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mercoledì 3 agosto 2016

Il dibattito assente sulla città che vogliamo

Una calda descrizione della città d'oggi; non solo Roma. «Le grandi città sono diventate in-accoglienti per tutti coloro che non possono permettersi di andare in vacanza e neppure raggiungere il mare così vicino. Quel mare, comunque, che poco più al largo è diventato una gigantesca bara per tanti immigrati». 



In questi mesi di caldo e di esodo (per chi può permetterselo) le grandi città si trasformano in un inferno per anziani, disabili, poveri, persone comunque sole, migranti in cerca di asilo e per chi abita in periferie lontane. Chi è in ospedale, chi cerca assistenza medica conosce bene quanto l’esistenza quotidiana diventi particolarmente dura in questo periodo dell’anno. Mai come in questi mesi d’estate Roma diventa una città con due velocità e due realtà. Da una parte gli anziani, i malati, i disabili che cercano di sopravvivere alle crescenti difficoltà di reperire cure, assistenza, medicine e perfino cibo; dall'altra il flusso consumistico e ordalico di turisti che si snoda su percorsi prefissati, lontani dai primi. E Roma, in questi giorni, può diventare spietata con chi non ce la fa, con chi non riesce a procurarsi un riparo dal caldo soffocante, per l’attesa infinita nei pronto soccorsi degli ospedali dove il personale è sempre carente.
Qua e là in città ci sono, la sera, luoghi dove fare qualche incontro, vedere all’aperto qualche film, passeggiare sulle banchine del Tevere, visitare il Maxxi, ascoltare concerti all’Auditorium.  Ma sono luoghi esclusivi, per pochi; la moltitudine attende in casa, come può, l’arrivo della sera, sperando che questa notte si possa dormire, che domani non ci sia fila alla ASL che ci sia qualche risposta alla domanda di assistenza. E chi ha un genitore anziano e malato sa quanto il lavoro delle badanti sia assolutamente insostituibile, a fronte del discorso pubblico contro gli immigrati che “tolgono il lavoro agli italiani”.

Le grandi città sono diventate in-accoglienti per tutti coloro (e sono la maggior parte) che non possono permettersi di andare in vacanza e neppure raggiungere il mare così vicino. Quel mare, comunque, che poco più a largo è diventato una gigantesca bara per tanti immigrati che fuggono da paesi sconvolti da cambiamenti climatici provocati dalle guerre e dalla crescita insensata dell’Occidente.

Fin dalle sue origini – afferma Cacciari – la città è investita da una duplice corrente di “desideri”. La vogliamo oikos, grembo materno, madre premurosa e accogliente, luogo di pace e di sicurezza e la vogliamo, al tempo stesso, “macchina efficiente”. Nelle cosiddette città globali - sistemi urbani che tendono all’espulsione degli abitanti più poveri sostituiti da spazi esclusivi riservati ai ricchi e ai cittadini part-time internazionali, per dirla con Saskia Sassen - come Roma, il secondo aspetto ha di gran lunga soverchiato il primo, tanto che si invocano fantasmagorie come le smart city, città furbette, qualcuno le ha definite, per abitanti idioti. Così che il dibattito sulla città è diventato un dibattito su come accaparrare risorse, come incrementare il turismo, o conferire incarichi favolosi ad archistar in grado di produrre brand. Le città diventano i luoghi dove si manifestano logiche finanziarie il cui obiettivo non è migliorare le città, ma aumentare i profitti d’impresa. Così gli abitanti diventano comparse, semplici residenti se non spettatori passivi di grandi eventi, espropriati del loro bene comune, tanto da sentirsi estranei, stranieri nella propria terra.

E’, invece, il discorso sull’accoglienza, sulla diversità culturale, sulla povertà, sullo stare insieme (antico fascino della città moderna) che si impoverisce e perfino appare fuori moda rispetto ai tempi dell’austerity, della prevalenza del capitale finanziario, del fare cassa, dell’avere successo, del collocarsi ai vertici della classifica planetaria, della competizione senza contenuti (vedi il caso nostrano del conflitto tra Torino e Milano per la detenzione della fiera dell’editoria).

Così si distruggono legami sociali, si sviliscono (o si contrastano) esperienze isolate di piccole comunità locali per creare mondi più accoglienti, si consuma suolo, si alzano muri, si accentua la solitudine urbana, si producono ulteriori conflitti, separazioni, esclusioni dolorose che si caricano di vendetta. Eppure la città rappresenta l’occasione più grande per trasformare la nostra realtà quotidiana, per perseguire l’utopia di una comunità in pace, di uno stare insieme solidale, per fare progetti su come vivere. Ma a Roma il dibattito sulla questione urbana rischia di avvitarsi intorno alle due (effimere) questioni dello stadio e della partecipazione ai giochi olimpici. Due grandi occasioni di rinnovamento, modernizzazione, guadagni, affermano i loro sostenitori; due grandi opportunità per la città che sarebbe suicida non favorire e realizzare. Teoricamente è vero, come è vero che perfino un terremoto rappresenta un’opportunità (e per alcuni lo è davvero) per una nuovo risorgimento urbano; bisognerebbe poi raccontarlo agli abitanti di L’Aquila che ancora non se ne sono resi conto.