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venerdì 12 agosto 2016

Operazione Gerusalemme

«Con tre faraonici progetti di pianificazione urbana lo Stato di Israele punta a realizzare la propria visione della Città Santa. Perché il piano si concretizzi Tel Aviv deve ridurre al minimo la presenza palestinese». Il manifesto, 12 agosto 2016


È l’anno 2050 e Israele ha realizzato la sua visione di Gerusalemme: i visitatori arriveranno in un centro high-tech a maggioranza ebraica in mezzo ad un mare di turisti, con una presenza minima di palestinesi. Per ottenere questa visione, Israele sta lavorando a tre master plan: uno è noto, ma due restano fuori dai radar.

Edward Said aveva già avvertito nel 1995: «Solo progettando prima un’idea di Gerusalemme, Israele potrà procedere a cambiamenti sul terreno che corrispondano a queste immagini e proiezioni». L’idea israeliana di Gerusalemme prevede la massimizzazione del numero di ebrei e la riduzione di quello di palestinesi attraverso un graduale processo di colonizzazione, sfollamento e spossessamento.

Il più noto dei tre master plan è il Jerusalem 2020. I meno noti sono il Marom Plan e il Jerusalem 5800 Plan, meglio conosciuto come Jerusalem 2050. Il Jerusalem 2020 Master Plan è stato preparato da una commissione nazionale di pianificazione e pubblicato la prima volta nel 2004. È il primo piano spaziale comprensivo e dettagliato sia per Gerusalemme Ovest che Est dall’occupazione israeliana del 1967. Comprende lo sviluppo di diverse aree: pianificazione urbana, archeologia, turismo, economia, educazione, trasporti, ambiente, cultura e arte.

Il Marom Plan è il prodotto di una commissione governativa. L’obiettivo è promuovere Gerusalemme come «città internazionale, leader nel commercio e nella qualità della vita nel settore pubblico». Il Jerusalem 2050 è un’iniziativa privata di Kevin Bermeister, innovatore tecnologico australiano e investitore immobiliare. Il piano fornisce progetti per Gerusalemme fino al 2050, fungendo da «master plan di trasformazione» della città. È diviso in vari progetti indipendenti, ognuno dei quali realizzabile in autonomia.

Turismo, educazione e high-tech

Il Comune di Gerusalemme punta a promuovere il turismo e in particolare gli aspetti culturali con una campagna di marketing che aumenti il potenziale dello sviluppo immobiliare, sostenga il turismo locale e internazionale e investa nelle infrastrutture turistiche.

Il governo israeliano ha stanziato 42 milioni di dollari per sostenere Gerusalemme come meta turistica internazionale, mentre il Ministero del Turismo dovrebbe allocare circa 21.5 milioni di dollari per la costruzione di hotel e offrire specifici incentivi agli imprenditori e le compagnie che costruiscono o ampliano alberghi a Gerusalemme e organizzano eventi culturali per attirare visitatori, come il Jerusalem Opera Festival, o eventi per l’industria del turismo, come il Jerusalem Convention for International Tourism.

Promuovere il settore turistico è anche alla base del Jerusalem 2050 che immagina Gerusalemme come «città globale, importante centro turistico, ecologico, spirituale e culturale mondiale», che attiri 12 milioni di turisti e oltre 4 milioni di residenti. Punta ad aumentare gli investimenti privati, la costruzione di hotel, giardini-terrazza e parchi e la trasformazione di aree che circondano la Città Vecchia in alberghi, vietando la circolazione delle auto. Il piano prevede poi la costruzione di un sistema di trasporti di alta qualità compresa una linea ferroviaria di alta velocità e una rete estesa di autobus; l’aggiunta di superstrade e l’espansione di quelle esistenti; e la costruzione di una “super autostrada” che attraversi il paese da nord a sud. Infine propone la costruzione di un aeroporto nella valle di Horkania, tra Gerusalemme e il Mar Morto, per servire 35 milioni di passeggeri l’anno.

Tenta di presentarsi come piano apocalittico che promuove «la pace attraverso la prosperità economica», ma ha obiettivi demografici che dimostrano il contrario: i 120 miliardi di dollari di valore aggiunto derivanti dall’implementazione del piano, insieme a 75-85mila impieghi negli alberghi e i 300mila nelle industrie dell’indotto, attireranno più ebrei a Gerusalemme, aumentandone il numero e facendo pendere la bilancia demografica ebrei-palestinesi a favore dei primi.

Il settore turistico non è visto solo come motore di sviluppo economico per attrarre ebrei in città. È un mezzo per controllare la narrativa e garantire la proiezione di Gerusalemme all’esterno come «città ebraica». Questi piani vanno infatti di pari passo con le restrizioni imposte da Israele allo sviluppo della stessa industria palestinese a Gerusalemme Est: l’isolamento dal resto dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente dopo la costruzione del Muro; la perdita di terre e i costi conseguenti; le deboli infrastrutture; le alte tasse; le restrizioni nel rilascio dei permessi per la costruzione di hotel o la conversione di edifici in alberghi; le difficili procedure per ottenere licenze per gli uomini d’affari palestinesi. Questi ostacoli, insieme ai milioni di dollari che vengono versati nel mercato turistico israeliano, fanno sì che l’industria turistica palestinese non abbia speranza di competervi.

Un altro obiettivo comune dei tre piani è attirare ebrei da tutto il mondo attraverso lo sviluppo di due industrie avanzate: l’educazione superiore e l’high-tech. Il 2020 Master Plan punta alla costruzione di un’università internazionale con l’inglese come principale lingua. Il Marom Plan vuole fare di Gerusalemme «una città accademica di riferimento» che attragga sia studenti ebrei che stranieri, che siano incoraggiati a fermarsi a Gerusalemme una volta terminati gli studi. Sulla stessa linea, il Jerusalem 2050 vede come un’opportunità la creazione di impieghi e crescita economica attraverso “il turismo educativo di lunga residenza”. Un’industria intrinsecamente collegata allo sviluppo di high-tech, bio-informazione e biotecnologie. Il 2020 Master Plan fa appello alla creazione di un’università per la gestione e la tecnologia nel centro di Gerusalemme e per l’assistenza governativa nella Ricerca e lo Sviluppo (R&D) nei campi dell’alta tecnologia e della biotecnologia.

Sradicare la comunità palestinese

Mentre Israele lavora per trasformare Gerusalemme in un centro d’affari, i problemi di Gerusalemme Est sono infiniti. Tra questi lo schiacciamento del business palestinese e del settore commerciale e la debolezza del settore educativo e delle infrastrutture. Il risultato del soffocamento del potenziale di Gerusalemme Est? Il 75% dei palestinesi – e l’84% dei bambini – vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, c’è una crescente crisi identitaria a Gerusalemme Est, in particolare tra i giovani a causa dell’isolamento dal resto dei Territori Occupati, del vacuum istituzionale e di leadership e la perdita di speranza in un cambiamento positivo. Il Muro è una delle principali misure demografiche che Israele ha preso per garantirsi una maggioranza ebraica e rafforzare i confini politici de facto della città, trasformandola nella più grande in Israele. È costruito in modo da permettere a Israele di annettere altri 160 km² di Territori e di separare fisicamente oltre 55mila gerusalemiti dalla città. Pianificazione e sviluppo nei quartieri che ora sono al di là del Muro sono estremamente poveri e i servizi governativi e comunali sono virtualmente assenti, nonostante i palestinesi continuino a pagare la tassa di proprietà, l’Arnona.

La pianificazione urbana è un altro dei principali mezzi geopolitici e strategici usati da Israele dal 1967 per stringere la morsa su Gerusalemme e ridurre l’espansione urbana palestinese. È il cuore del 2020 Master Plan che vede Gerusalemme come unità urbana unica, centro metropolitano e capitale di Israele. Uno degli obiettivi del piano è «mantenere una solida maggioranza ebraica in città» incoraggiando colonie ebraiche a Gerusalemme Est. Tra le altre cose, il piano mira a costruire unità abitative economiche in quartieri ebraici già esistenti e in quartieri nuovi. E immagina il collegamento delle colonie israeliane in Cisgiordania geograficamente, economicamente e socialmente a Gerusalemme e Tel Aviv.

La presenza palestinese e lo sviluppo dei suoi quartieri sono estremamente limitate dall’impegno del piano a «portare avanti con severità le leggi di pianificazione e costruzione per impedire il fenomeno delle costruzioni illegali». Tuttavia, solo il 7% dei permessi di costruzione a Gerusalemme sono stati rilasciati a dei palestinesi negli ultimi anni. La discriminazione di Israele nel rilasciarli, combinata all’alto costo dei permessi \[circa 30mila dollari, secondo le informazioni raccolte dall’autrice\], costringe molti palestinesi a costruire illegalmente. Sono discriminati anche quando si tratta di mettere in pratica questi regolamenti. Secondo un rapporto dell’International Peace and Cooperation Center, il 78,4% delle violazioni tra il 2004 e il 2008 sono state commesse a Gerusalemme Ovest, contro le 21,5% a Est. Eppure solo il 27% delle violazioni a Ovest sono state oggetto di ordini di demolizioni, contro l’84% di Gerusalemme Est.

Le istituzioni statali non sono le uniche coinvolte: organizzazioni non governative prendono parte alla ristrutturazione dello spazio urbano. L’organizzazione di destra Elad ha come obiettivo la colonizzazione del quartiere palestinese di Silwan – che chiamano «La Città di David» – e gestisce siti turistici e archeologici. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Elad ha ricevuto donazioni per oltre 115 milioni di dollari tra il 2006 e il 2013, diventando così una delle più ricche Ong israeliane.
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