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mercoledì 14 settembre 2016

Il Lussemburgo: Ungheria fuori dalla Ue se rifiuta i rifugiati

«Unione europea. Alla vigilia del discorso di Juncker sullo stato dell'Unione, Asselborn propone di sospendere o espellere Budapest per mantenere "coesione e valori" europei. Il gruppo di Visegrad sempre più compatto vuole imporre una visione nazionalista». Il manifesto, 14 settembre 2016 (c.m.c.)



Riuscirà oggi Jean-Claude Juncker a trovare le parole per riportare un po’ di coesione e solidarietà in un’Europa in parte ancora affossata nella crisi economica, ferita dal terrorismo e lacerata al suo interno sulla questione dei rifugiati?

Alla vigilia del discorso del presidente della Commissione sullo stato dell’Unione di fronte all’Europarlamento, sono volate parole grosse. Il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, ha affermato che l’Ungheria di Viktor Orban «dovrebbe venire esclusa temporaneamente o, se necessario, per sempre dalla Ue», sanzione da applicare a chi «come l’Ungheria, costruisce barriere contro i rifugiati che fuggono dalle guerre o viola la libertà di stampa e l’indipendenza della giustizia». È questo il «solo modo per preservare la coesione e i valori della Ue».

Per Asselborn, Budapest tratta i rifugiati «peggio degli animali», come testimoniano le numerose inchieste realizzate da organizzazioni umanitarie. Orban ha rifiutato il piano Ue di redistribuzione dei rifugiati: Budapest avrebbe dovuto accogliere 1.294 profughi. Ma finora la Ue non ha reagito alle provocazioni del premier ungherese. Per Human Rights Watch, Bruxelles è rimasta «virtualmente silenziosa», mentre avrebbe gli strumenti per opporsi alla politica repressiva di Budapest. Potrebbe usare l’arma finanziaria (l’Ungheria rigetta le regole dell’Ue, ma ne accoglie con favore i finanziamenti), fino a portare l’Ungheria di fronte alla Corte di giustizia.

Reazione violenta contro Asselborn da parte del ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto: il collega lussemburghese sarebbe un «intellettuale di poco peso», «un frustrato che predica e fa commenti pomposi». Szijjarto se l’è presa anche con il presidente della Commissione, ormai la bestia nera – con Angela Merkel – del fronte anti-rifugiati: «È curioso che Asselborn e Juncker, entrambi vengono dal paese dell’ottimizzazione fiscale, parlino di condividere il fardello. Capiamo cosa vogliono dire davvero: l’Ungheria deve farsi carico del fardello creato da errori di altri».

Il 2 ottobre, in Ungheria ci sarà un referendum sul piano europeo di redistribuzione dei rifugiati, con una domanda che contiene praticamente già la risposta negativa al quesito. Il governo ha spedito a casa delle famiglie ungheresi un libretto di 18 pagine dove sono contenuti tutti i pregiudizi contro i rifugiati: «gli insediamenti forzati insidiano la nostra cultura e le nostre tradizioni». Per Szijjarto, l’Ungheria ha diritto di scegliere con chi vivere e nessuno, tanto meno i burocrati di Bruxelles, può impedirlo. Il libretto del governo di Budapest si è ispirato, in peggio, alla propaganda fatta in Gran Bretagna dall’Ukip prima del Brexit, entrambi riportano un fotomontaggio con una lunga fila di profughi alle porte.

Un anno fa, nel settembre 2015 quando è stata proposta la redistribuzione dei profughi sbarcati in Italia e in Grecia, Orban era isolato. Ma dodici mesi dopo, a essere isolata è soprattutto la Germania, che ha guidato l’apertura ai rifugiati (anche se ora sta chiudendo progressivamente le porte). Orban ha ormai un gruppo compatto di paesi, il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, che ora ha la presidenza di turno semestrale del Consiglio Ue e venerdì organizza un vertice a 27 – senza Gran Bretagna – a Bratislava).

Il gruppo di Visegrad, nato nel ’91 a tre (la Cecoslovacchia era un solo paese) per favorire la futura integrazione prima nella Nato poi nella Ue, nel settembre 2015 si manifesta come un blocco nazionalista, con una dichiarazione di guerra alle quote di rifugiati. Ora l’obiettivo è allargare questo fronte nazionalista. Già l’Austria, che ha voltato le spalle alla Germania sui profughi, si sta convertendo alla chiusura.
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