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martedì 16 agosto 2016

La sinistra e il tabù del multiralismo

Una posizione del tutto ragionevole e condivisibile, con un solo errore, ricorrente in questo e in altri dibattiti: ritenere che il PS di Renzi abbia alcunché di "sinistra". L'ideologia del partito renziano è, in modo un po' pasticciato, quella nel più classico neoliberismo. La Repubblica, 14 agosto 2016

Caro direttore, si è aperto nelle ultime settimane sulle pagine di Repubblica un importante dibattito sul rapporto tra sinistra e immigrazione. Lo spunto è venuto da una lettera di Francesco Ronchi, dirigente del Pd Emiliano, pubblicata il 29 luglio scorso, in cui si sostiene che le sinistre europee stiano perdendo il sostegno del loro elettorato storico — le classi popolari — a causa di un rifiuto di affrontare il “tabù” dell’immigrazione, che avrebbe consegnato il monopolio di questo tema alle destre populiste. Ne nasce una proposta: che la sinistra abbia il “coraggio” di riconoscere la «tensione tra immigrati e nativi», e quindi di ripartire da una visione della «comunità che protegge», invece dell’«esaltazione retorica del multiculturalismo».

Quest’ultimo termine — multiculturalismo — sembra essere usato in Italia solo da chi vuole criticarlo. Vale quindi forse la pena ritornare sul suo significato, a partire dall’esperienza di un paese che invece ne ha fatto un’identità. Negli Stati Uniti essere a favore del multiculturalismo non è un insulto, ma una bandiera. Significa non solo riconoscere che la società è “multietnica di fatto”, ma anche che questa diversità è un valore, cioè una ricchezza per il paese. Il suo opposto è quindi il “monoculturalismo”, inteso come tentativo di imporre una cultura unica a una società per sua natura eterogenea.

Sarebbe un errore pensare che questo faccia parte del Dna degli Stati Uniti, in quanto paese fondato sull’immigrazione. Anche lì, si tratta di una conquista storica, identificata in particolare con una parte politica. Quando gli immigrati negli Stati Uniti eravamo principalmente noi italiani, erano in molti “nativi” a preoccuparsi che le nostre tradizioni e soprattutto la nostra religione (cattolica) non ci avrebbero consentito di integrarci nel melting pot americano. «I tedeschi, gli inglesi e gli altri» si legge ad esempio su un editoriale del New Orleans Times del 17 Ottobre 1890 «vengono in questo paese, adottano i suoi costumi, imparano la sua lingua e si identificano col suo destino… Gli italiani, mai. Rimangono isolati dalle comunità in cui vivono, non imparano la nostra lingua e non hanno alcun rispetto per le nostre leggi e la nostra forma di governo. Rimarranno per sempre stranieri». Oggi gli stranieri considerati “inassimilabili” dalla destra populista americana sono altri: i messicani, i cinesi e soprattutto i musulmani. Ma la retorica di fondo è rimasta la stessa.

Se ora vogliamo, come sinistra italiana ed europea, imparare qualcosa da un paese che vive dell’immigrazione da più di un secolo, perché ricalcare il discorso della sua destra populista? Quando la sinistra imita la destra non va mai molto lontano, in primo luogo perché l’elettorato sembra (comprensibilmente) preferire l’originale, ma anche perché vincere con le posizioni dell’avversario non è veramente vincere. Non sarebbe invece più sensato ispirarsi alla corrente più “progressista” della politica americana, cioè a quel Partito Democratico che oggi difende il multiculturalismo come “vera” identità degli Stati Uniti, contro la bolsa retorica di un’America bianca e omogenea di Donald Trump? Alla convention del Partito Democratico ha per esempio avuto enorme risonanza l’intervento di un cittadino di origine pachistana che ha perso un figlio durante la guerra in Iraq e che, sventolando una copia della costituzione americana, chiedeva a Trump cosa avesse sacrificato, lui, per il paese. Ecco una bella immagine del multiculturalismo americano. La costituzione rappresenta i valori condivisi, e nella nostra come in quella americana c’è scritto che tutti i cittadini sono uguali, indipendentemente dalle origini sociali, culturali e religiose. Il multiculturalismo quindi non nega che serva una base di valori condivisi, espressi nella costituzione e nel diritto (uguali per tutti), ma afferma che questi valori sono compatibili — e nutriti — da una molteplicità di culture diverse. Prendiamo due esempi più concreti: negli Stati Uniti è possibile per i cittadini adempire ad alcune pratiche ufficiali — come ad esempio sposarsi — nella lingua che preferiscono, attraverso l’uso di traduttori. Non si capisce perché un simile principio di multilinguismo non potrebbe essere adottato anche in Italia. Senza far torto alla nostra lingua ufficiale, ma affiancandola ad altre, si darebbe un segnale concreto di apertura e accoglienza verso chi si trasferisce nel nostro paese. D’altra parte, nel caso di conflitti evidenti con i valori fondanti del nostro sistema di governo, le autorità possono sempre intervenire per vietare pratiche specifiche, come ha fatto ad esempio il parlamento nel 2006, vietando la mutilazione genitale femminile in quanto «violazione dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne». Credere che l’elettorato storico della sinistra non possa essere ricettivo a un messaggio di questo tipo significa sottovalutarlo, perché la sinistra si è sempre identificata con i principi di uguaglianza e universalismo. Invece di un passo indietro alla rincorsa del suo avversario, converrebbe quindi che nel parlare di immigrazione la sinistra si distinguesse dalle destre conservatrici e protezioniste, coniugando i principi di uguaglianza e universalismo con una difesa del multiculturalismo.

James Fontanella- Khan è corrispondente dagli Stati Uniti per il Financial Times Carlo Invernizzi- Accetti è Assistant Professor di Scienze Politiche alla City University of New York