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martedì 13 settembre 2016

Le rotte verso l’Italia raccontate dai migranti

«L’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu) ha presentato una mappa interattiva, realizzata sulla base delle testimonianze di mille migranti arrivati in Italia dall’Africa negli ultimi tre anni (2014-2016)». Internazionale.online, 13 settembre2016 (c.m.c.)



Dall’inizio del 2016 in Italia sono arrivate 124.475 persone attraversando il Mediterraneo, la maggior parte di loro proviene dall’Africa subsahariana e ha alle spalle un lungo viaggio attraverso l’Africa, di cui la traversata è solo l’ultima tappa. Il 13 settembre a Roma l’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu) ha presentato una mappa interattiva, realizzata sulla base delle testimonianze di mille migranti arrivati in Italia dall’Africa negli ultimi tre anni (2014-2016).

Le rotte più battute.

La rotta principale percorsa dai migranti dall’Africa occidentale passa attraverso il Niger e la Libia per poi arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia (rotta occidentale-est). Dal Senegal, Gambia, Guinea e Costa d’Avorio i migranti si spostano prima a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere il Niger. Una via alternativa passa da Bamako a Gao, in Mali, per poi arrivare a Niamey, in Niger.

Molti nigeriani raggiungono il Niger attraverso Kano. Alcuni migranti provenienti dal Camerun hanno raccontato di aver attraversato il Ciad per raggiungere Madama in Niger e proseguire fino in Libia. Da Agadez a Sabah comincia un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, che tutti i migranti sono costretti ad affrontare per raggiungere la Libia. La durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi.

Le rotte orientali.

La principale rotta dal Corno d’Africa passa attraverso il Sudan e la Libia per raggiungere l’Italia attraverso il canale di Sicilia (Rotta orientale-centro). Dopo aver attraversato il confine tra Eritrea e Sudan, che è molto pericoloso, la maggior parte dei migranti raggiunge Kassala o il campo profughi di Shagrab in Sudan oppure il campo di Mai Aini in Etiopia. Una volta raggiunta Khartoum, i migranti attraversano il deserto verso la Libia con i pick-up. Un percorso alternativo e più breve attraverso il deserto parte dalla città di Dongola a nord di Khartoum.

Generalmente, un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro verso Khartoum. I migranti vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio dal Sudan fino alla Libia varia da mille a 1.500 dollari. La maggior parte dei migranti raggiunge poi Agedabia situata in Cirenaica, a pochi chilometri dalla costa mediterranea. Dal nord della Libia i migranti cercano di raggiungere la costa a Bengasi (nel nordest) oppure a Zuwara e Sabratha (a ovest di Tripoli e più vicine alla Sicilia) per poi imbarcarsi.

La durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa (la maggior parte eritrei) è di tre mesi. L’Etiopia e il Sudan sono i paesi dove i migranti eritrei rimangono più a lungo. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti. La somme pagate dai migranti per affrontare queste rotte, in genere più alte dal Corno d’Africa, possono variare. In Libia, Niger e Sudan i migranti rischiano di essere sequestrati e messi in carcere.

La diffusione della tortura.

I traumi estremi come la tortura e le violenze sono un’esperienza comune durante il viaggio. Più del 90 per cento dei migranti intervistati ha raccontato di essere stato vittima di violenza, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nel paese di origine e lungo la rotta migratoria, in particolare in luoghi di detenzione e sequestro in Libia.

La privazione di cibo e acqua, le pessime condizioni igieniche sanitarie, le frequenti percosse e altri tipi di traumi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti. Ci sono altre forme di tortura più specifiche sia fisiche sia psicologiche a cui sono sottoposti i migranti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato.

Le ferite invisibili.

Nei centri di accoglienza in Sicilia (Mineo, Ragusa), l’82 per cento dei richiedenti asilo seguiti da Medu (162 pazienti) presentava ancora segni fisici compatibili con le violenze raccontate. Tra i disturbi psichici più frequenti registrati dai medici e dagli psicologi di Medu: il disturbo da stress post traumatico (ptsd) e altri disturbi legati a eventi traumatici, ma anche da disturbi depressivi, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno.

Quando Shiva, una bambinadi dieci anni proveniente dalla Liberia, disegna il mare, lo colora sempre di nero, perché per lei, sopravvissuta a un naufragio per raggiungere l’Europa, il Mediterraneo rappresenta il dolore. Spesso questi disturbi ricevono meno attenzione delle malattie fisiche, sono ignorati o diagnosticati in ritardo. Questo, oltre a comportare un peggioramento e una cronicizzazione del quadro clinico, provoca gravi difficoltà al percorso di integrazione dei migranti nei paesi di asilo.

In fuga dalla persecuzione e dai lavori forzati.

I racconti sono stati raccolti dagli operatori e dei volontari dell’organizzazione in diversi centri diaccoglienza, in particolare in Sicilia, ma anche a Roma nei luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura, o a Ventimiglia e in Egitto. Tra i migranti provenienti dal Corno d’Africa, e in particolare dall’Eritrea, il motivo principale della fuga è il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, un sistema paragonabile ai lavori forzati. I fattori che spingono alla migrazione dai paesi dell’Africa subsahariana occidentale sono più eterogenei: tra le persone intervistate la prima causa è la persecuzione politica, mentre le motivazioni economiche sono alla base del viaggio per il 10 per cento dei migranti.