, tanto per cominciare: dato che siamo in Italia, dove il fascismo è sempre endemico, si va sul sicuro.

Ma strizza l’occhio allo slang della sinistra radicale, con lo slogan “la fertilità è un bene comune”. E solletica l’etica neoliberale, col riferimento alla “creatività” delle generazioni precarie. Che volete di più da una campagna ministeriale? L’agenzia di comunicazione che l’ha prodotta deve averci pensato su bene. Col risultato di mandare in bestia tutte, e molti: c’è un troppo che storpia, e suona più o meno come una presa per i fondelli. Un messaggio di pedagogia autoritaria camuffato da pedagogia auto-imprenditoriale, in perfetto stile neolib-neocon. Troppo smaccato: perfino Renzi ha dovuto prenderne le distanze.

Epperò dev’essere vero che ogni società ha il governo che si merita. Perché le reazioni contro la pubblicità-regresso riescono a essere a loro volta non meno regressive del messaggio ministeriale. Si va dalle proteste, alla Saviano, contro l’uso statuale della fertilità come “bene comune”, che sarebbe lesivo della sua intangibilità individuale e privata, alle sollevazioni femministe contro l’ingiunzione a procreare in un paese in cui tutto, dalla disoccupazione ai bassi stipendi e dalla precarietà alla mancanza degli asili nido, fa ostacolo al desiderio di maternità.

Su tutto domina un linguaggio statistico-economico che con la lingua del desiderio ha pochissimo a che fare: è vero, il problema c’è, in Italia il tasso di natalità è troppo basso, il paese invecchia, i giovani tardano a farsi una famiglia, le donne non ce la fanno a tirare avanti lavoro (quando c’è, ma non c’è) e figli, ci vogliono politiche per la famiglia non campagne pubblicitarie a effetto… Ma siamo sicure?

Tanto per cominciare, il problema della bassa crescita, o della decrescita, demografica è un classico problema che andrebbe affrontato in termini globali e non nazionali. E in termini globali, notoriamente, il problema non c’è, semmai c’è il problema opposto. Che l’Italia, e l’Europa tutta, invecchino e mettano al mondo pochi bambini non è solo un effetto della crisi economica e dello smantellamento del welfare: è anche un effetto dei muri che si alzano, dell’arroccamento xenofobo e razzista, di politiche dell’immigrazione ossessionate dalla sicurezza e senza alcuna sensibilità demografica, di politiche militari incuranti della vita che nasce e cresce oltreconfine, per tacere di altri fattori culturali che pesano come macigni, dalla crisi dell’idea di futuro al declino dell’egemonia occidentale.

In secondo luogo, il calo della fertilità non è attribuibile solo a ostacoli di natura economica. Non si può affrontare il tema come se il desiderio di maternità fosse un dato certo, ostacolato dalla mancanza di reddito, sussidi e strutture. Un lavoro fisso, uno stipendio e un asilo nido sotto casa di certo incoraggiano a mettere al mondo un figlio più di quanto scoraggino la disoccupazione, il precariato e l’assenza di incentivi, ma poi, anzi prima, c’è dell’altro.

C’è la logica, e l’ambivalenza, del desiderio, che non è mai un dato certo: c’è e non c’è, ci può essere e può non esserci, va e viene, può imporsi e può fallire, senza per questo diminuire la pienezze della vita di una donna. C’è la logica, e la fragilità, delle relazioni fra i sessi scosse dalla fine del patriarcato, che si ripercuote per vie spesso insondabili sull’infertilità delle coppie. Ci sono le incertezze dell’identità sessuale, il gender trouble che non si sa perché siamo tutte pronte a rivendicare come fattore di libertà ma non sempre facendoci carico del trouble che comporta anche sul piano procreativo. C’è la logica imprevedibile della sessualità, che ha che fare con le ragioni dell’inconscio e non con la contabilità della spesa sociale. C’è la logica più prevedibile ma tutt’altro che certa delle tecnologie riproduttive che l’infertilità ambirebbero a risolverla. E c’è, su tutto, la libertà di non fare figli, che nel femminismo abbiamo guadagnato come libertà di grado non inferiore a quella di farli.

Quando si parla di fertilità e crescita, o decrescita, demografica, il catalogo è questo, non, o non solo, quello di un esercizio di buona volontà, come vorrebbe la pubblicità-regresso del governo, o quello delle politiche sociali inesistenti, come vorrebbe chi la contesta. È il catalogo che fu scoperchiato, agli albori del femminismo, dalla pratica dell’autocoscienza, una pratica che ci insegnò fra l’altro, vorrei dire a Roberto Saviano, come si rende politico un problema personale senza per questo renderlo disponibile a imposizioni statuali. È quel catalogo che va ripreso in mano contro l’album delle cartoline ministeriali: a patto di non pararsi, questo invece vorrei dirlo alle giovani amiche femministe, dietro una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio.