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mercoledì 17 agosto 2016

La chimica italiana

«Il “sogno” di una rivoluzione industriale permanente, grazie alla chimica italiana, è stato definitivamente sepolto a Porto Marghera e nei siti minori sparsi per l'italia, dalla Sicilia alla Puglia, fino alla Sardegna, lasciando un grande “buco nero”, con un’immane tragedia ambientale e sanitaria». L'intervista di Carlo Mion a Maurizio Don, l'articolo di Gianni Favarato, La Nuova Venezia, 17 agosto 2016 (m.p.r.)


«PORTO MARGHERA
ULTIMA OCCASIONE»
di Carlo Mion


Marghera. Del Petrolchimico di Porto Marghera che fu il più grande d'Europa, restano vecchi tubi arrugginiti, stabili dismessi e terreni da bonificare. La natura, come testimonia il reportage pubblicato sulla “Nuova” di lunedì, si sta riprendendo lo spazio che le era stato strappato un secolo fa. In occasione dei cento anni di vita, errori del passato, agonia del presente e speranze per il futuro nel botta e risposta con Maurizio Don, sindacalista nazionale della Uiltec e per decenni sindacalista al Petrolchimico. 

A cento anni dalla nascita della grande area industriale di Porto Marghera cosa resta? 
«I primi insediamenti furono quelli della zona industriale vicini al ponte della Libertà che comprendevano i fertilizzanti e l'alluminio della Sava. Oggi dell' industria a ridosso di Mestre e Marghera non è rimasto più nulla o quasi. È sparita Montedison Agricoltura e prima ancora la Sava, non c'è più la Vidal e nemmeno il Feltrificio Veneto. Sono state chiuse le vecchie centrali elettriche dell'Enel, Vinyls, il Clorosoda e la Pilkington è da tempo in brutte acque. Nella seconda zona industriale la chimica costruita dalla Montecatini in poi è in fase di trasformazione e quello che rimane lo stiamo difendendo con i denti». 

In questo anniversario c'è il rischio delle celebrazioni permeate di retorica? 
«Sono stati tanti anni di progresso e di emancipazione sociale per il territorio veneziano, e non solo, che hanno valorizzato fortemente l'economia di questi paesi e della sua gente. Quanto fatto, nel bene e nel male, va ricordato e va studiato con il raffronto fra la visione di sviluppo del primo dopoguerra e la coscienza ambientale di oggi. Se non vogliamo che sia soltanto una passerella di rappresentanza occorrerà che si lavori per una nuova ripartenza che non getti via il bambino con l'acqua sporca». 

Nell'ultimo quarto di secolo sul Petrolchimico quali sono stati gli errori maggiori? 
«Il più grande petrolchimico d'Europa ha avuto il merito di essere stata una grande realtà industriale, pur con tutte le sue storture, ed il demerito di non essersi adeguato nel tempo ai cambiamenti richiesti dall'evoluzione produttiva e di mercato. La discussione dei primi anni '90 era basata su una questione: la chimica italiana deve restare privata in mano a Montedison o diventare pubblica dentro Eni? Questa diatriba con contorno di tangenti ha sviato l'attenzione dall'evoluzione di processo verso un interminabile balletto di posizioni politiche e istituzionali che hanno contribuito a soffocare ogni iniziativa di rilancio industriale». 

E chi ha sbagliato maggiormente in questo senso? 
«Hanno sbagliato tutti: le imprese che non hanno avuto il coraggio o la forza di fare quadrato a difendere le potenzialità enormi di un tessuto industrializzato senza pari. Ha sbagliato la politica nel trasformare la discussione sul recupero ed il rilancio di Porto Marghera in un ring elettorale inconcludente e forse, qualcosa ha sbagliato anche il sindacato che ha potuto solo difendere i posti di lavoro che si perdevano. Noi abbiamo cercato di rallentare le dismissioni per ridurre il disagio occupazionale di migliaia di lavoratori. In questo contesto abbiamo sbagliato, eccedendo con la fiducia verso imprenditori che hanno, tradendo le nostre aspettative, tentato di fare solo speculazione sui cadaveri delle imprese». 

Solo errori o la volontà (politica?) di smantellare una realtà industriale che non poteva essere competitiva nel luogo dove era nata? 
«La perdita di competitività delle produzioni chimiche di Marghera è figlia della mancanza di capacità di reazione alle evoluzioni del mercato. Ma era difficile farlo se la burocrazia ha soffocato ogni tentativo di riconversione, se una autorizzazione ambientale ha tempi straordinariamente lunghi rispetto ai nostri competitors mondiali. Alla fine degli anni 90 si fece il primo Accordo di Programma su Porto Marghera e già allora governatore Giancarlo Galan sosteneva che nel 2015 non ci sarebbe stato più un polo chimico. Nulla è stato fatto nella logica della programmazione alternativa, ma tutto è servito ad acuire lo scontro fra i sostenitori, pochi, del cambiamento accompagnato, e coloro, molti, che pensavano che il non fare nulla era già una decisione». 

Nel momento in cui iniziò il declino, al posto di arroccarsi nella strenua difesa dei posti di lavoro, non si poteva pensare a reinventare quei posti pensando al recupero delle aree? 
«Porto Marghera aveva e ha in sé tutte le condizioni esogene per essere un'area molto appetibile per le imprese: servizi, logistica, portualità ed enormi professionalità nelle sue maestranze, ma una gestione politica ignava ed imprese poco coraggiose non hanno voluto pensare ad una trasformazione di accompagno. I sindacati hanno sempre chiesto non lo status quo, ma un processo di trasformazione che creasse nuova occupazione prima di una dismissione. Ma questo non è mai avvenuto. La logica dell'occupazione attraverso le bonifiche è sempre stata effimera perché per bonificare dove lavoravano centinaia di persone stabilmente, bastano poche unità e a breve termine ed è per questo che è stata osteggiata dal sindacato». 

Si sta perdendo ancora tempo in discussioni infinite? 
«Le celebrazioni del centenario della nascita di Porto Marghera hanno questa responsabilità: analizzare gli errori, quali - quanti e perché sono stati fatti, valorizzare quanto ancora esiste, seguendo l'esempio della trasformazione della raffineria e sostenendo come detto la strada della chimica verde, non buttando cioè alle ortiche cento anni di storia perché non si ha il coraggio di ammettere che, anche se oggi nessuno farebbe un petrolchimico a bordo laguna, è solo per mancanza di senso di responsabilità che si preferisce lasciare tutto fermo. C'e un problema, lo stato non pagherà perché per bonificare Porto Marghera serve un finanziaria, e di conseguenza se non favoriamo un nuovo sviluppo produttivo, attraverso la chimica verde, avremo una nuova Bagnoli in laguna».



LA PARABOLA MORTALE DELLA CHIMICA ITALIANA AI BORDI DELLA LAGUNA
di Gianni Favarato
Cinquant’anni di storia, dall’Eni di Mattei e la Montedison di Raul Gardini alla nuova chimica verde promessa dall’Eni

Marghera. Le grandi fonderie e fabbriche siderurgiche nate all’inizio del seconolo scorso (dalla Sava, all’Alumix fino all’Alcoa) ormai è stata praticamente azzerata, lasciando capannoni vuoti e fatiscenti in aree abbandonate a se stesse e piene di veleni. Anche la parabola della chimica di base italiana che ha fatto la storia di Porto Marghera, qui è cominciata occupando decine di migliaia di lavoratori ai bordi della laguna e qui ora sta sparendo quasi del tutto, ancor prima della possibile rinascita in una nuova versione “green” che utilizza oli vegetali al posto deo derivati del petrolio. “E mo', e mo', Moplen!” diceva con il suo faccione da clown l'indenticabile Gino Bramieri pubblicizzando in televisione la rivoluzionaria plastica di propilene prodotta per dalla Montecatini sulla scia della scoperta di una nuova sostanza plastica polimerica fatta dal premio Nobel Giulio Natta. 

Erano gli anni Sessanta e nell’Italia in pieno boom economico e in Italia nascevano due grandi società, il nascente Ente nazionale idrocarburi fondato da Enrico Mattei e la Montedison di Cuccia che poi passò alla famiglia Ferruzzi e infine a Raul Gardini e Gabriele Cagliari che si sono suicidati alla vigilia del primo interrogatorio dei magistrati di Mani Pulite. Eni e Montendison decisero di sancire un grande matrimonio per da vita ad Enimont, un sogno di grandezza industriale nazionale durato ben poco, per poi lasciare il terreno a multinazionali - come Dow Chemical, Evc, Ineos, Elf Atochem e Solvay - che negli ultimi anni, una dietro l'altra, dopo aver “spremuto” tutti i profitti possibili, l'hanno abbandonata chiudendo le produzioni o vendendole a improbabili imprenditori come il trevigiano Fiorenzo Sartor che ha rilevato la produzione di cvm e plastica in pvc della Ineos nel 2009 per poi portare i libri contabili in tribunale e decretare così la chiusura definitiva del ciclo del cloro. 

Il “sogno” di una rivoluzione industriale permanente, grazie alla chimica italiana, è stato definitivamente sepolto a Porto Marghera e nei siti minori sparsi per l'italia, dalla Sicilia alla Puglia, fino alla Sardegna, lasciando un grande “buco nero”, con un’immane tragedia ambientale e sanitaria ancora da risanare, migliaia di posti di lavoro persi, per l'immane inquinamento di acque, suoli e falde ancora ben lungi dall'essere ripulito con le attese e ormai sempre più improbabili bonifiche e ha ingoiato migliaia di miliardi delle vecchie lire, finiti nelle tasche dei “boss” delle Partecipazioni Statali italiane e delle multinazionali chimiche. Oggi a Porto Marghera a tirare la ripresa è rimasto il porto passeggeri e commerciale con le connesse attività logistiche e industriali che piano piano stanno occupando parte delle aree abbandonate. Sono rimaste in esercizio solo due grandi stabilimenti chimici (oltre a quelli più modesti di Atochem, Sapio e Solvay) che fanno capo all’Eni e sono la raffineria di petrolio ai bordi della laguna, ora riconvertita al biodiesel e il vecchio impianto del cracking dell’etilene che doveva essere chiuso o venduto ma ora, stando alle ultime promesse - da verificare nei fatti - dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, dovrebbe veder rinascere la chimica italiana in versione “verde”.
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