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mercoledì 24 agosto 2016

La Roma moderna di Antonio Cederna

Riprendiamo  la presentazione e i primi due paragrafi  di uno splendido saggio sulla figura e l'opera di Antonio Cederna. Il saggio è stato presentato nell'ambito di una conferenza organizzata dall'associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli alla Camera dei Deputati il 17 marzo 2016. In calce il collegamento al testo integrale e ai documenti audiovisivi della conferenza.

Sono passati venti anni senza Antonio Cederna. Quanto ci manca? E perché ci manca? Il ricordo, la stima e l’affetto prendono il sopravvento su ogni altro tentativo di afferrare il vuoto che ha lasciato. Eppure, con il passare del tempo la sua figura cresce per il rilievo storico e per la feconda inattualità. Ci manca tanto in quanto nessuno è riuscito a sostituirlo. Ci manca perché è ancora più necessario. La mancanza allora riguarda noi, abitanti del nostro tempo.

Non abbiamo ancora una vera comprensione storica di Cederna. Non può averla la nostra generazione, troppo coinvolta nelle sue battaglie per vedere ciò che permane di esse e anzi le supera. Saranno le generazioni successive a comprendere la sua opera, con il disincanto capace di distillare una memoria fino a trarne nuove ambizioni. Noi siamo una generazione di passaggio che può solo testimoniare gli eventi, prendersi cura dell’opera, custodirla per le interpretazioni che verranno, in una sorta di archeologia intergenerazionale.

Nel frattempo, la cosa più utile che possiamo fare è combattere gli stereotipi. Sono inveterati, per lo più inventati dai detrattori, ma alla lunga introiettati anche da alcuni sostenitori. Negli ultimi tempi subì la diffidenza del suo giornale che ritardava o non dava spazio agli articoli. Ancor di più deve aver sofferto, e sento il bisogno di scusarmene qui dopo tanto tempo, per l’insofferenza che la nostra amministrazione mostrò verso le sue critiche peraltro sempre garbate e motivate. Si arrivò perfino a criticarlo per ritorsione sui ritardi nella gestione del parco dell’Appia, di cui generosamente aveva accettato di fare il presidente nella fase di avvio. L’ultimo articolo è un grido di dolore - Chiedo solo una chiave – per dire che bastava dargli la piena agibilità della sede. Oggi, quel grido possiamo intenderlo come una metafora. Forse non abbiamo ancora trovato la chiave interpretativa dell’opera 


1.  Gli stereotipi

Il primo stereotipo, che fosse il signor NO, lo sentiamo ripetere da tanto tempo. E invece aveva un’attenzione quasi maniacale per la proposta. Ogni articolo, anche il più aspro, si concludeva con una soluzione alternativa e fattibile. Giova ricordarlo in questa sede, ha onorato il lavoro parlamentare con proposte di alto profilo che hanno influito sulla legislazione per l’ambiente, i parchi naturali, le città, i beni culturali.  Anche negli interventi occasionali portava contributi sistematici. Nella conversione di un decreto, con un discorso di pochi secondi spiegò la riforma dei suoli che in un secolo il Parlamento non ha saputo approvare. Con la chiarezza riusciva a parlare sia al largo pubblico sia alle assemblee elettive, stimato e ascoltato anche dagli avversari più ostili.

Ho avuto il privilegio di partecipare alla seduta del Consiglio Comunale che approvò la localizzazione dell’Auditorium. Da diverse settimane nell’Aula Giulio Cesare si consumava un duro scontro tra maggioranza e minoranza, a notte fonda prese la parola Cederna e cominciò criticando l’ostruzionismo della propria parte, argomentò con precisione i motivi contrari al Borghetto Flaminio e a favore del Villaggio Olimpico; calò il silenzio, poi alcuni consiglieri si avvicinarono per dare un segno di intesa, e altri seguirono l’esempio fino a che l’intero Consiglio comunale si riunì intorno al suo scranno. L’oratoria sempre asciutta prese un tono solenne, "come un senatore romano, ma avevo preso due Fernet", raccontava divertito. E la delibera fu approvata quasi all’unanimità.

Il secondo stereotipo riduce il suo discorso all’esercizio dell’in-dignazione. Questa oggi non manca, ma si esprime in una nota più bassa come s-degno. Sembrano parole simili per la comune radice della dignità, ma portano a esiti opposti. Lo sdegno esprime un rifiuto indifferenziato che prepara la via alla rassegnazione. Al contrario, l’indignazione di Cederna suscitava l’entusiasmo, come ha osservato La Regina. Il suo articolo - sempre lo stesso, come scherzava di sé citando Voltaire - inizia di solito con la descrizione accurata del disastro, ma poi l’ironia verso l’avversario mostra la possibilità di sconfiggerlo con la mobilitazione dei cittadini. Come nella pittura di Hieronymus Bosch il tratto sottile e preciso disegna i mostri nel paesaggio, i vandali in casa, ma l’ironia di certe figure segnala la possibile risalita verso il bene.

Negli anni ottanta - il decennio più negativo per le città italiane come ebbe a dire - ad ogni presa di posizione sulla stampa corrispondeva l’organizzazione di un movimento di quartiere. In quel periodo a Roma cresce una rete di associazioni a difesa del territorio. Non solo la favorì ma diede l'esempio dell’impegno accettando di presiedere per tanti anni la sezione romana di Italia Nostra. Nella crisi dei partiti che cominciava allora, solo il suo discorso riusciva a creare un nesso tra progetto di città e partecipazione civica. Influì nel travaglio del Pci contribuendo ad una riconfigurazione del suo blocco sociale. La denuncia della speculazione perpetrata a livello popolare dall’abusivismo edilizio, non meno devastante di quella realizzata dai salotti imprenditoriali, costrinse i giovani dirigenti comunisti a superare il vecchio alibi dell’abusivismo di necessità e a recidere la cinghia di trasmissione con il sindacalismo territoriale che lo aveva alimentato.

Il terzo stereotipo lancia l’accusa di passatismo che oggi suona quasi come un’infamia. È ancora un Bel Paese nonostante tutte le devastazioni. E pensando al domani si può aggiungere non è ancora un Paese all'altezza dell'eredità ricevuta. La storia nazionale, ripeteva spesso, si regge sull'avverbio ancora. I Vandali in casa contiene un'elegante definizione della modernità, aperta da una veemente retorica: “Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che.. solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire le necessità della civiltà moderna”.

2. Il Moderno

Per lui e per i suoi amici urbanisti la parola Moderno è dirimente, assume un significato più mirato rispetto all’uso corrente e indica una relazione organica tra i diversi elementi. Per Insolera è la logica del progetto di città, per Benevolo è un fattore di equilibrio della vita urbana. Per Cederna è una connessione di senso tra passato e presente. Al contrario, “chi pone una falsa alternativa o sacrifica semplicisticamente un termine all’altro” è propriamente “un reazionario o un retrogrado, anche se si camuffa di un rozzo avanguardismo e di un vago vitalismo”. La definizione si attaglia anche agli avanguardisti di oggi, che sono numerosi.

La sua modernità è la ricerca di un nesso tra le cose, una nervatura dello spazio, una relazione tra gli eventi. È l'asse di rotazione delle sue passioni civili, come archeologo, come urbanista e come politico. Come archeologo ha insegnato a vedere sempre il bene come parte di un sistema culturale e paesaggistico e mai come emergenza isolata o meramente monumentale. Un principio della tutela connesso alla storia del Paese, che è diventato un esempio a livello internazionale. Come urbanista è un anticipatore, ce lo ricorda Vezio De Lucia. I suoi resoconti da Amsterdam o da Stoccolma fanno capire agli addetti ai lavori e all'opinione pubblica i vantaggi della pianificazione che esalta le singole parti di città.

Nel contempo è un protagonista della Carta di Gubbio che inventa la tutela integrale dei centri storici, il principale contributo dell’urbanistica italiana a livello internazionale. Un altro primato oggi dimenticato o avversato. Eppure, quel metodo, al di là di procedure superate, sarebbe ancora più attuale. Esso consiste nel trasformare il tessuto urbano seguendo la stessa trama che lo ha originato. In tal modo l’elemento moderno non si sovrappone violentemente all’antico ma lo trasforma in una forma integrale. Lo stesso approccio dovrebbe applicarsi alla scala vasta, senza aggiungere insediamenti isolati che degradano la conurbazione, ma attivando nelle maglie del costruito i processi di riqualificazione. Oggi servirebbe una nuova Carta di Gubbio per fermare l’espansione nell’hinterland e curare la città disfatta.

Infine, come politico ha mirato a obiettivi apparentemente parziali, ma sempre connessi a una strategia generale, come nel disegno di legge del 1989 per la Capitale. Bisogna rileggerlo e farlo conoscere, perché Antonio lo scrisse come una sorta di testamento. Mobilitò tutti gli amici per approfondire singoli aspetti e si dedicò personalmente alla relazione illustrativa. Anche io fui convocato a casa sua per la parte che mi aveva affidato. Ne conservo un caro ricordo, lo trovai al suo tavolo di lavoro sommerso di carte, certamente affaticato e affranto, quasi tentato di lasciare tutto per mettersi a recitare Shakespeare, ma desideroso di consegnare agli atti parlamentari un'analisi storica della vicenda urbanistica tra Ottocento e Novecento e il più ambizioso progetto che sia mai stato pensato per la capitale del nuovo millennio. È costituito da tre elementi fondamentali: trasformare la periferia nel nuovo centro della città politica, realizzare una rete integrata di trasporti su ferro, ripensare la struttura urbana sulla base del Parco archeologico dei Fori e dell’Appia antica.

[omissis dal §3 al §7]



Riferimenti

Qui  il testo integrale del saggio di Tocci,  scaricabile in formato .pdf.  E qui il link ai documenti audiovisivi della conferenza, comprendenti gli interventi di Laura Boldrini,  presidente della Camera dei deputati, di Vezio De Lucia, presidente dell'associazione Bianchi Bandinelli e di Walter Tocci.   E Di Vezio De Lucia abbiamo già pubblicato  "Cederna addomesticato", ,scritto per eddyburg. 

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