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domenica 28 agosto 2016

“Partiamo dai cittadini per ricostruire la comunità”

«Discutendo con rappresentanti dei cittadini a diversi livelli, durante incontri e assemblee, abbiamo capito che la sicurezza era certo una priorità. Accanto alla quale, però, emergevano altri problemi, più antichi». La Repubblica, 28 luglio 2016 (m.p.r.)


Poche regole, semplici. Per prima cosa una buona ricostruzione è fondata sulla partecipazione delle persone colpite da un terremoto, sul loro senso comunitario. Inoltre non bisogna avere fretta né confondere la carità - necessaria - con la qualità degli interventi. Una buona ricostruzione, poi, comincia un minuto dopo la tragedia e tutto quel che si fa dai primi istanti è parte dell’obiettivo finale. E nell’obiettivo finale è compreso il miglioramento della qualità di vita di chi il sisma ha subito.

Alejandro Aravena, l’architetto cileno premio Pritzker 2016, artefice della svolta marcatamente sociale della Biennale architettura in corso a Venezia, sostenuta con forza dal presidente Paolo Baratta, ha nel curriculum il lavoro nella ricostruzione di Constitución, la città di circa 50 mila abitanti distrutta nel febbraio 2010 da un terremoto di magnitudo 8,8 e sulla quale successivamente si abbatté lo tsunami. Lavoro che si è ripetuto anche recentemente in Ecuador, dopo il sisma (magnitudo 7,8) dell’aprile scorso. A Constitución, dove la ricostruzione procede (l’80 per cento del tessuto urbano è stato distrutto), Aravena, che ora è a Venezia per uno dei periodici incontri previsti dalla Biennale, ha proseguito nell’esperimento già avviato anni prima a Iquique: con i pochi soldi pubblici a disposizione ha progettato insediamenti in cui veniva realizzata solo metà di un appartamento, comprese però le strutture portanti, lasciando a chi la abita di completarla. Uno dei sistemi considerati più innovativi dell’edilizia sociale.

Che cosa vi ha insegnato l’esperienza di Constitución?
«Fin dalla prima emergenza tutta la comunità, nessuno escluso, doveva essere coinvolta. Cominciando dalle piccole cose. A Constitución erano i bambini che s’incaricavano di distribuire l’acqua. Di solito nelle tendopoli arrivavano i camion cisterna e la gente si ammassava, contendendosi una razione d’acqua. Oppure occorreva andare a rifornirsi lontano e nessuno poteva procurarsi più di dieci litri per volta. Nel 2010 fu sperimentato un sistema appreso in Africa. Venticinque bottiglie da un litro erano sistemate in una specie di bidone che anche un bambino poteva far rotolare. Si alleviava una sofferenza e si faceva partecipare chi di solito non partecipa».

Un problema che in Italia si propone ad ogni terremoto è la sistemazione provvisoria dei senzatetto. Purtroppo è come se si partisse sempre da zero. Voi come avete proceduto?
«Il punto è come considerare il temporaneo. Non dev’essere né scadente né assomigliare a qualcosa che resterà permanente. A Constitución abbiamo realizzato strutture che sarebbero diventate parte di quelle definitive. Sia perché alcuni elementi dell’edificio sono stati riutilizzati, sia perché quell’edificio è stato successivamente completato. La ricostruzione è un processo incrementale. E la si deve concepire in questi termini fin da subito: si risparmiano tempo e soldi. Le persone sono disposte ad aspettare più tempo pur di avere una ricostruzione ben fatta. Ma il temporaneo ha anche bisogno di una dimensione collettiva».

In che senso?
«Le abitazioni provvisorie devono raggrupparsi e prevedere servizi in comune. Anche questo è utile a cementare uno spirito comunitario. A Constitución abbiamo realizzato strutture con un numero che andava da otto a venti abitazioni, ognuna per un gruppo familiare. Si formavano piccole cellule sociali, a metà strada fra il privato e il pubblico. Questi nuclei avevano un rappresentante e hanno costituito un elemento di base per la partecipazione alla ricostruzione vera e propria».

Questi nuclei riproponevano un rapporto di vicinato precedente il terremoto?
«In certi casi sì, in altri no. Non venivano stabilite regole fisse. Una gran parte di questo processo era comunque affidata alla volontà dei singoli ».

Veniamo alla partecipazione.
«La questione più delicata di una ricostruzione è il coordinamento di diverse risorse e di diversi interventi. Spesso la partecipazione viene considerata come una perdita di tempo, mentre è esattamente il contrario. Senza partecipazione dei cittadini ogni passaggio sarebbe stato più lento e sarebbero aumentati i fattori di inefficienza. Inoltre partecipare può anche funzionare come terapia per alleviare il dolore e ridurre la paura. Si condivide una visione del futuro. L’importante è capire che dalle persone colpite dal terremoto non bisogna aspettarsi risposte, ma domande che occorre interpretare alla luce delle conoscenze tecniche».

Mi fa l’esempio di un effetto del coinvolgimento dei cittadini?
«Dopo il terremoto, Constitución è stata investita da uno tsunami. Fra le soluzioni proposte c’era la costruzione di un muro che avrebbe dovuto proteggere da un’eventuale, nuova furia del mare. Discutendo con rappresentanti dei cittadini a diversi livelli, durante incontri e assemblee, abbiamo capito che la sicurezza era certo una priorità. Accanto alla quale, però, emergevano altri problemi, più antichi».

Quali?
«La carenza di spazio pubblico, in primo luogo. Ogni abitante di Constitución aveva a disposizione appena 2 metri quadrati di spazio pubblico. Tenga conto che a Londra sono 44. E, ancora: a ogni pioggia intensa parti della città finivano alluvionate. Poi entrava in gioco l’identità collettiva ».
L’identità?
«In Italia hanno valore identitario un campanile, una torre, un edificio antico, un centro storico. Ed è fondamentale che questi manufatti, danneggiati da un terremoto, si restaurino. A Constitución l’identità trovava raffigurazione nel fiume, le cui sponde erano quasi integralmente in mano a poche famiglie. Questi e altri elementi ancora ci hanno fatto capire quanto articolata fosse la domanda proveniente dalla comunità. E allora, invece di realizzare un muraglione, abbiamo cercato soluzioni che dessero risposte anche agli altri bisogni. Così è nata l’idea di un bosco davanti al mare, un bosco che potesse dissipare le onde di uno tsunami, ma che contemporaneamente fosse luogo di svago e di benessere, che consentisse l’accesso al fiume e che garantisse maggiore assorbimento delle acque piovane».

E la gente ha apprezzato?
«Ha votato e per il 94 per cento ha approvato il nostro progetto. È maturata la convinzione che da una tragedia si può uscire reinventando se stessi, conservando ciò che di buono la città aveva espresso e anche ottenendo nuove conquiste».