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venerdì 12 agosto 2016

Spopolamento di Venezia, manca la volontà politica

«Automaticamente il “libero mercato” espelle gli abitanti dalla città con gli sfratti e con gli altissimi prezzi e costi. Ovviamente non si può combattere l’esodo e lo spopolamento solo con le norme, i controlli e le sanzioni. Occorre attivare un complesso sistema di politiche attive che devono rendere possibile e sostenibile abitare nella storica città d’acqua». La Nuova Venezia, 12 agosto 2016 (m.p.r.)


Ormai da oltre vent’anni anni continuano le dichiarazioni che non vogliono farsi carico dell’esodo che sta portando alla morte la città d’acqua di Venezia e le isole minori della laguna. Hanno cominciato le giunte Cacciari-D’Agostino revocando e cambiando le norme in vigore del Piano regolatore della città storica adottato precedentemente, norme che hanno bloccato fino alla fine degli anni ’90 i cambi d’uso degli appartamenti. Le concessioni dei cambi d’uso sono poi sempre continuate fino all’attuale giunta Brugnaro che ha subito prontamente contraddetto gli impegni elettorali.

Dall’inizio degli anni Duemila sono state presentate numerosissime domande e progetti per i cambi d’uso, e così sono cresciuti molto velocemente gli alberghi, le pensioni e le loro espansioni negli appartamenti vicini. Contemporaneamente non solo le attività private ma persino anche le funzioni pubbliche hanno cominciato a essere spostate in terraferma e al Tronchetto per vendere le loro sedi in centro “valorizzate” con il cambio a funzione ricettiva. E prima si sono sempre più inglobati nel bilancio ordinario per le spese correnti gli oneri di urbanizzazione che dovrebbero finanziare la realizzazione dei servizi pubblici, poi è seguita la svendita del patrimonio pubblico, che continua con la nuova giunta, per far quadrare in questo modo il bilancio delle spese ordinarie; e ogni volta si attua il cambio d’uso preliminarmente alla vendita. 

Nel frattempo dilagano i B&B e l’affitto turistico degli appartamenti, cosa conosciutissima da tutti ma senza alcun controllo pubblico da sempre. Da anni, con la semplice ricerca diretta sul campo di poche decine di studenti di urbanistica, quasi ogni porta del centro città risultava impegnata dalla ricezione turistica; questa situazione sempre più dilagante solo recentemente è stata denunciata grazie a ricerche private su Internet compiute con mezzi semplicissimi. Tutto questo è stato ulteriormente favorito e incentivato dai decreti emergenziali degli ultimi governi e dalle leggi regionali (che hanno devastato le normative urbanistiche) e dalla connivenza e omertà delle amministrazioni locali. 

Da una decina d’anni ogni richiamo alla gravità della situazione viene eluso con la falsa o ignorante scusa che “succede in tutti i centri storici”, ignorando volutamente che Venezia non è un centro storico ma una città storica con molte aree centrali, altre periferiche e molte aree di servizio e produttive che con l’insieme delle isole minori della laguna costituisce un sistema urbano d’acqua, diverso dalla terraferma, che è sempre stato e ancora può essere per molte funzioni autonomo e autosufficiente. E si vuole ignorare che gran parte dei 90 mila pendolari giornalieri sono lavoratori, ma anche studenti e operatori culturali, che abitavano e ancora abiterebbero in città se la disponibilità e il mercato degli alloggi non fosse impraticabile e li spingesse all’esodo e al pendolarismo. 

Anche senza fare nulla, automaticamente il “libero mercato” espelle gli abitanti dalla città sia direttamente con gli sfratti sia indirettamente con gli altissimi prezzi e costi. Ovviamente quindi non si può combattere l’esodo e lo spopolamento solo con le norme, i controlli e le sanzioni che pur mancano e devono essere ripristinati e attivati. Occorre anche attivare un complesso sistema di politiche attive che devono rendere possibile e sostenibile abitare nella storica città d’acqua. Politiche che rendano innanzitutto usabile tutto il patrimonio pubblico oggi non disponibile: con la riqualificazione pubblica (con risorse europee, nazionali e per le città metropolitane), con la locazione in cambio di restauri autogestiti, con lo scambio degli oneri degli interventi privati, con incentivi e contributi, ecc. 

E se l’amministrazione pubblica non funziona correttamente o addirittura è connivente con l’operatore immobiliare privato anche le poche operazioni che dovevano rendere disponibili alcune decine di appartamenti (come i casi della Giudecca) sono andate a finire nel mercato dell’acquisto privato o si sono arenate. E comunque senza norme, controlli e politiche efficienti ed efficaci mentre si rendono disponibili poche decine di appartamenti il mercato ne fa perdere molte centinaia. Poco a poco in città anche la consapevolezza della necessità di non lasciar dilagare la monocultura turistica è venuta a mancare, anche gli amministratori si sono arresi alla comoda rendita di posizione: l’attività turistica rende più delle altre senza particolari capacità. 

Anche per incentivare l’arrivo di nuove attività occorrono politiche attive per ridare incentivi, opportunità, forza ad attività innovative sia private che pubbliche non turistiche. Ricordo ad esempio che nel 1988/’90 con la giunta Casellati eravamo arrivati a un buon punto nella disponibilità dichiarata ad insediare a Venezia gli uffici e i laboratori sia dell’Agenzia europea dell’ambiente sia dell’Agenzia mondiale delle acque (l’Amministrazione aveva formalmente offerto la disponibilità degli spazi ed edifici necessari per le attività e per le abitazioni). Ma poi tutto è stato lasciato cadere. E molti spazi in disuso ai margini della città, per poter allocare nuove attività, sono sempre disponibili ma senza politiche attive ed efficienti non può succedere nulla. Anche per gli spazi dell’Arsenale occorre predisporre un progetto complessivo e unitario (chiesto e proposto inutilmente da anni dal Forum Arsenale), senza limitarsi a subire passivamente le iniziative della Biennale e del Consorzio Venezia Nuova, magari limitandosi a rendere disponibili singoli spazi al miglior offerente o per eventi unici a pagamento. 

Nei secoli Venezia è stata ripopolata più volte dopo eventi calamitosi. Ma occorre ricostruire una fortissima convinzione e volontà politica sia livello nazionale sia a livello locale che costruisca piani, programmi, progetti e strumenti e sappia reperire risorse per poter contrastare le tendenze automatiche del “libero mercato”. Per questo, sapendosi muovere, potrebbero essere di stimolo e di aiuto anche le risoluzioni dell’Unesco, ma bisogna saperle riconoscere e valorizzare anziché denigrare. 

* Già assessore all’Urbanistica, membro della Commissione di Salvaguardia, Venezia