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domenica 11 settembre 2016

È" una miseria umana” lo sfogo di Regeni sull’uomo che lo tradì

Era già strumento del governo egiziano l'uomo che vendette Giulio Regeni. Una ragione di più per rompere ogni rapporto con quel governo che adopera sistematicamente gli arnesi più infami della violenza contro chiunque compia l'abominevole reato di "mettersi di traverso". La Repubblica, 11 settembre 2016

La ricerca della verità sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni riparte dall’uomo che lo ha tradito vendendolo per quel che non era: una spia. Da Mohamed Abdallah, questo il suo nome. Un sindacalista, si fa per dire. Quello che da ieri, alla Rai e su alcuni siti egiziani, posa a innocente, giurando di non aver mai denunciato Giulio. Di non sapere nulla dell’esposto del 7 gennaio di quest’anno da cui — per quanto ne ha riferito la Procura generale del Cairo alla Procura di Roma — sarebbero partite le indagini della Polizia di Gyza. L’uomo di cui Giulio annota sul computer gli incontri tre volte, traendone una conclusione che suona come un presagio. «Mohamed è una miseria umana».

In questi sette mesi, la vita di Mohamed Abdallah è cambiata. Oggi è vicino a una sigla sindacale filo governativa. Un salto rispetto a quando Giulio lo conobbe senza poter immaginare che quel signore, avido e con un passato da giornalista di gossip, dai modi spicci e carismatici, è un informatore degli apparati egiziani. Abdallah viene presentato a Giulio il 13 ottobre del 2015 negli uffici del Egyptian Center for Economic and social rights da Hoda Kamel, ricercatrice egiziana che in quel Centro lavora e che di Giulio al Cairo è bussola accademica. È l’inizio di una relazione catastrofica, di cui Giulio terrà in parte nota nel suo computer e che l’infido Abdallah, nel febbraio di quest’anno, racconterà a Repubblica con parole di cui oggi è possibile apprezzare l’untuosa falsità. Dice: «Ho incontrato Giulio tre, quattro, forse sei volte in tutto. Fino a quando lui non mi parlò di soldi che potevo avere se lo aiutavo nella sua ricerca. Allora decisi di non volerlo vedere più e anzi compresi di aver fatto male a parlargli, perché questo avrebbe potuto mettere in difficoltà sia il sottoscritto che lui».

È una manipolazione grossolana, svelata a posteriori non solo da quel che a Giulio accadrà, ma da quanto lui stesso annota nel suo computer in tre file, ora agli atti della Procura di Roma. Il primo, datato 13 ottobre 2015, risale proprio al primo incontro negli uffici dell’Egyptian Center for Economic and Social rights, ed è la lunga trascrizione in inglese (12 cartelle) dell’intervista in lingua araba sui temi dei sindacati indipendenti. Il secondo è di sette settimane più tardi, 8 dicembre. Abdallah ha dato appuntamento a Giulio nel quartiere Ramsis per un incontro con gli ambulanti. Scrive Giulio nel suo pc al termine di quella giornata: «Oggi mi sono reso conto di quanto Mohamed sia riconosciuto come leader dalla comunità degli ambulanti».

È ragionevole pensare infatti che in questo momento Giulio sia ancora convinto della possibilità di finanziare una ricerca specifica sul sindacato di Abdallah attingendo alle 10 mila sterline della borsa messa a disposizione dalla fondazione inglese Antipode. L’idea, tuttavia, tramonta rapidamente. Non appena Giulio viene a conoscenza del divieto in Egitto di finanziare sindacati o partiti in qualsiasi forma. Tanto che il ragazzo ne parla con Abdallah il 18 di quel mese di dicembre. Il colloquio tra i due, per quel che se ne ricava dall’appunto sul pc, è tutt’altro che edificante. Abdallah chiede brutalmente quanto ci sia per lui delle 10 mila sterline. Giulio replica che non se ne farà nulla. La sera scrive: «Pensavo che la sua disponibilità fosse per far del bene al sindacato. Non è così. Mohamed è una miseria umana».

In quella fine del 2015, aver troncato i rapporti con Abdallah non sembra preoccupare Giulio. O almeno così sostiene Hoda Kamel che di quel rapporto era stata in qualche modo l’ispiratrice. E tuttavia, intervistata da Repubblica al Cairo nel marzo scorso, è proprio lei a immaginare un ruolo di Abdallah nella fine che attende Giulio. Era dunque mosso dalla sua “miseria umana” Mohamed Abdallah quando il 7 gennaio di quest’anno si presenta in una caserma della Polizia avviando di fatto il conto alla rovescia che porterà Giulio alla morte. Ed è ragionevole pensare che, l’11 dicembre, quando Giulio sarà fotografato in un’assemblea dei sindacati da una ragazza, quella foto sia scattata non dagli apparati ma da qualche militante perché la “spia” potesse essere più agevolmente individuata dalla Polizia alla quale la si stava per consegnare.

Vedremo nelle prossime settimane come camminerà l’inchiesta egiziana. Un fatto è certo. L’aria è cambiata. Ieri è stato scarcerato il Presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, nonché consulente della famiglia di Giulio Regeni, Ahmed Abdallah. E, a fine mese i magistrati egiziani saranno di nuovo a Roma, dove vedranno per la prima volta la famiglia Regeni, che ha accettato l’incontro rassicurati del fatto che non si tratterà di una presa in giro. Non è peregrino immaginare che la Procura Generale del Cairo si presenterà ai Regeni non solo con parole di circostanza.