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lunedì 26 settembre 2016

L’utopia latina di Hobsbawm

Le ragioni dell'interesse dello storico marxista per i movimenti popolari nell'America latina in un suo libro postumo: "Viva la Revolución,  Il secolo delle utopie in America latina". il manifesto, 26 settembre 2016




All’America latina nel suo insieme si può estendere ciò che Porfirio Díaz usava dire del suo paese: «Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti». A partire dal secondo dopoguerra, e soprattutto dopo la rivoluzione cubana del 1959, l’America del sud è diventata agli occhi del mondo l’antitesi di un capitalismo, quello statunitense, prossimo e prepotente, la culla della rivoluzione possibile. Il fascino esercitato da questa prospettiva sull’opinione pubblica europea, e in particolare sugli intellettuali, è stato, come si sa, straordinario: mentre le classi operaie del vecchio continente abbandonavano via via l’utopia rivoluzionaria, le masse dei lavoratori dei paesi del Terzo mondo, e quelle sudamericane in particolare, si trasformavano, nell’immaginario ancor prima che nella realtà, in alfieri della rivoluzione mondiale.

Di questa potente, persistente fascinazione, il nuovo libro – uscito postumo – di Eric Hobsbawm, Viva la Revolución Il secolo delle utopie in America latina (Rizzoli, pp. 443, 25,00) è una testimonianza importante, e in certi punti toccante. Vi si raccolgono gli scritti sul continente sudamericano composti nell’arco di un quarantennio dal famoso storico marxista britannico, scomparso nel 2012 e autore di testi cruciali, che hanno fatto scuola: dai celebrati studi su I ribelli (del 1966) e I banditi (del 1971), al notissimo lavoro di sintesi sul Novecento: Il secolo breve (del 1995).

In questo caso, gli scritti raccolti non sono saggi di storia ma piuttosto interventi d’occasione, riflessioni di taglio politico e civile, che ci parlano – letti oggi – più di Hobsbawm, delle sue percezioni, dei suoi entusiasmi e delle sue idiosincrasie, che dell’America latina; e più del viaggiatore appassionato, analista impegnato e intellettuale marxista, che dello storico.

Prima di morire, fu lui stesso a concepire questa silloge, curata da Leslie Bethell, reputato specialista di storia sudamericana, ma soprattutto suo amico personale. Scorrendo i saggi si capisce bene il senso della raccolta. Per Hobsbawm l’America Latina è stata due cose insieme, e tutt’e due importanti: da un lato questo continente sterminato e così variegato ha costituito una specie di realtà controfattuale sulla quale misurare la capacità di comprendere un mondo solo apparentemente simile ma in sostanza assai diverso; dall’altro essa ha rappresentato per lui il luogo dove ricostruzione storica e analisi politica si toccano e si intrecciano: mescolando la irrinunciabile speranza della rivoluzione alla sua scarsa probabilità concreta.

In entrambi i casi la posta in gioco non è piccola, essendo in questione la capacità della storia – e soprattutto di quella branca di storia sociale dal basso che Hobsbawm praticava e prediligeva – di spiegare il mondo.

Lo storico inglese non nasconde affatto le difficoltà di capire l’America Latina e anzi afferma con decisione che nulla è più sbagliato che seguire gli schemi usati (e abusati) dell’analisi storico-sociale e politologica europea. La sfida intellettuale è però difficile: come interpretare, ad esempio, quel che è accaduto in Bolivia nel 1952 vale a dire la presa del potere da parte di una coalizione eterogenea (il Movimento Nazionale Rivoluzionario) di nazionalisti, trozkisti e simpatizzanti del nazismo ma capace di nazionalizzare le miniere, redistribuire le terre, attuare la riforma educativa e dare diritti civili agli Indios?; o capire come mai la Colombia, un paese che detiene il record sudamericano di vita parlamentare, sia stato al contempo tormentato dal 1948 al 1958 dal più efferato ed endemico scontro armato di massa dell’emisfero occidentale, noto come il periodo della violencia?

Oppure, come spiegare perché il comunismo tanto nella variante ortodossa sovietica quanto in quella maoista non abbia mai veramente attecchito in America Latina se non in frange radicali (neppure i membri del movimento cubano del 26 luglio, i cosiddetti barbudos della Sierra Maestra, erano in origine comunisti, lo sarebbero diventati poi); e soprattutto come leggere le forme della protesta e della lotta sociale, ancorate al populismo, fenomeno che Hobsbawm descrive come una sorta di rivolta del povero contro il ricco, sostenuta equanimemente da intellettuali di sinistra e da militari nazionalisti, e dominata da leader carismatici.

La spiegazione che viene abbozzata suona così: mentre in Asia e Africa il comunismo è stato anche il linguaggio della decolonizzazione, in America Latina i precoci movimenti di indipendenza primo-ottocenteschi sono stati sostenuti da esigue frange semi-urbanizzate, e hanno lasciato immense masse rurali al di fuori della politica e, in sostanza, della storia. Solo nel secondo dopoguerra i poveri e gli oppressi si sono «risvegliati», ma inventando forme peculiari di mobilitazione che vanno capite dall’interno, in profondità, e non attraverso schemi tradizionali.

Di questo scarto tra realtà sudamericane e percezioni europee la figura di Ernesto «Che» Guevara è emblematica. La sua leggenda, scrive Hobsbawm, ha trasfigurato la natura del suo impegno politico, facendone un eroe romantico e anzi byroniano, per cui si può dire che Camiri (la città boliviana dove fu ucciso) è «la Missolungi degli anni sessanta». Hobsbawm cerca di sovvertire questa immagine mostrando il percorso di vita che fece di Guevara un bolscevico, e perciò duro, disciplinato, antiretorico. Non è solo un errore di percezione l’aver scambiato per antinomista e libertario un uomo interamente dedito alla rivoluzione. Hobsbawn non nasconde infatti la sua avversione verso la teoria del foco, promossa da Guevara e teorizzata da Regis Debray, l’illusione volontaristica di una rivoluzione importata dall’esterno, senza vere base sociali, a partire da piccoli gruppi di guerriglieri insediati sulle montagne e in zone frontaliere.

destinata perciò alla sconfitta.

Emerge qui la diffidenza di Hobsbawm verso soluzioni tutte politiche e viceversa l’insistenza nel tentare di trovare una chiave sociale per spiegare i peculiari stili ideologici latino-americani, quelle «strane» forme di lotta politica che vi si manifestano. Per questo gran parte del libro è dedicato all’analisi delle masse contadine e al periodo degli anni cinquanta/sessanta più che a quello degli anni settanta/ottanta: perché il territorio privilegiato della sua osservazione, dove egli ha più insistentemente cercato le chiavi di spiegazione della realtà, è il mondo delle campagne, cui sono dedicate le sue più corpose riflessioni: su haciendas, condizioni di lavoro, contratti e così via. Il che porta a un curioso contrasto tra quello che si può leggere nei suoi articoli del tempo e la parte dedicata all’America Latina nella sua autobiografia (Anni interessanti), attenta ai rapidi processi di trasformazione della società sudamericana, come ad esempio il terribile contrasto tra l’enorme povertà di Recife e il moltiplicarsi dei grattacieli di San Paolo, oppure l’affollarsi nelle periferie urbane di masse di diseredati che comprano a rate i jeans e le magliette.

Sicché viene da chiedersi se non si possa, oggi, avere sull’America Latina uno sguardo ancora diverso, che scorga in fenomeni come il populismo non la stigmate di una storia eccentrica ma qualcosa da ripensare sulla base di certe tendenze dell’occidente contemporaneo, europeo e nord americano, in una varietà che va dalla retorica di soggetti come Donald Trump (o per restare in Italia come Berlusconi o Grillo) alle forme nuove, diverse e «trasversali» di aggregazione sociale e di mobilitazione politica.

Non lo si sarebbe potuto pretendere da Hobsbawm, storico a tutto tondo del Novecento, ma soprattutto storico novecentesco, stretto tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della intelligenza: Bethell racconta nella introduzione di essere andato a trovarlo, nell’ottobre del 2002, nella sua casa londinese, a Hampstead, per festeggiare la vittoria elettorale di Lula. Dopo aver stappato lo champagne e brindato, Hobsbawm sussurrò: «e adesso suppongo che aspettiamo ancora una volta di restare delusi».
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