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domenica 7 agosto 2016

In Sudafrica i «born free» abbandonano l’Anc

«22 anni dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica ha espresso per la prima volta un voto di protesta : il potere è ancora nelle mani della minoranza bianca (8% della popolazione), mentre la maggioranza della popolazione (i neri) soffre la mancanza di servizi di base, un alto tasso di disoccupazione, non gode di un sistema scolastico efficiente». Il manifesto, 7 agosto 2016

Con la caduta della capitale alle elezioni amministrative di mercoledì scorso, la débâcle per il partito di Nelson Mandela suona ancora più ineluttabile. A Pretoria ad avere la maggioranza con il 43% è la Democratic Alliance (Da) – il maggior partito d’opposizione – contro il 41% dell’African National Congress (Anc). Diversa la situazione a Johannesburg, dove i risultati ancora parziali assegnano la vittoria – anche qui di misura – all’Anc con il 44% contro il 38% dei Da. Imbarazzanti invece i risultati a Nelson Mandela Bay (che comprende Port Elizabeth, città simbolo della lotta all’apartheid), dove appare più netta la sconfitta per l’Anc con il 40% contro il 46% ottenuto dai Da.

Mentre scriviamo, con il 99% dei voti scrutinati, l’Anc emerge dominante a livello nazionale con il 53.9% dei voti (circa 9 punti percentuali in meno rispetto al 62% ottenuto nelle elezioni comunali del 2011), mentre la Da è al secondo posto con il 26.9%, seguita dall’ Economic Freedom Fighters (Eff) con l’8,19% dei voti.

L’Anc si assicura così 175 consigli e la Da 24. In 26 consigli non sarebbe stata raggiunta la maggioranza da nessun partito. Si tratta di quei comuni per cui sarebbero già in corso trattative per formare amministrazioni di coalizione. Il calo dei consensi si è registrato in almeno 8 grandi città, dove a differenza delle zone rurali i meccanismi clientelari del partito sono probabilmente meno radicati. Nonostante Anc conservi la maggioranza su base nazionale, è la sconfitta o il testa a testa in città chiave come Pretoria e Johannesburg e in roccaforti come Port Elizabeth a dare la misura del cambiamento epocale a cui dovranno prepararsi le classi politiche in lizza.

Se per l’Anc queste elezioni segnano una grave sconfitta, per la Da invece si tratta della prima più importante vittoria fuori dalla roccaforte del Western Cape dove mantiene la maggioranza schiacciante con il 63%. Così come per l’Eff, che alla sua seconda tornata elettorale, si sta imponendo come attrattore importante per gli elettori più delusi di Anc.

Ventidue anni dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica ha espresso per la prima volta un voto di protesta e di cambiamento. Se per due decenni infatti l’Anc ha potuto contare sul sostegno incondizionato di decine di milioni di sudafricani neri vissuti sotto il regime di segregazione razziale, d’ora in avanti per guadagnarsi la chance per governare dovrà abbandonare la logica del movimento di liberazione e guardare oltre le politiche razziali e di assistenzialismo. Che l’Anc, il movimento di liberazione che ha contribuito in modo decisivo a liberare il Paese dall’apartheid, sia stato battuto in città strategiche dal maggior partito di opposizione, la Da, notoriamente il partito che fa gli interessi dei bianchi (guidato da appena un anno dal suo primo leader nero) è un fatto indicativo.

Si tratta di una svolta storica che segna l’avvio di una nuova era che rimodella lo scenario politico in vista delle presidenziali del 2019 e inaugura l’inizio di un nuovo percorso democratico di potenziali governance alterne.

Con la fine di quello che di fatto è stato un sistema a partito unico e l’inizio delle amministrazioni di coalizione e delle alleanze politiche. Con la sconfitta di Anc, più di vent’anni dopo la fine di un regime di segregazione razziale, è l’elettorato storico del partito di Mandela a pretendere un nuovo corso politico indicando la via per una nuova riconciliazione non nel superamento ideologico delle divisioni razziali tout court quanto nella risoluzione delle gravi problematiche economiche sociali che le alimentano.

L’Anc ha perso quella che probabilmente considerava l’ovvia fedeltà dei suoi elettori storici e non è riuscito a guadagnarsi quella delle nuove generazioni, dei cosiddetti born free cresciuti in un Sudafrica libero ma preda, più di 20 anni dopo la fine dell’apartheid e due decenni di governo dell’Anc, ancora di forti diseguaglianze sociali ed economiche, in cui il potere è ancora nelle mani della minoranza bianca (8% della popolazione), la maggioranza della popolazione (i neri) soffre la mancanza di servizi di base, un alto tasso di disoccupazione (circa il 27%), vive ancora nelle township, non gode di un sistema scolastico efficiente.

Larghe fasce della popolazione che con questo voto hanno espresso il malcontento e tutta la mancanza di credibilità nei confronti dell’Anc, di Jacob Zuma e della sua leadership macchiata da diversi scandali di corruzione. Anc non può più considerare permanente – quasi di diritto per aver traghettato il Paese fuori dal regime – quel mandato per governare che l’elettorato nero gli aveva affidato all’indomani delle prime elezioni libere nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela primo presidente nero.

È questo l’elemento nuovo che i risultati di queste elezioni introducono nel panorama politico della giovane democrazia sudafricana che finora ha legato le sue sorti sull’«ovvia« governance del partito che si è battuto per la fine del regime di dominazione dei bianchi.