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giovedì 22 settembre 2016

Africa la nostra terra madre

Ha ragione l'autore quando afferma che bisogna voler bene all'Africa, ma prende una pesante cantonata quando afferma che è amore, e non bieco interesse, quello che spinge Matteo Renzi a proporre e caldeggiare quell'orribile strumento che è il  "migration compact". La Repubblica, 22 settembre 2016, con postilla



Ha fatto molto discutere la netta presa di posizione di Matteo Renzi in seguito al vertice europeo di Bratislava della scorsa settimana, con le sue dure critiche nei confronti dello stallo politico sulla questione dei migranti e per la totale assenza, in quel consesso, di qualunque minimo riferimento al tema dell’Africa. Una mossa, questa del premier, da alcuni addirittura qualificata come arrogante ed esagerata, quasi da gradasso. Io penso invece che, mai come in questo momento e su questo tema specifico, la voce del nostro primo ministro doveva essere così chiara e così decisa, senza spazi per alcun accomodamento.

Un’Europa che non è in grado di prendere una posizione chiara e di perseguire una decisa politica di dialogo e collaborazione con il continente africano lasciando Grecia, Italia e gli altri paesi del confine meridionale in prima linea nella gestione dei flussi quasi fossero problemi nazionali, è il vero nodo politico di questo momento storico così complesso.

Anche perché va detto che c’è poca informazione sulle dinamiche sociali e demografiche in atto in Africa, dinamiche che porteranno l’attuale miliardo di africani (corrispondente al 15% della popolazione mondiale) a divenire, secondo proiezioni statistiche condivise, 1,8 miliardi nel 2050 e corrispondere quindi al 25% della popolazione mondiale.

Se poi si osserva che l’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, con due cittadini su tre che hanno meno di 25 anni, bisogna prendere atto che nei prossimi anni si affacceranno sul mercato del lavoro 15 milioni di giovani africani all’anno.

Questi sono i fatti, e non c’è alcun dubbio che una politica miope da parte dell’Europa, che peraltro porta responsabilità storiche enormi nei confronti dello sviluppo africano (prime tra tutte colonialismo e neocolonialismo che per secoli hanno saccheggiato e sfruttato selvaggiamente le risorse di questo continente), porta e porterà sempre di più in futuro a pagare lo scotto di un esodo di proporzioni sempre maggiori. Questo perché non si può costringere milioni di giovani a restare in paesi senza prospettive e senza lavoro, specie quando questa situazione è creata da ingiustizie perpetrate negli anni proprio da quei paesi occidentali che oggi costruiscono muri, fatti di mattoni o di leggi che siano.
Non solo l’Europa dovrà trovare risposte adeguate, ma dovrà anche farlo in fretta.

Se da un lato la politica, come scriveva Ezio Mauro qualche giorno fa su questo stesso giornale, ha il compito ineludibile di affrontare i temi della sicurezza e della solidarietà, dall’altro lato si deve introdurre il tema della fraternità proprio in seno allo stesso dibattito pubblico. Non è poesia e nemmeno utopia ingenua, questa è realpolitik.

Nei giorni in cui a Torino si apre Terra Madre, la grande assise dei contadini del mondo, la centralità del continente africano e l’importanza, al suo interno, di un settore agricolo vitale che va dall’agricoltura di sussistenza fino alle grandi aziende agricole intensive, ci richiama a una riflessione su un processo di sostegno di economie locali che l’Europa, non per carità pelosa ma quasi per un dovere di responsabile “restituzione”, deve avere il coraggio di mettere in atto. Uno sforzo di cooperazione seria in questo senso può rappresentare una grande leva di cambiamento, un reale passo nella direzione dell’equità e della giustizia.

Davanti alla violenza delle guerre, del cambiamento climatico e all’arroganza del land grabbing, il ruolo di milioni di agricoltori di piccola scala che in Africa prendono in mano con responsabilità i destini delle comunità locali e di una sana economia territoriale è decisivo per offrire risposte serie, credibili e di ampio respiro. E su questo le istituzioni europee e nazionali non possono rimanere silenti e inattive, perché in questo processo si gioca anche il futuro del vecchio continente e dei suoi abitanti.

Se sicurezza e solidarietà sono i pilastri del mandato politico, questi non possono sussistere senza la fraternità a costituirne la base. Citando Edgar Morin “ho fede nell’amore, nella fraternità, nell’amicizia… Dobbiamo essere fratelli proprio perché siamo perduti”.

postilla

Guido Viale ed Alex Zanotelli hanno ampiamente illustrato, in due scritti che abbiamo ripreso in eddyburg, Il gioco crudele del Migration compact  e No Migration Compact la vergogna di quella
proposta. Essa consiste essenzialmente  nello stornare  i finanziamenti destinati all'Africa per opere socialmente utili per indurre invece gli stati di provenienza dei migranti a effettuare un rigido controllo delle frontiere, ridurre forzosamente i flussi migratori e cooperare e in materia di rimpatri/riammissioni. L'estensioni insomma ai regimi africani dell'accordo fatto con la Turchia di Erdogan, il cui obiettivo è trattenere i migranti nei paesi di origine, da cui fuggono per miseria, guerre, carestie. delle risorse degli africani, che proprio da quello sfruttamento, e dalla corruzione dei loro governanti, sono stati gettati nella miseria e nella disperazione. È facile intravedere dietro il migration compact quegli interessi che il governo italiano da tempo sponsorizza, e  da cui si fa sponsorizzare.