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sabato 24 settembre 2016

La città che Jane Jacobs non saprebbe più riconoscere

«Gli ingredienti della vitalità urbana che osservava dalla finestra di casa sua se ne sono andati con il massiccio processo di sostituzione sociale».Millenniourbano online, 21 settembre 2016 (c.m.c.)



Chi non vorrebbe vivere in un quartiere fatto di edifici di dimensioni limitate, strade facilmente percorribili a piedi, tanti negozi per le necessità quotidiane, le scuole, i servizi e un parco a distanza ravvicinata? La risposta è ovvia e tuttavia la vera domanda da porsi è la seguente: esistono quartieri con quelle caratteristiche o si tratta di uno spazio urbano ideale che trova scarsi riscontri nella città contemporanea?

In Vita e morte delle grandi città Jane Jacobs ha individuato quattro fondamentali fattori in grado di evidenziare il buon funzionamento di un quartiere: la presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e, infine, una buona densità di popolazione per favorire l’incontro delle persone. Queste caratteristiche non erano teoriche ma appartenevano al quartiere dove Jane Jacobs viveva. La sua osservazione, elaborata a partire dall’esperienza diretta e per scongiurare i progetti di rinnovamento urbano dell’urbanistica razionalista novecentesca, le ha consentito di individuare gli ingredienti che meglio definiscono la vitalità urbana.

Il punto di vista della giornalista che a New York abitava dalla metà degli anni ’30 del secolo scorso, non può tuttavia essere considerato in maniera avulsa dal momento storico in cui ha preso forma. Ancora alla fine degli anni ’50, periodo a cui risale la stesura del suo libro, New York era una città industriale e allo stesso modo nel Greenwich Village, il quartiere dove Jacobs ha vissuto fino al 1968, la presenza delle attività produttive era molto cospicua. Che cosa ha dunque in comune lo spazio dove risiedeva una folta rappresentanza della working class di una città fortemente industriale con l’odierno quartiere esclusivo di uno dei principali centri finanziari del mondo?

E’ questo il punto dal quale partono le considerazioni di Benjamin Schwarz, autore di The American Conservative, implacabilmente intese a smontare il mantra del quartiere urbano vitale (stigmatizzato attraverso il suo acronimo VUN, Vibrant Urban Neighborhood), come sintesi avulsa dalla contemporaneità di un contesto spaziale cancellato da più di mezzo secolo di trasformazioni fisiche e sociali.

Cosa differenzia l’ideal tipo del quartiere vitale osservato da Jane Jacobs dai bei propositi dell’urbanistica post-novecentesca? La risposta è semplice – secondo Schwarz – e riguarda la mancanza di quella componente demografica che sostiene con la propria evoluzione la vitalità del quartiere: i bambini. In Cities without children Schwarz stigmatizza i cosiddetti VUN come ambiti urbani sostanzialmente privo di ciò che a Mother Jacobs è servito come lente d’ingrandimento per le sue osservazioni: i figli, i suoi e quelli delle altre famiglie del vicinato.

Posti come il Village e molti altri distretti urbani alla moda sulle due sponde dell’Atlantico, sono ben altro – sostiene Schwarz – che quartieri dotati di tutti quegli ingredienti che ne sostengono la vita rendendoli vivaci e vivibili. Si tratta, più che altro, di parchi di divertimento per giovani adulti, quei 20-30enni senza figli (e nemmeno in procinto di averne) a cui poco interessa della presenza di scuole e di spazi adatti allo sviluppo di individui in crescita.

D’altra parte non è difficile rendersi conto del fenomeno, al quale Schwarz allude tirando in ballo anche la mitica Creative Class di Richard Florida. Provate ad aggirarvi per il centro storico di Amsterdam o per il Navigli district di Milano o tra le strade di Kazimierz, l’ex quartiere ebraico di Cracovia, giusto per fare tre esempi a caso, e vi renderete conto che la piramide demografica per certi settori urbani, particolarmente attrattivi per la loro vitalità, è una espressione priva di significato. Solo giovani, quasi nessun bambino e qualche residuale esponente delle altri classi d’età che si aggira come un pesce fuor d’acqua tra bar, ristoranti e negozi nei quali, probabilmente, non sente nessun bisogno di entrare.

Sembra allora che esista un malinteso sul concetto di vitalità urbana e se è così esso ha a che fare con la distorsione dell’idea di diversità che si pretende di individuare nei quartieri più vivaci e desiderabili. Non basta trovarsi tra persone che parlano lingue diverse e a cui piace sperimentare la cucina di diversi paesi :è la diversità sociale e demografica a consentire ai distretti urbani di essere vitali nelle differenti ore della giornata e non solo al calar del sole.

D’altra parte Jane Jacobs ha descritto chiaramente nel suo libro quanto sia importante questo tipo di diversità per il luogo in cui viveva. «Se il quartiere dovesse perdere le sue attività industriali, per noi residenti sarebbe un disastro: molti esercizi commerciali scomparirebbero, non riuscendo a sostenersi con la sola popolazione residente. Viceversa se le attività industriali dovessero perdere noi residenti, scomparirebbero molti esercizi commerciali, che non troverebbe più nei soli lavoratori esterni la possibilità di sopravvivere.»

Se Jane Jacobs tornasse ad analizzare il quartiere dove ha fatto crescere i suoi figli, dovrebbe per prima cosa registrare tutte le trasformazioni che, così come in molti altri settori urbani sparsi per il mondo, sono state introdotte dalla scomparsa delle attività produttive. Il Village che i suoi occhi osservavano quasi sessant’anni fa è ora un luogo pieno di locali per hipster, non il quartiere che si animava per la pausa pranzo dei tanti operai italo-americani che affollavano la parte meridionale di Manhattan.

Gli ingredienti della vitalità urbana che osservava dalla finestra di casa sua se ne sono andati con il massiccio processo di sostituzione sociale che ha investito gran parte delle aree centrali dei centri urbani ad antica vocazione industriale e quanto sia vitale la presenza in quegli stessi luoghi di schiere di giovani creativi è fenomeno ancora tutto da dimostrare.
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