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sabato 13 agosto 2016

Il Pil rallenta, l’economia non cresce

Scarso successo delle politiche  economiche twittate dal premier Renzi. C'era da aspettarselo. Intanto, la liquidazione del patrimonio pubblico prosegue (ma questo il giornale non lo dice). Corriere dellaSera, 13 agosto 2016


La serie positiva è finita. Dopo cinque trimestri consecutivi di crescita l’economia italiana resta al palo. A certificarlo è l’Istat, ufficializzando che «nel secondo trimestre del 2016 il Pil (Prodotto interno lordo) è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente». Vale aggiungere che nel secondo trimestre il Pil è aumentato dello 0,7% rispetto all’analogo trimestre del 2015, ma a fine marzo il dato tendenziale evidenziava una crescita dell’1%. Crescita zero, insomma, nel periodo compreso tra aprile e giugno, durante il quale, tra l’altro, c’è stata una giornata lavorativa in più sia rispetto al trimestre precedente sia rispetto al secondo trimestre dello scorso anno.

A pesare su base congiunturale è il rallentamento del valore aggiunto nell’industria. Un segnale poco rassicurante per il governo che vede allontanarsi l’obiettivo di una crescita dell’1,2%, così come sottoscritto dall’esecutivo ad aprile. Il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ammette: «non c’è dubbio che sulla base di questi dati appare difficile conseguire l’obiettivo di crescita fissato per il 2016».

La «variazione acquisita» per il 2016 è lo 0,6%. Significa che tale sarà la crescita se nei prossimi due trimestri il Pil resterà inchiodato sullo zero. La frenata italiana si inserisce in un contesto generale che vede i Paesi dell’eurozona crescere dello 0,3% nel secondo trimestre e dell’1,6% su base annua. In particolare, l’economia tedesca ha registrato un aumento congiunturale dello 0,4%, la Spagna dello 0,7%, mentre la Francia evidenzia un Pil a crescita zero proprio come l’Italia. Un dato quello italiano che comprime inevitabilmente i margini di manovra del governo sia sul fronte della richiesta di flessibilità sui conti pubblici, sia sull’ammontare delle risorse da indirizzare su capitoli di spesa come pensioni e investimenti. Tanto che il ministero dell’Economia tramite una nota fissa alcune puntualizzazioni: il rallentamento dell’economia era previsto ed è un fenomeno globale, i conti pubblici sono sotto controllo, la legge di bilancio 2017 concentrerà le risorse disponibili su poche misure a sostegno della stabilità. Da via XX Settembre tengono a sottolineare che alcuni fattori di rischio geopolitico come Brexit (anche se a dire il vero il voto c’è stato il 23 giugno), terrorismo e crisi dei migranti hanno avuto un impatto particolarmente negativo. Ciò non toglie, specifica la nota, che «gli investimenti lordi fissi hanno registrato una ripresa e che occorre insistere su questo fronte».

Il Tesoro, non a caso, rivendica le decisioni assunte dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) mercoledì scorso con lo sblocco di investimenti per 40 miliardi di euro. Resta che l’attuale scenario circoscrive il raggio d’azione del premier Matteo Renzi, confidente nella possibilità di varare misure di politica economica espansive e intenzionato «ad avere da Bruxelles libertà d’azione prima del referendum sulla riforma costituzionale», scrive il Financial Times . Nei fatti il premier deve fronteggiare una «stagnazione non sorprendente in quanto i dati mensili sulla produzione sia nell’industria che nelle costruzioni avevano mostrato una flessione», come spiega Paolo Mameli, senior economist di Intesa SanPaolo, che aggiunge, «difficilmente anche l’anno prossimo la crescita si collocherà sopra l’1%». Sul versante politico la certificazione dell’Istat e le previsioni al ribasso sul Pil espongono il governo agli attacchi dell’opposizione. Il leader della Lega, Matteo Salvini, bolla il fallimento di Renzi e avanza proposte alternative come federalismo fiscale e superamento dell’euro. Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, ha gioco facile nell’evidenziare la «pioggia di brutte notizie per Renzi. Bankitalia e Istat suonano il de profundis al governo». A parlare per i sindacati è la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, «il dato è davvero preoccupante, serve una svolta a livello europeo».