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giovedì 4 agosto 2016

Repulisti del dissenso

«Una rete affilata come era Raitre o un tg che si fregiava del blasone di Telekabul, erano la classica goccia che scavava nell’opinione pubblica insinuando nel telecittadino il tarlo del dubbio, l’anomalia del pensiero critico che oggi si gioca nello scontro del referendum costituzionale».Il manifesto, 4 agosto 2016


L’infornata di nomine alla Rai dice, nel metodo e nel merito, che nulla è cambiato, che a vincere la medaglia è sempre il più classico malcostume lottizzatorio. Impressione confermata da quel «progetto informativo» esposto in Cda dal nuovo direttore Verdelli, che al settimo piano di Viale Mazzini ieri volava sulle onde del digitale per non sprofondare nelle acque limacciose del repulisti politico. Semmai il brutto spettacolo conferma che lo stile rottamatorio del segretario-presidente è impastato della più vecchia farina democristiana combinata con l’arrembaggio del parvenu.

Del resto la stoffa di questa imbarazzante classe dirigente l’ha efficacemente esibita la responsabile dell’informazione del Pd, Alessia Rotta, quando ha rampognato il Tg3 di Bianca Berlinguer per non aver trasmesso il taglio del nastro dell’ennesimo cantiere della Salerno-Reggio Calabria, proprio nel giorno in cui l’abate di Rouen veniva sgozzato dai terroristi. E di questa classe dirigente Renzi è il campione nazionale.

Le nuove nomine, con annessi contratti d’oro di dirigenti e consulenti, effettivamente superano, dobbiamo riconoscerlo, gli insegnamenti del vecchio maestro di Arcore e assistere alle scene di leso pluralismo dei berlusconiani di ogni ordine e grado aggrava soltanto l’effetto-farsa. Se i vecchi e nuovi alfieri del centrodestra dovrebbero avere la decenza di tacere sulla devastazione culturale del ventennio, con i conflitti di interesse, l’overdose di nani e ballerine, gli editti bulgari, tuttavia chi sostiene che con Renzi è peggio dice la pura verità. Il perché è semplice.

Negli anni dell’impero di Arcore, resistevano una rete e un tg non allineati contro i quali si infrangevano i tentativi per emendare dal virus «comunista» anche le residue, ultime enclave di opinioni non omologate. E, a quei tempi, spesso da chi praticava lo sport del «cerchiobottismo» o da chi, a sinistra, non aveva mai studiato l’alfabeto mediatico, l’abbuffata televisiva di Berlusconi veniva confusa con il peccato di ingordigia.

In realtà il padre-padrone della televisione italiana sapeva, meglio di tutti, che per rendere efficace il nuovo verbo politico, nessuna voce dissonante doveva «sporcare», il messaggio del grande imbonitore. Una rete affilata come era Raitre o un tg che si fregiava del blasone di Telekabul, erano la classica goccia che scavava nell’opinione pubblica insinuando nel telecittadino il tarlo del dubbio, l’anomalia del pensiero critico che oggi si gioca nello scontro del referendum costituzionale. Con l’allineamento dei tre telegiornali del servizio pubblico al Renzi-pensiero, anche quella crepa si chiude.

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