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giovedì 22 settembre 2016

Il modello Calò dell’accoglienza “Così abbiamo adottato sei rifugiati”

«I coniugi Calò, una famiglia del trevigiano, ospitano  da oltre un anno sei profughi .  "Quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri e chi mulini"». La Repubblica, 22 settembre 2016 (c.m.c.)

«I soldi per i migranti ci sono. I progetti anche. Rendiamo trasparenti i bilanci a faremo grandi cose». Antonio Calò, docente di Filosofia di Treviso non usa mezze parole, soprattutto dopo aver letto l’intervento su Repubblica del sindaco di Milano Giuseppe Sala, tanto che ha chiesto di incontrarlo subito.

È stanco di vedere i migranti seduti nei parchi o vagabondare per le strade senza fare nulla, ma soprattutto è stanco di vedere un’Italia che non sfrutta appieno le sue risorse. Da quindici mesi lui, la moglie Nicoletta Ferrara e i loro quattro figli, vivono con sei migranti africani. Una famiglia allargata di dodici persone. Una scelta costata inizialmente una pioggia di insulti da parte di chi li accusava di speculare sui richiedenti asilo. In realtà, è proprio grazie a questa esperienza che Calò ha elaborato un sistema di accoglienza per i migranti che non è passato inosservato. E la sua proposta ha ricevuto proprio ieri l’elogio ufficiale dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.

Oggi una struttura di accoglienza riceve circa 30 euro al giorno per migrante da finanziamenti europei e in parte italiani. Due euro e mezzo sono per i richiedenti asilo, il resto va alla struttura. «Condivido ogni parola di Sala — spiega Calò, premiato per il suo esempio di generosità dal presidente Sergio Mattarella — Accogliendo sei migranti ci siamo ritrovati a gestire 5400 euro al mese.

Noi siamo la dimostrazione che con quei soldi si può fare tantissimo e si può dare lavoro ad altre persone come abbiamo fatto assumendo una psicologa e una persona tuttofare per aiutarci». Calò sostiene che dovrebbe essere necessario un decreto governativo che approvi un modello organizzativo unico di accoglienza, applicabile su tutto il territorio e magari oltre. «Se ogni Comune accogliesse sei migranti — prosegue — e nelle città più grandi ne fossero collocati sei per ogni quartiere in un appartamento, si creerebbero piccoli nuclei di persone che possono essere controllate e formate».

I soldi dei Calò vengono suddivisi così: mille euro per le spese alimentari, 1400 per la signora tuttofare, 450 come paghetta, 600 euro in bollette e servizi casa, 300 per la cooperativa, 300 per spese sanitarie, 250 per benzina, 700 per la psicologa e i 400 che avanzano per altre voci come avvocato o ricongiungimento familiari.

«Qui arriva un’umanità ferita – continua – dobbiamo smetterla di considerarli ospiti, ma futuri cittadini». La novità del modello Calò è che contempla delle figure obbligatorie (la psicologa, l’insegnante di italiano, l’educatore) che attualmente sono facoltative. La famiglia abita a Camalò di Povegliano, duemila anime nel trevigiano. Qui, tra le bandiere a favore dell’indipendenza del Veneto, sul tetto dei Calò ne sventola una blu con un cerchio di dodici stelle. È il sogno dell’Europa che vorrebbero.

E a chi domanda cosa ne pensano di un’Europa che invece alza gli scudi, rispondono: «Quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri e chi mulini».
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