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giovedì 18 agosto 2016

La questione del burkini

Leo Lancari, Valentina Brinis, Nadia Bouzekri: tre voci sul dibattito su ciò che indossano le donne musulmane quando vanno al mare Hanno diritto o no di vestirsi come meglio credono? Il manifesto, 18 agosto 2016




BURKINI, VALLS CON I SINDACI:
«GIUSTO VIETARLO IN SPIAGGIA

di Leo Lalcari
  
«Francia. Il premier: "È contro i nostri valori". Salvini: "Facciamo come la Francia"»

Alla fine nel dibattito sulla legittimità o meno per una donna musulmana di recarsi in spiaggia indossando un burkini è intervenuto anche Manuel Valls. E, un po’ a sorpresa, il premier francese si è schierato con i sindaci – almeno uno dei quali, quello di Cannes, appartenente ai Republicaines di Nicolas Sarkozy – che hanno vietato l’utilizzo sulle loro spiagge del capo incriminato che lascia scoperti solo viso, mani e piedi di chi lo indossa. «E’ incompatibile con i valori della Francia», ha spiegato Valls in un intervista al quotidiano La Provence. «Le spiagge, come ogni spazio pubblico, devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non è un nuovo tipo di costume da bagno o una moda. È la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna», ha detto il primo ministro.

Anziché sgonfiarsi (come sarebbe stato augurabile), il dibattito sembra quindi destinato a prendere sempre più piede. Nel frattempo fioccano le prime multe. A Cannes, primo comune francese ad aver introdotto il divieto, tre donne di 29, 32 e 57 anni si sono viste affibbiare una sanzione di 38 euro per aver fatto il bagno con il burkini. Altre sei sono state invece solo richiamate dalla polizia municipale e hanno lasciato la spiaggia. Come a Cannes il divieto è in vigore anche nei comuni corsi di Sisco e Villeneuve-Loubet. Pur appoggiando le restrizioni, Valls ha comunque negato di voler presentare una legge che vieti in tutta la Francia l’uso del burkini spiegando di non ritenere che «la regolamentazione generale delle prescrizioni di abbigliamento sia una soluzione».

L’ultima decisione resta dunque in mano ai sindaci, ma le parole del premier francese si sono trasformate in un caso politico. D’accordo con lui si è infatti detto il centrodestra, mentre la gauche è rimasta a dir poco perplessa dalle sue affermazioni. «L’ordine pubblico è un buon argomento» per imporre il divieto, ha subito commentato l’ex consigliere di Sarkozy Henri Guaino, convinto che «nella situazione attuale è il momento di mettere fine a certi comportamenti». Gli ha fatto eco Thierry Solére, altro parlamentare dei Republicaines: «In Arabia Saudita una donna non fa il bagno in topless o tanga. In Francia non si fa il bagno in burqa». Motivazione di alto livello, come si vede, dove tra l’altro si fa confusione tra burqa e burkini. Anche per questo la sinistra francese storce la bocca, con un esponente come l’ex ministro Benoit Hamon, candidato alle presidenziali del prossimo anno, che ieri ha definito «assolutamente incredibili» le affermazioni di Valls.

In Italia, neanche a dirlo, è subito montata la polemica, con Lega e Forza Italia scatenate. «Chiedo ai sindaci che amministrano città di mare in tutta Italia di copiare l’esempio dei francesi» è l’appello subito lanciato da Matteo Salvini, mentre per settembre sono già annunciati una mozione in Regione Lombardia per vietare il burkini in spiagge e piscine e addirittura un progetto di legge a firma del senatore Roberto Calderoli. «Sono da mettere fuorilegge sia il burqa che il burkini e per farlo serve una legge statale», ha detto Calderoli.

Nel mirino del Carroccio e Forza Italia anche il ministro degli Interni Angelino Alfano per essersi detto contrario all’introduzione di nuovi divieti. «Sarebbe una provocazione» che come reazione potrebbe provocare degli attentati, ha spiegato il titolare del Viminale. Una spiegazione definita «preoccupante» dal senatore di Fi Lucio Malan. «Dobbiamo decidere se vietare o meno il burkini in base a ciò che riteniamo giusto e coerente con la nostra civiltà. Guai a far capire che basta la minaccia sottintesa di attentati per farci cambiare leggi e abitudini». Per il presidente della Comunità del mondo arabo in Italia Foad Aodi, invece, «il burkini in Italia è un falso problema. Sono pochissime le donne musulmane che lo portano. Data la situazione internazionale noi sconsigliamo di usarlo, ma vietarlo sarebbe un errore»



BURKINI, UN DIVIETO SUL CORPO DELLE DONNE
di Valentina Brinis
«Il provvedimento non risponde ai principi fondanti espressi nel 2004 dall’Unione europea in materia di politiche di integrazione degli immigrati»

Come si comporteranno i Comuni francesi che hanno vietato il burkini sulla spiaggia, con chi indossa la muta da sub? O con le donne che per varie ragioni non possono esporsi interamente al sole e si presentano al mare con un abito che le copre interamente, testa inclusa? È vero che quelle ordinanze – adottate proprio dove qualche decennio fa era stato inventato il bikini – parlano chiaro, e si riferiscono al burkini come simbolo religioso più che all’abito in quanto tale. Ma è immaginando l’applicazione di un simile dispositivo che emergono le contraddizioni, oltre che la difficoltà di distinguere tra chi indossa un abbigliamento coprente per motivi religiosi e chi lo fa per altre ragioni.
Gli addetti al controllo delle spiagge avranno probabilmente delle linee guida e sarebbe interessante sapere se si limitano all’identificazione dei trasgressori attraverso le caratteristiche fisiche, o se è prevista un’intervista (due domande, due) in grado di mettere in evidenza se le ragioni di tale abbigliamento siano o meno religiose. Se quest’ultima parte verrà trascurata, quale atteggiamento assumeranno con i fedeli di altri culti che prevedono un costume simile? Possibile che sia solo il burkini a creare problemi di ordine pubblico, e non per esempio i borsoni da spiaggia, le già citate mute da sub o i copri costume extra-large?

Il burkini, poi, rende chi lo indossa immediatamente riconoscibile, smontando in questo modo il fulcro di un dibattito di qualche anno fa sul tema del velo come minaccia alla sicurezza pubblica.
Pare però che la battaglia contro alcune manifestazioni di radicalismo religioso si stia giocando esclusivamente sull’esibizione dei simboli di appartenenza tipicamente femminili e, più esattamente, sul corpo delle donne. Un atteggiamento, quello francese, che appare del tutto sfasato rispetto a quanto sta accadendo alle Olimpiadi di Rio dove il burkini viene utilizzato dalle atlete senza che divenga il bersaglio di accese polemiche. La schermitrice americana che ha gareggiato con il velo lo ha fatto per rivendicare la propria identità e non perché costretta da un compagno estremista. E lo stesso ha pensato la giocatrice di beach-volley egiziana quando lo ha indossato nel match contro la Germania.

Ecco perché è stato prudente il ministro dell’Interno Angelino Alfano a discostarsi dai provvedimenti francesi, assicurando che non saranno mai adottati in Italia. E ciò deve essere fatto non solo per paura di subire ritorsioni da parte di chi quei simboli li considera il tratto fondamentale della propria identità, fino a dichiarare guerra a chi non li rispetta, ma anche perché la loro negazione nello spazio pubblico non si è dimostrata efficace. Inoltre, un divieto come quello imposto dalla Francia, non risponde ai principi fondanti espressi nel 2004 dall’Unione europea in materia di politiche di integrazione degli immigrati. Dove, l’integrazione, è da intendersi come un processo a doppio senso (e non a senso unico), composto da diversi elementi, e capace di incidere sia sulla società ospitante che sugli stranieri. E in Europa, un simile sistema non è più ignorabile.


LA LAICITÀ NON DOVREBBE LIMITARE
I DIRITTI MA DIFENDERLI
intervista di Carlo Lania Nadia Bouzekri

«Per favore non mi si venga a dire che un divieto come quello di indossare il burkini in spiaggia è stato pensare per difendere i miei diritti o la laicità dello stato francese. Il burkini non è un indumento previsto dalla religione, è un costume. Chi vuole lo indossa, chi non vuole no. Direi che il problema è a monte: indipendentemente dalla religione sembra che il mondo sia concentrato su quello che le donne possono o non possono indossare».

Nadia Bouzekri è la prima donna a essere stata nominata presidente dei Giovani musulmani d’Italia, un’associazione che con i suoi 1.200 iscritti è la più grande del paese. 24 anni, vive con i genitori marocchini a Sesto San Giovanni. «In quanto donna, musulmana e cittadina italiana – spiega – sapere che ci sia una legge che mi discrimina vietandomi di andare in spiaggia con un determinato abbigliamento mi fa sentire meno libera. Se si pensa che la libertà della donna sia vincolata a quanti centimetri di pelle debba scoprire vuol dire che i parametri che stiamo utilizzando sono sbagliati. Il burkini è stato ideato da un’artista australiana proprio per rispondere alle esigenze delle donne musulmane che volevano andare in spiaggia. Così come una muta è stata pensata per andare sott’acqua. Se indosso una muta che succede, arriva un vigile e me lo vieta perché sono musulmana? Alla fine il burkini è simile a una muta da sub. Penso alle atlete che sono alle Olimpiadi: non dovrebbero gareggiare perché lo indossano?

Però il messaggio che trasmette un burkini è diverso da quello di una muta da sub. Il premier francese Valls si è detto d’accordo con il divieto perché, ha spiegato, il burkini contrasta con un importante valore della Francia come la laicità.

La laicità deve tutelare i diritti dei cittadini o deve limitarli? Lo chiedo perché mi sembra che questo divieto sia stata posto esclusivamente per cittadini di una determinata fede. Una persona può essere atea e voler indossare il burkini perché è comodo.

La ministra francese Rossignol lo equipara al burqa.
E’ sbagliato. Il burqa è un indumento legato a una tradizione culturale in cui c’è un problema di diritti delle donne, ma è anche legato a un’area geografica ben precisa. E poi con il burkini, chiamato così con un chiaro riferimento al bikini, viso, mani e piedi sono scoperti, cosa invece impossibile con il burqa.

Però il resto del corpo è coperto. Non è comunque una violenza per la donna che lo indossa?
Sarebbe un atto di violenza se fossi obbligata ad indossarlo. Così come è un atto di violenza obbligarmi a scoprirmi, a dover per forza indossare un bikini piuttosto che un costume intero. Questa estate con alcune amiche siamo andate al mare: qualcuna indossava un burkini, altre un costume e ci siamo divertite tranquillamente. Non vedo dove sia il problema.

Lei cosa indossava?
Un burkini.

E ha avuto qualche reazione da parte degli altri bagnanti?
E’ normale che all’inizio vi sia uno sguardo un po’ destabilizzato. Però poi quando le persone vedono che nuoto tranquillamente, che rido e scherzo senza nessun problema, lo stupore passa velocemente insieme alla diffidenza. Indipendentemente dalla religione sembra che tutto il mondo sia concentrato su cosa indossano le donne.

Quindi ne fa una questione di moda?
Per alcune musulmane può esserlo, per altre invece è solo un costume da bagno. Io lo uso quando vado al mare, quando vado a fare trekking metto le scarpe da trekking.

Il ministro Alfano dice che vietarlo sembrerebbe una provocazione.
Più che una provocazione significherebbe andare contro i diritti costituzionali. La Francia in primis, con questo divieto mascherato sotto la tutela della laicità piuttosto che della sicurezza, va contro i diritti fondamentali dell’Unione europea.