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venerdì 2 settembre 2016

Paestum, il tuffatore è via

«Il simbolo degli scavi prestato all’Expo, poi in tour». Il misero destino riservato a tanti capolavori: da massimi esempi della cultura universale, a brand da sfoggiare ed esportare. Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2016 (p.d.)


Si è tuffato nell’estate del 2015 a Milano – non una gran piscina, in realtà, ma c’era l’Expo – e da allora chi l’ha più rivisto: di lui, a Paestum, è rimasto solo il disegnino sul logo del Parco archeologico. La Tomba del Tuffatore, attrazione principale del museo prospiciente i bellissimi templi greci, è assente da oltre un anno e non tornerà a “casa” almeno fino a ottobre: ingaggiato come guest star della mostra “Mito e Natura. Dalla Magna Grecia a Pompei”, il Tuffatore è stato esposto a Palazzo Reale di Milano fino a gennaio 2016, per poi essere trasferito, con il resto delle opere dell’allestimento, all’Archeologico di Napoli, dove rimarrà fino al 30 settembre.

A voler essere maligni e sbrigativi, il Tuffatore è passato direttamente dal supercommissario renziano di Expo, Beppe Sala, al superdirettore renziano del museo partenopeo, Paolo Giulierini, tra i venti nominati nell’agosto 2015 dal Mibact di Dario Franceschini: la sua fu una delle nomine più discusse poiché l’etruscologo fu celermente promosso dal piccolo Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona all’immenso ginepraio dell’Archeologico.

Intanto a Paestum, col cerino in mano, è rimasto Gabriel Zuchtriegel, archeologo tedesco, il più giovane dei venti succitati direttori museali, in carica da un anno. Tuttavia, quando fu deciso e avviato il primo prestito (direzione Milano), nella primavera 2015, il sito cilentano era diretto da Marina Cipriani, che allora assicurò al Corriere del Mezzogiorno: “Il Museo non verrà “spogliato” della Tomba in quanto nei locali devono svolgersi quanto prima alcuni lavori di ristrutturazione e quindi comunque almeno per due-tre mesi il Tuffatore non sarebbe stato visitabile. Traslocarlo a Milano significa richiamare sull’opera tutta l’attenzione che merita”.

Orbene, la sala “Mario Napoli” (dal nome dell’archeologo che scoprì la tomba nel 1968, a due chilometri a sud di Paestum), che ospitava l’opera, è ancora in restauro: i lavori sono stati affidati il 19 maggio e partiti il 23, con consegna prevista entro 60 giorni, ma a oggi la stanza è ancora inagibile e lo sarà fino al ritorno del Tuffatore. I tempi si sono, insomma, raddoppiati, e la beffa è che è sotto gli occhi di tutti, a differenza di altri cartelli informativi illeggibili e di schermi interattivi guasti, posti a mo’ di didascalia accanto a opere e monumenti: fuori dalla sala Napoli, viceversa, un orrendo tendaggio bianco spiega ai turisti modi, tempi e dettagli del restauro, ovviamente disattesi. Ma per fortuna i visitatori sono soprattutto stranieri e il cartello è in italiano.

Dal museo, intanto, fanno sapere che “i lavori saranno ultimati e la sala pronta per il rientro del Tuffatore a Paestum”, quindi tra un mese, si spera. Dacché è stata scoperta quasi 50 anni fa, la Tomba è stata spostata solo un’altra volta, nel 1996, a Palazzo Grassi a Venezia per una mostra su “I Greci in Occidente”: allora il trasloco durò solo qualche mese, da marzo a dicembre, e il ministero si spese per non lasciare a bocca asciutta Paestum e altri musei privati temporaneamente delle proprie opere, organizzando, in contemporanea ai prestiti, “esposizioni su temi complementari nei siti originari della Magna Grecia”.
Col tempo, evidentemente, anche i soggiorni fuoriporta delle opere si sono allungati: ad esempio, la statua marmorea di Hera, rinvenuta nell’Heraion (Santuario di Hera, “attualmente chiuso, ci scusiamo per il disagio”, dal sito online del Parco), è volata in Cina qualche mese fa e lì rimarrà fino a novembre 2017. E pensare che il museo era nato nel 1952 proprio per esporre metope e materiali provenienti dagli scavi dell’Heraion, materiali ancora oggi in mostra, spesso al buio.

Della capitale importanza dell’antica Poseidonia e dei suoi reperti si accorse subito l’archeologo Napoli, che definì la Tomba del Tuffatore “il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte... Sollevata la lastra di copertura, ecco apparire la tomba completamente affrescata, non solo nelle pareti interne delle quattro lastre formanti la cassa, ma anche, e questa è una strana novità, all’interno della copertura”. Il Tuffatore, che dà il nome all’intera tomba, è raffigurato proprio su quella lastra di copertura e circondato da scene di simposi e amoreggiamenti vari, classico esempio di “ironia tragica” degli antichi. Quanto all’“ironia tragica” dei moderni, basta recarsi al Museo Archeologico partenopeo: il mare non bagna Napoli, ma il Tuffatore ci si è buttato lo stesso.