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sabato 10 settembre 2016

Il nuovo feudalesimo dei cacciatori d’energia

La Sardegna terra di conquista: per ottenere contributi pubblici e produrre energia da vendere altrove si distruggono risorse dell'agricoltura locale con l'intimidazione e l'esproprio. Resisterà la Regione autonoma? La Nuova Sardegna, 10 settembre 2016


È normale che la Sardegna possa sembrare la terra promessa ai nuovi speculatori dell'energia. Ai quali bastano quelle dei cacciatori di energia due o tre informazioni sull'isola ricattabile: spopolata, povera, in vendita: prezzi stracciati a qualche km dal mare. Ampia scelta di aree e in caso di difficoltà nell'acquisizione, una legge dello Stato (2003) per consentire agli acquirenti di alzare la voce. Pure nella Regione Autonoma. Bentornato Feudalesimo, avrà pensato EnergoGreen. La società decisa a provarci nell'isola, con un nome più domestico – Flumini Mannu –, rassicurante per i sardi notoriamente più indulgenti verso chi esibisce una parentela da queste parti (avranno saputo del successo strepitoso della birra con il marchio QuattroMori ?). Un ufficio a Macomer e via. Dal 2012 a caccia di terre tra le proteste delle comunità locali. Provarci. Come a Decimoputzu ( e non solo) dov'è grande lo sconcerto per l'iniziativa di Flumini Mannu: quando dici “non è possibile!”. Perché non è possibile quella distesa di specchi acchiappasole, circa 270 ettari coinvolti in piena campagna (tre volte i quartieri storici di Cagliari). Quanto basta per sconvolgere un paesaggio e pure il clima dei dintorni.

Ma la vera sorpresa non è un'azienda che fa il suo mestiere, quanto i risvolti della legislazione nazionale: accondiscendente verso questi impianti al punto di consentirne la realizzazione dovunque. Anche nelle zone dove non sono ammessi - in Sardegna come in altre regioni - usi diversi da quelli agricoli. Per cui non conterebbe nulla la pianificazione locale; e neppure il buon senso: la disponibilità di zone industriali dismesse, adatte ad accogliere con qualche accorgimento quelle attrezzature.

Ma c'è di più. Gli impianti alimentati da fonti rinnovabili sono per legge “di pubblica utilità”. E non per il bene dei cittadini preoccupati per i blackout – come verrebbe da pensare. Ma a tutela degli investitori nel caso trovassero resistenze ad acquisire le aree indispensabili per gli insediamenti progettati.

La legge in sintonia con un'altra (del 2001) ammette, e questo è il punto, l' esproprio, pure di suoli agricoli in produzione. A garanzia di un interesse privato e a scapito di un altro ben più conveniente alla comunità. Nel nome di un bisogno fittizio (alla Sardegna non serve altra energia); e per soddisfare una domanda esterna e il business dei contributi statali. Come quando le foreste dell'isola erano combustibile gratuito per alimentare le macchine a vapore in Continente nel clima del lungo Medioevo sardo.

La tecnologia è cambiata ma agli speculatori postmoderni si concedono privilegi da antico regime, quando persa “sa passienzia” si invocava “sa gherra contra de sa prepotenzia”.

Sta in questo solco la minaccia pendente sull'attività di Giovanni Cualbu allevatore, proprietario di parte delle terre ambite, indisponibile a venderle. E tuttavia espropriabili a richiesta di Flumuni Mannu. Una prepotenza autorizzata, denunciano da un po' i comitati per la difesa del territorio. E solo l'idea che possa accadere, sta provocando disorientamento e sfiducia verso le istituzioni nella fase delicata di esame del progetto. D'altra parte le contraddizioni sono nella norma che assegna alla Regione la valutazione d'impatto per impianti fino a 300kw, e allo Stato per gli impianti sopra questa soglia. Per cui Flumini Mannu può tentarci e ritentarci. E sarebbe clamoroso se il giudizio negativo già espresso dagli organi tecnici della Regione – per una centrale sotto i 300kw –, fosse contraddetto dal Ministero dello Sviluppo Economico (nell'indifferenza agli aspetti ambientali?) con un verdetto favorevole allo stesso impianto: riproposto lì e con un po' più di potenza. Ci sarebbe molto da ridire ovviamente, e confidiamo che eventualmente la Regione tenga la schiena dritta, fino in fondo nel confronto con lo Stato – come ha promesso la Giunta regionale. Un valore simbolico la difesa di Giovanni Cualbu. Un messaggio atteso dai comuni che non vogliono restare soli nella lotta contro le nuove e vecchie forme di land grabbing. Le storture si possono correggere. A questo, in fondo, serve la politica.