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giovedì 29 settembre 2016

La giustizia climatica non può attendere

«Intervista a Dorothee Häussermann."C’è un enorme lavoro da fare per riorganizzare radicalmente la nostra vita quotidiana e oggi abbiamo la tecnologia per farlo. Bisogna politicizzare il senso comune "». Il manifesto, 29 settembre 2016 (c.m.c.)



Lo scorso luglio è stato il mese più caldo di sempre. Le temperature medie mondiali continuano a salire. Sono 360 ormai i mesi consecutivi con una temperatura più alta rispetto a quella media registrata durante tutto il secolo scorso. 360 mesi di fila, 30 anni. E il 2016 si preannuncia già come l’anno che batterà ogni record.

Se dai protocolli di Kyoto agli accordi di Parigi qualche passo in avanti è pure stato fatto, la velocità del riscaldamento climatico e soprattutto l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera (dal 2014 siamo ben oltre la soglia dei 350 ppm, ritenuta da molti climatologi, fra cui James Hansen, come la soglia di concentrazione oltre cui la biosfera è a rischio) richiederebbero azioni istituzionali, drastiche e immediate.

I due settori chiavi su cui bisognerebbe agire subito sono l’Agrobusiness (in particolare gli allevamenti industriali) e il consumo di combustibili fossili. Ma gli interventi tardano anche perché smontare una macchina in piena accelerazione richiederebbe un atto di forza che nessuna istituzione internazionale sembra voler esercitare realmente.

Non stupisce che dal 3 al 15 maggio 2016, a poche settimane dunque dalla prima ratifica degli accordi di Parigi (il 26 aprile 2016 a New York) una rete di organizzazioni ambientaliste coordinate da 350.org abbia dato vita alla più grande azione di disobbedienza civile mai organizzata contro l’estrazione e il consumo di combustibili fossili.

La campagna Break free from Fossil Fuel ha coinvolto più 30 mila attivisti in tutto il mondo, coordinando globalmente occupazioni, manifestazioni e azioni di sabotaggio in 12 Paesi su cinque continenti: dalle Filippine agli Stati Uniti, dalla Nigeria al Brasile, dall’Australia all’Indonesia, dai Paesi Bassi all’Inghilterra alla Turchia. Ma è in Germania che è stata organizzata l’azione di disobbedienza civile più imponente: per quattro giorni, dal 13 al 16 maggio, l’associazione tedesca Ende Gelände («Fino a qui e non oltre») ha mobilitato più di 3500 persone in Lusazia, nella regione tedesca di Brandeburgo. Abbiamo raggiunto Dorothee Häussermann, attivista di Ende Gelände che sarà in Italia all’inizio di ottobre per partecipare ai Colloqui di Dobbiaco (30 settembre – 2 ottobre) organizzati da Wolfgang Sachs.

Dorothee puoi raccontarci cosa è successo in Brandeburgo lo scorso maggio?

Abbiamo bloccato un’enorme miniera di carbone in Lusazia. La Vattenfal, che è una delle quattro società tedesche per la produzione di energia, è proprietaria dell’intero bacino carbonifero. All’inizio del 2016 ha deciso di vendere questa enorme miniera di carbone lignite al miglior offerente. Si parla tanto in Europa di politiche ambientali. Questa sarebbe un’occasione perfetta per chiudere un bacino carbonifero, bonificarlo e investire in nuove tecnologie verdi.

Invece che si fa? Non solo si permette la vendita di questa miniera, ma si dà perfino la possibilità al nuovo investitore di costruire nuovi impianti, aumentare la quantità di carbone estratto e quindi di peggiorare le condizioni ambientali già drammatiche di questa regione. Il nostro messaggio è molto chiaro ed è diretto al futuro investitore. Dovrà sapere che gli impediremo con ogni mezzo di continuare l’estrazione del carbone. Saremo un costo altissimo per il suo investimento. Il carbone deve restare dove è. La miniera va chiusa. Investa in energie rinnovabili.

Come è stata accolta la vostra protesta dal governo del Brandeburgo?

Non abbiamo alcuna sponda istituzionale. In Brandeburgo è al governo un’alleanza rosso/verde (Spd e Verdi dal 2009) ma il paradosso è che perfino i verdi sono a favore delle miniere. La politica tradizionale è totalmente cieca e sorda. Per questa ragione la nostra unica possibilità è quella di organizzarci e di forzare questa insensata condizione di blocco attraverso azioni di disobbedienza civile di massa. La situazione ambientale è gravissima. Ma nessuna forma di potere istituzionale vuole prendersi la responsabilità di intervenire, soprattutto contro la grande finanza e le sue politiche ambientali distruttive.

Ende Gelände fa parte di una rete internazionale di associazioni e attivisti. Come siete organizzati?

La nostra organizzazione è fatta quasi completamente di volontari. Alcune persone lavorano a tempo pieno per coordinare la comunicazione mediatica, i siti web e le relazioni internazionali con le altre associazioni. Per il resto siamo tutti attivisti. Crediamo che la politica debba recuperare il suo lato alto, nobile. Del resto, lottiamo per interessi comuni e quindi anche per noi stessi.

Scopo principale della vostra lotta politica è quello di fermare il riscaldamento globale. Da anni ormai esistono studi Onu e Fao che mostrano come il ciclo agricoltura intensiva/deforestazione e allevamenti industriali sia corresponsabile del riscaldamento globale in una percentuale addirittura maggiore rispetto a quello dell’uso dei combustibili fossili.

La situazione generale è grave e complessa. Noi lottiamo per una giustizia climatica. Facciamo parte di una rete internazionale: solo mettendo insieme la somma delle azioni di tutte le organizzazioni ambientaliste possiamo avere un’immagine della totalità dell’azione politica dei movimenti di contestazione. Ogni gruppo lavora su obiettivi specifici. Noi vogliamo impedire che le miniere della Vattenfal vengano vendute. Ma accanto a noi altri gruppi lavorano per convertire l’agricoltura industriale in agricoltura biologica, per chiudere gli allevamenti intensivi, per sperimentare forme di energie sostenibili e così via. C’è un enorme lavoro politico da fare. Dobbiamo riorganizzare radicalmente la nostra vita quotidiana. Oggi abbiamo la tecnologia per farlo. Ormai è solo lotta politica. Dobbiamo riuscire a politicizzare il senso comune.

Di cosa parlerai ai colloqui di Dobbiaco?

La politica deve tornare ad essere una parola nobile. Per farlo deve però necessariamente implicare altri due concetti: il concetto di empatia e quello di giustizia.
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