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lunedì 8 agosto 2016

il misticismo di Francesco terreno di incontro tra fedi

«Una via mistica non come fuga dal mondo, ma come immersione amorosa, intensa e piena nella vita che ci è stata data, per vedere attraverso e al di là della superficie e del limite». Corriere della Sera, 8 agosto 2016 (c.m.c.)


Perché Francesco si ostina a parlare di misericordia e di perdono quando, di fronte alla violenza, c’è bisogno di risposte forti e determinate? E perché il Papa ha voluto affermare che le religioni non c’entrano e che dietro la violenza ci sono sempre interessi economici e politici? Siamo davanti ad un Pontefice «buonista» che non riesce a vedere le tensioni che agitano il mondo?

Sono domande risuonate in questi giorni e che meritano qualche ulteriore riflessione. Ad uno sguardo non schiacciato sulla contingenza, la crisi che sta investendo il mondo intero esprime i dilemmi dell’epoca che C.Taylor chiama «dell’umanesimo autosufficiente»: privati della trascendenza di Dio, non sono ammessi fini ultimi diversi dalla prosperità umana.

In un mondo globalizzato, ciò sembra però esporci a una dinamica, contraddittoria e lacerante: da una parte l’attrazione tecnocratica verso l’oltre-uomo, come se l’uomo contemporaneo, in una torsione paradossale, pretendesse di divinizzarsi di nuovo e questa volta con le sue stesse mani; dall’altra il ritorno a forme di sacralizzazione arcaiche, nutrite con istanze fondamentalistiche, fatalmente imbevute di violenza.

Tale crisi, che tocca tutti, si produce in modo particolarmente acuto nel contatto problematico tra la modernità occidentale e l’Islam contemporaneo. Estraneo al percorso di secolarizzazione, l’Islam — uscito da un lungo torpore — appare incerto, nelle sue componenti, sull’atteggiamento da assumere nei confronti della modernità e sul modo in cui la potenza, oggi tutta umana più che divina,viene elaborata. Prestando il fianco ad ogni tipo di strumentalizzazione politica ed economica, una parte delle sue élite considera mortale per la stessa religione islamica l’esposizione ad un Occidente che ha fatto ormai della tecnica — alleata dell’io individuale — il proprio dio.

Nel quadro della società contemporanea, il punto di forza, e insieme di debolezza, della tradizione islamica è di parlare di un dio imperscrutabile. Tanto è vero che al fedele non è richiesta una precisa linea di comportamento per salvarsi, né uno sforzo di razionalizzazione della propria esistenza.

L’idea di sottomissione — che ci suona scandalosa — offre una via d’uscita alla solitudine e al disorientamento di tanti. Dio, attraverso i suoi interpreti, può arrivare a chiedere qualsiasi cosa, anche contro la ragionevolezza e la comune umanità. Nella stagione dell’autonomia dell’uomo, ciò rappresenta il ritorno, paradossale ma non incomprensibile, del padre come pura potenza: con le parole di Lacan, quando il «padre del patto», che unisce legge e desiderio, lascia il posto al puro arbitrio, al di fuori dalla legge, il soggetto si può abbandonare ad un godimento anarchico e minaccioso.

È questa la fessura nella quale si incunea oggi il fanatismo (islamico, ma non solo) che, come osserva O. Roy, si intreccia col nichilismo dominante delle società avanzate. È nella follia dei kamikaze che uccidono pensando di essere già in paradiso o nella crudeltà mostrata dai combattenti dell’Isis che vediamo le conseguenze più tragiche della sovrapposizione tra il vuoto dell’Io e l’onnipotenza divina.

Così, le convulsioni che sconvolgono il mondo intero esprimono, in modo distruttivo, la domanda che interpella le grandi tradizioni spirituali: come ripensare l’esperienza religiosa nell’era tecno-scientifica, per definizione globale? Interrogativo peraltro che non risparmia la tecnica: siamo sicuri che l’oltre-uomo sia la strada giusta da perseguire?

Francesco è ben consapevole della delicatezza di questa stagione. Per questo, a partire da una chiara distinzione tra religione e politica, egli fa quello che un capo religioso deve fare, e cioè lavorare per creare un terreno di dialogo tra tutti i credenti. Sollecitando la sua Chiesa — e l’intera cristianità — a recuperare una concezione mistica della fede. Una via mistica non come fuga dal mondo, ma come immersione amorosa, intensa e piena nella vita che ci è stata data, per vedere attraverso e al di là della superficie e del limite. Per chi ha fede, se Dio non è nel qui e ora della vita, dice Francesco, non è da nessuna parte.

Lo sguardo mistico di Francesco, più che una dottrina, nutre un’etica (la cura dei legami che ci costituiscono) e insieme una politica e una economia (la gestione della nostra casa comune a partire dalla centralità degli ultimi). E poiché la fede, che per Francesco è generativa, è sempre cammino, ricerca, rischio, è ai giovani che il Papa affida il compito di mostrare come sia possibile costruire ponti quando molti vogliono costruire muri.

La via mistica, iconicamente espressa dal suo sostare, ad Auschwitz, in solitudine e in silenzio (come a dire che c’è una fede nuda che tutti accomuna) è il possibile terreno di incontro tra fedi diverse: essa non prevede risposta per tutto, ma una sospensione operosa e coraggiosa davanti al mistero, cioè a ciò che non sappiamo e non dominiamo. È questa, per papa Francesco, la condizione su cui ogni dialogo (tra le religioni e con la tecnica) si può oggi rigenerare. Come ricerca sincera, piena di stupore e di misericordia, di ciò che ci accomuna come esseri umani.
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