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martedì 23 agosto 2016

La Turchia come la Cina a cinquant'anni di distanza

 Analogie e grandi misteri della resa dei conti dei potenti di Cina e Turchia. Ricordi personali di un viaggiatore tra grandi folle tranquille e grandi folle arrabbiate, tra  cortei democratici e cortei fanatici. La Repubblica, 23 agosto 2016 (m.p.r.)

Quel che sta succedendo in Turchia mi ricorda un altro paese in preda alle convulsioni. Esattamente cinquant’anni fa, era il 18 agosto 1966, c’era stato a Pechino il primo grande raduno delle guardie rosse. Anziché bandiere rosse con la mezzaluna, in milioni in Piazza Tiananmen agitavano un rossissimo libriccino, fresco di stampa, rilegato con le copertine di plastica rossa fornite dalla nostra Montedison.

Mao si limitò a indossare il bracciale. Accanto a lui c’era Lin Biao, uno dei dieci marescialli, quello che aveva inventato il Libretto rosso. La conta dei dirigenti e generali che mancavano sul podio della Porta della pace celeste servì a capire chi era stato fatto fuori. Lo si seppe molto dopo: era una reazione a quello che, nella sua paranoia, Mao riteneva un fallito colpo di Stato militare ai suoi danni. Le guardie rosse, ragazzine e ragazzini in età scolastica, furono usate in un’operazione di linciaggio di massa degli avversari politici. Manifestavano, torturavano, saccheggiavano, umiliavano, uccidevano con estrema convinzione, con entusiasmo e fanatismo di tipo religioso. E con la benevola approvazione del presidente per antonomasia. In pochi giorni ci furono migliaia di morti nella capitale.

Sarebbe durata dieci anni. I morti negli scontri tra fazioni contrapposte sarebbero divenuti decine di milioni, coloro che ne subirono le conseguenze centinaia di milioni. Fazioni rivali si diedero battaglia con le armi pesanti. Lin Biao, nominato successore designato di Mao, fece intervenire l’esercito a riportare ordine. Poi sarebbe stato abbattuto con un missile mentre tentava di fuggire in Unione sovietica: anche quello un misterioso golpe fallito. Quando anche a Mao sembrò che le guardie rosse esagerassero, un’intera generazione fu deportata a “rieducarsi” in campagna. Tra questi i massimi dirigenti di oggi, Xi Jinping compreso.

Quando ero corrispondente a Pechino, l’allora segretario del Partito comunista cinese Hu Yaobang mi disse che la rivoluzione culturale era uno dei dieci grandi “misteri” della recente storia cinese su cui ancora andava fatta luce. Era appena tornato dalla Corea dei Kim dove era stato accolto con i consueti bagni di folla osannanti. «Noi in Cina abbiamo una certa esperienza di come portare in piazza folle sterminate. Ma loro come fanno a fargli venire anche le lacrime agli occhi?», mi disse con un sorriso ironico.

Sono convinto che questa sua insistenza su chiarimenti storici e l’altra sua affermazione, sulla necessità di una “riforma politica” che accompagnasse quelle economiche, siano tra le ragioni della sua defenestrazione nel 1986. La protesta degli studenti nel 1989 era partita come omaggio a Hu. Curioso, la motivazione con cui Deng Xiaoping diede l’ordine di massacrarli con i tank fu: mai più guardie rosse, caos e anarchia come la rivoluzione culturale. Da allora i misteri restano. Hanno avuto uno sviluppo strepitoso. Ma senza democrazia.

Tra i tanti misteri ce n’è uno che riguarda noi. A decenni di distanza, non riesco a capire come mai quel caos permanente, quella storia d’orrore durata un decennio, quella resa dei conti spietata tra fazioni politiche abbia affascinato tanta parte della mia generazione. Non solo i giovani, ma anche alcuni tra i più prestigiosi intellettuali dell’Occidente. Perché rispondeva a un bisogno di novità, di palingenesi, di rottamazione dell’esistente, di pulizia e onestà, disgusto per il marcio, di voglia di credere nel futuro, di credere in qualcosa? Per il modo in cui veniva propinata la favola? Spero (direi prego se fossi credente) che siamo vaccinati.

In mezzo secolo da giornalista ne ho viste di grandi folle. Ai funerali di Berlinguer c’ero. Alla demolizione del Muro di Berlino no, ma la vidi in diretta, così come la folla che accolse Mandela liberato dal carcere. Sono portato invece a diffidare delle folle arrabbiate: mi ricordano i pogrom di cui sono stati regolarmente vittime i miei antenati ebrei. Non mi fece paura invece l’immenso corteo che si snodò fino all’aeroporto di Teheran per il ritorno dall’esilio di Khomeini il 1 febbraio 1979. C’era tutto il popolo, compresi quelli che di lì a poco sarebbero stati perseguitati dagli integralisti. Al corteo che dieci anni dopo accompagnò Khomeini e quasi rovesciò la bara si respirava invece fanatismo puro.

In Cina ancora non si vota. In Iran sì, e ora c’è al governo un moderato, anche se ha a che fare con resistenze micidiali da parte della vecchia guardia. In Turchia Erdogan è stato votato, anche se non da una maggioranza assoluta. Ora punta a imporre il controllo assoluto con altri mezzi. La mappa degli ultimi risultati elettorali in Turchia somiglia in modo inquietante alla mappa del voto per la Brexit in Gran Bretagna, a quella delle ultime elezioni in Iran, e alle mappe che si potrebbero disegnare se vincesse Trump in America, o la Le Pen in Francia: immense periferie arrabbiate (le campagne avrebbe detto Mao), che assediano le città delle élite.

Un’ultima nota di comparazione: per scaramanzia, se non altro. La Cina della Rivoluzione culturale aveva già l’atomica. Il mondo non sapeva in mano a quale delle fazioni che si scannavano potesse finire. Per anni si è scatenato un bailamme attorno al fatto che l’Iran vuole dotarsi di centrali nucleari. Per il timore che un giorno si facciano anche la bomba. Non ho invece sentito esprimere analoghe preoccupazioni per il fatto che la prossima potenza nucleare potrebbe essere la Turchia.
La prima centrale gliela sta costruendo la Russia. E questa potrebbe essere una delle ragioni del riavvicinamento. Anche se al momento nessuno ipotizza che Ankara voglia farsi la bomba.
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