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giovedì 4 agosto 2016

I migranti e l'Italia del futuro

Necessario «disegnare una strategia di sviluppo fondata sulla gestione sistemica dei flussi migratori, sull’integrazione di una quota determinante degli immigrati e sulla correlativa necessità di stabilire relazioni speciali con le terre di origine dei nuovi italiani». La Repubblica, 4 agosto 2016

L’ITALIA sta cambiando pelle. Per la prima volta in novant’anni, nel 2015 la popolazione residente è diminuita (-130.061 unità), malgrado il leggero aumento degli stranieri (+11.716). Al 31 dicembre scorso eravamo 60.665.551 residenti, di cui oltre 5 milioni non italiani (8,3% su scala nazionale, 10,3% nel Centro- Nord), anzitutto romeni (22,5%) e albanesi (9,3%). Il saldo migratorio positivo è stato di 133 mila persone. Continuiamo peraltro a invecchiare, con un’età mediana di 44,7 anni. Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni. Senza immigrazione — ipotesi di pura scuola — perderemmo 8 milioni di abitanti, calando a 52 milioni. Come gran parte dei Paesi europei, Germania in testa, gli italiani del futuro prossimo saranno di meno, più vecchi e culturalmente più diversi. Ad allargare la forbice con la sponda Sud del Mediterraneo, dove gli abitanti crescono e sono giovani, dunque mobili e più disponibili a lasciare le loro case (o ciò che ne resta) per puntare alla riva Nord.

Immaginare che mutamenti tanto profondi possano impattare sull’Italia senza produrvi strappi, a tessuto sociale e politico- istituzionale costante, implica l’uso di sostanze stupefacenti. Eppure, proprio questa sembra la postura della nostra “classe dirigente”. Refrattari a riconoscere il mutamento quando affrontarlo produrrebbe costi politici e di immagine, i governi italiani, a prescindere dal colore, procedono per inerzia, aggiustamenti, reazione retorica alle emergenze. Rimuovono la cogenza della demografia, declassano le ondate immigratorie a fenomeni estivi — mentre nel pubblico si diffonde la sindrome dell’”invasione” — rinviano alla Chiesa, al volontariato e agli enti locali i compiti di accoglienza, rifiutano ogni scelta sul modello di inclusione di chi sbarca in Italia per restarvi.

Certo non possiamo invertire a comando il movimento naturale della popolazione, nemmeno se fossimo una dittatura. Ma non è consigliabile esimerci dal disegnare una strategia di sviluppo fondata sulla gestione sistemica dei flussi migratori, sull’integrazione di una quota determinante degli immigrati — soprattutto delle seconde, presto terze generazioni — e sulla correlativa necessità di stabilire relazioni speciali con le terre di origine dei nuovi italiani. Altrimenti la disputa sull’identità italiana sarà risolta nello scontro di piazza tra estremisti xenofobi militarizzati e bande di immigrati organizzate su fondo etnico-religioso, fra loro rivali. Con la maggioranza degli autoctoni a tifare per i primi, visto che l’82% degli italiani si dichiara ostile agli zingari (record europeo), il 69% ai musulmani (ci battono solo gli ungheresi, al 72%), cui si aggiunge lo zoccolo duro antiebraico (24%), sintomo classico di intolleranza per il “diverso”.

Sul fronte migratorio, la novità di quest’anno è che da paese di transito siamo diventati paese obiettivo. Chi sbarca nella penisola, sopravvivendo al Canale di Sicilia, tende a restarvi. Ciò per il convergere di costanti flussi migratori da Sud e più duri controlli alle frontiere alpine, con cari saluti allo spirito di Schengen.


Contrariamente alla retorica dell’”invasione”, quest’anno il numero dei migranti sbarcati in Italia è analogo a quello del 2015. La differenza sta nella crisi dell’accoglienza. Le varie tipologie di strutture deputate alla gestione immediata dei migranti sono al limite, spesso oltre. In tre anni siamo passati da 22.118 a 135.704 ospiti (al 21 luglio). Alle cifre ufficiali dobbiamo aggiungere un numero imprecisabile di persone allo sbando nel territorio nazionale. Secondo stime informali del governo, la soglia di collasso, oltre la quale si prevedono gravi problemi di ordine pubblico, sarà toccata quando il numero dei nuovi arrivati accolti in Italia si aggirerà attorno ai 200 mila. Siamo prossimi al punto di rottura, considerando anche il picco dei richiedenti asilo, cresciuti del 63% nel giro dell’ultimo anno.
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