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martedì 9 agosto 2016

Il referendum dà i numeri

«Il governo è ancora in tempo per fissare il voto a ottobre. Ma punta al dopo finanziaria. In Cassazione si salva per solo 4mila firme la richiesta del Sì. Intanto lo stato spenderà di più di ogni possibile, e assai ottimistica, previsione sui risparmi possibili con la riforma costituzionale». Il manifesto, 9 agosto 2016



REFERENDUM, RENZI
CI METTE LE FIRME.
NON LA DATA

Giovedì scorso, 4 agosto, ventisei giudici di Cassazione dell’ufficio centrale per il referendum hanno ammesso anche l’ultima richiesta di referendum sulla riforma costituzionale, quella depositata dal comitato del Sì e accompagnata da 579mila firme di cittadini. La notizia è stata ufficializzata ieri con un comunicato stampa. Sia il comitato per il Sì che la raccolta delle firme sono un’idea di Renzi e del suo consigliere americano Jim Messina, ragione per cui ieri il presidente del Consiglio si è variamente compiaciuto: «Questa è una sfida di un popolo. Dipende da ciascuno di noi, non da uno solo», ha scritto. Registro assai diverso da quello con il quale aveva lanciato la campagna, quando spiegava che «chi vota no mi odia». Il referendum ci sarebbe stato in ogni caso, perché la riforma costituzionale è stata votata in parlamento con una maggioranza ridotta e perché la richiesta era già stata presentata dai parlamentari e accolta dalla Cassazione, il 6 maggio.

Anche l’esito positivo della (veloce) verifica della Cassazione sulle firme era cosa nota, questo giornale ne aveva scritto l’indomani, venerdì 5 agosto. La lettura dell’ordinanza offre però un dettaglio importante: il numero di firme verificate come effettivamente valide dai giudici è appena sufficiente ad autorizzare la richiesta di referendum: 504.387, la soglia minima essendo fissata a 500mila. L’iniziativa di Renzi, dunque, è salva per un pelo. Il che aggiunge dubbi in quanti avevano già notato il «miracolo» delle firme per il Sì che si producevano in assenza di banchetti destinati a raccoglierle. Due cose in effetti colpiscono. La prima è la scarsissima percentuale di firme scartate dalla Cassazione. Nel caso delle ultime proposte di referendum abrogativo arrivate alla suprema corte con le firme necessarie, quelle dei radicali sulla giustizia nel 2013 e quella di Parisi, Di Pietro e Segni contro il Porcellum nel 2011, la percentuale di sottoscrizioni ritenute non valide è stata dal 25% nel primo caso e del 55% nel secondo. Nel caso delle firme «renziane» la percentuale di scarti è stata appena del 12%. Il controllo cartolare è durato venti giorni, mentre negli altri casi i giudici hanno avuto a disposizione due mesi. Sorprendenti sono anche i numeri che i segretari regionali del Pd hanno dato sulla raccolta firme, nel tentativo di mettersi in buona luce con il segretario. 50mila firme in Toscana, 25mila in Calabria, 17mila in Sardegna e nelle Marche sono numeri che possono sembrare alti ma che per chi ha pratica di raccolta firme non consentono in genere di raggiungere il quorum. Ad esempio in Toscana (come in altre regioni) il comitato per l’abrogazione dell’Italicum ha raccolto praticamente lo stesso numero di firme, pur non essendo riuscito a raggiungere nel complesso le 500mila necessarie. Per rispondere a questi dubbi, alimentanti anche dalla vicenda del rimborso che ora spetterà al comitato del Sì, potrebbe essere utile una pubblicazione delle firme depositate e certificate. Ma il 20 luglio scorso la Cassazione ha risposto di no al costituzionalista Fulco Lanchester che con i radicali ha chiesto l’accesso agli atti. No perché l’ufficio centrale per il referendum non è una «amministrazione pubblica» ma «un organo giurisdizionale».

Anche Renzi alimenta la confusione sui numeri. Nell’esultare, ieri ha scritto che il suo Sì alla riforma è sostenuto da «quasi 600mila firme, circa il triplo degli altri». Gli «altri» sono quelli del comitato del No ma in realtà lo scarto con le «loro» 316mila firme è assai minore, non è neanche del doppio. Soprattutto, Renzi continua a evitare la comunicazione più attesa, quella della data del referendum. La legge non prevede tempi di attesa, il governo da oggi ha 60 giorni di tempo per convocare il referendum (a sua volta da tenersi tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto di indizione, firmato dal capo dello stato). Se Renzi farà trascorrere invano questa settimana, il referendum costituzionale non potrà più essere fissato il 2 ottobre, come pure lui ha detto (anche in tv) di desiderare. Se farà passare tutto il mese di agosto, il referendum slitterà inevitabilmente a novembre. E se voteremo quasi a dicembre non sarà per evitare inopportuni incroci con la sessione parlamentare di bilancio. Ci sarebbe tutto il tempo per anticipare la presentazione alla camera della legge di stabilità, il punto è che Renzi non è più di questa idea. «A ottobre ci divertiremo», ripeteva ancora a fine giugno quando leggeva sondaggi diversi e assicurava di voler votare «il prima possibile». Adesso ha bisogno di un colpo d’ala per cercare di vincere, e cercherà di piazzarlo nella finanziaria.



MEZZO MILIARDO
DI RIMBORSI INUTILI

Il referendum costituzionale non prevede quorum, dunque il rimborso elettorale al comitato del Sì è garantito, e da ieri se ne conosce esattamente l’entità. Sarà di 504.307 euro, uno per ognuna delle firme verificate come valide dall’ufficio centrale della Cassazione. Lo stabilisce la vecchia (1999) legge sul finanziamento dei partiti, che è stata completamente abrogata ma non nell’articolo che si occupa dei referendum. È in qualche modo una norma di garanzia, perché consente in astratto a un comitato di cittadini che vuole provare ad abrogare una legge – o, come in questo caso, bloccare una modifica alla Costituzione – di poterci effettivamente provare anche senza l’appoggio di un certo numero di parlamentari o di consigli regionali. Non è però la situazione in cui ci troviamo.
Questa volta i sostenitori del Sì al referendum costituzionale avevano già la loro richiesta, presentata con la firma dei deputati e senatori del Pd e immediatamente accolta dalla Cassazione il 6 maggio. Una settimana più tardi – dunque con la certezza che il referendum si sarebbe tenuto già acquisita – il 13 maggio il comitato del Sì ha presentato la sua richiesta di raccolta delle firme. Comitato la cui creazione è stata promossa dal presidente del Consiglio e segretario del Pd insieme alla stragrande maggioranza dei parlamentari di quel partito, molti dei quali avevano già firmato la prima richiesta alla Cassazione. Non si tratta di un’iniziativa dei cittadini, ma di palazzo Chigi e del super pagato consigliere americano di Matteo Renzi. Dietro il comitato che riceverà mezzo miliardo di euro a carico delle casse dello stato ci sono loro.

Mezzo miliardo per sostenere una richiesta di referendum che è due volte inutile. È inutile perché il referendum ci sarebbe comunque stato, come abbiamo visto. Ma inutile anche perché l’iniziativa in questo caso è di chi è a favore della riforma, cioè di chi non avrebbe avuto bisogno di fare nulla: trascorsi tre mesi senza nessuna richiesta la riforma costituzionale sarebbe stata automaticamente promulgata. Questa non indifferente spesa pubblica può dunque essere legittimamente contestata anche da chi non si oppone in linea di principio al finanziamento pubblico alla politica.
Anche perché il presidente del Consiglio che è all’origine di questa iniziativa, ha più volte presentato la riforma costituzionale come una novità in grado di far risparmiare molti soldi pubblici. Anzi moltissimi: ha annunciato un miliardo di risparmi. Per la verità, quando alla ministra delle riforme è stato chiesto di fare bene i conti in parlamento, questi risparmi si sono notevolmente ristretti. In maniera comunque generosa, la ministra Boschi ha conteggiato 170mila euro di minori spesa per il senato laddove la ragioneria dello stato si è limitata a 70mila. Però Boschi ha aggiunto al calcolo la stima di ben 320mila euro che risparmieremmo per l’abolizione delle province. Pure questi assai aleatori, come l’esperienza racconta, visto che la riforma costituzionale dà solo l’ultimo tratto di penna su un’abolizione già decisa dal 2014 con legge ordinaria. Ma in ogni caso, anche a dar retta alle previsioni ottimistiche della ministra, la riforma della Costituzione voluta dal governo permetterà di ridurre la spesa pubblica di 490mila euro. Adesso sappiamo che il comitato del Sì voluto inutilmente da Renzi costerà 14mila euro in più.
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