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lunedì 1 agosto 2016

Ivrea e i vuoti di Olivetti, tra l’amianto e l’Unesco

«La città sogna di recuperare gli spazi abbandonati della grande fabbrica: l’area può diventare patrimonio dell’umanità. Intanto De Benedetti è stato condannato per sette lavoratori morti». Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2016 (p.d.)

A Ivrea ci sono dei vuoti da colmare. Vuoti fisici e immateriali lasciati dalla fine della grande azienda che aveva reso la cittadina piemontese una capitale dell’economia e dell’innovazione grazie allo spirito di Adriano Olivetti. Riempirli potrebbe innescare nuovi processi. È l’obiettivo fissato dalla città alcuni anni fa con la candidatura all’Unesco, che nel 2018 potrebbe riconoscere l’area che ruota intorno a via Guglielmo Jervis patrimonio dell’umanità come “città industriale del XX secolo”. Ivrea, però, deve fare il conto con la realtà: il 18 luglio scorso Carlo De Benedetti e altri ex amministratori sono stati condannati per le malattie e i decessi di alcuni ex dipendenti provocati dall’amianto. La procura, inoltre, sta indagando su altri casi. Stesso marchio, Olivetti, ma due storie diverse: quella di Camillo e Adriano, da valorizzare, quella di De Benedetti e altri, da dimenticare.

“Questa Vicenda è un po’rimossa”, racconta Vanda Christillin, insegnante, figlia di impiegati Olivetti che hanno acquistato una delle villette costruite per i quadri, dove la signora abita ancora. “Si pensa che non sia una questione dell’azienda, ma dell’amianto, che in quegli anni era ovunque”. E continua: “La storia dell’Olivetti sotto De Benedetti è diversa: non c’era la dedizione ai lavoratori dei tempi di Adriano e quando lui non ha avuto i rendimenti sperati, l’ha lasciata”. Così si sono svuotati gli stabilimenti di via Jervis e molte stanze di Palazzo Uffici. Il fantasma dell’amianto, però, è restato a lungo prima di dare segnali e prima di essere estirpato: “Già durante la preparazione della candidatura ne abbiamo tenuto conto tra i fattori critici - dichiara il sindaco Pd Carlo Della Pepa -. Siamo intervenuti sugli edifici pubblici, l’ex asilo aziendale,la sede dell’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpa) o le aree della officine Ico (Ing. Camillo Olivetti, ndr) con le facoltà universitarie”. Per gli altri edifici, spetterà ai privati.

“Entra nella storia della tua città”. Con questo slogan uno dei fondi immobiliari informa che “sono disponibili in vendita o in locazione luminosi uffici”. Da più di un anno il cartello è esposto sul “Centro servizi sociali” progettato dagli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, che - su impulso di Olivetti - dagli anni Trenta hanno plasmato quest’area con linee razionaliste e moderniste simili a quelle di Frank Lloyd Wright, Mies Van Der Rohe e Le Corbusier. Nei tempi d’oro era un edificio dallo spirito tipicamente olivettiano, che offriva, oltre ai servizi sociali e assistenziali, anche la biblioteca aperta fino a tardi per i dipendenti della Olivetti e gli abitanti di Ivrea. Ora molti locali sono abbandonati. Di fronte ci sono le officine Ico, dalla più antica in mattoni rossi, progettata da Camillo Olivetti nel 1908, ai suoi ampliamenti (ancora opera di Figini e Pollini) dalle grandi vetrate. Oltre a uffici e magazzini, sono in vendita anche le case dei dipendenti. Con 210mila euro si può comprare una delle villette progettate da Figini e Pollini per i lavoratori con famiglie numerose, case da 210 metri quadri su due piani e 480 metri quadri di giardino. Se l’area avesse il bollino Unesco, la casa sarebbe esente dall’Imu e il valore crescerebbe. “Quasi il 60 per cento degli edifici olivettiani è vuoto”, afferma il sindaco. Renato Lavarini, coordinatore della prima fase della candidatura, aggiunge che “secondo uno studio dello Iulm di Milano il patrimonio Unesco aumenta il valore dell’immagine del 40 per cento”.

Il vuoto più difficile da colmare è però quello lasciato da Adriano Olivetti, morto il 27 febbraio 1960. Nel 1962 è nata la fondazione a lui dedicata con l’intento di mantenerne vivo il pensiero e quello della sua “Comunità”. A 100 anni dalla nascita dell’azienda, la fondazione ha proposto la candidatura: “Ciò che ci interessa è l’aspetto immateriale – dice il segretario generale Beniamino De’ Liguori Carino, nipote dell’imprenditore. Quegli edifici sono i simboli di quello spirito”. “Non candidiamo soltanto i singoli edifici, ma un modello di città”, aggiunge Matilde Trevisani, project manager dell’ente. Se diventare patrimonio Unesco è possibile, sembra impossibile ritrovare imprenditori come lui: “Tanti hanno elementi simili, ma quel modello non è replicabile”, dice De’Liguori Carino. “Penso che sia impossibile ricreare quell’ambiente, ma vogliamo promuovere gli asset - dice Della Pepa - per creare le condizioni utili alle start up. D’altronde abbiamo già l’Interaction Design Institute e l’Arduino: speriamo che tra dieci anni via Jervis, definita da Le Corbusier ‘la via più bella del mondo’, possa attirare aziende e professionisti innovativi. La museificazione non serve a nessuno, men che meno a Ivrea”.