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martedì 23 agosto 2016

Esercizio di retorica, non di memoria

 «Se Merkel, Hollande e Renzi rileggessero quel testo, scritto da Spinelli nel ’41, con l’auspicio della fine delle guerre.  E non sarebbe stato male se avessero colto l’occasione di ricordare che se oggi Africa e M.O. sono quella polveriera che sappiamo è per colpa di quello che quasi tutti gli Stati europei hanno combinato». Il manifesto, 23 agosto 2016 (c.m.c.)


Visto il pasticcio in cui sono rimasti impigliati i poveri turisti di Ventotene in questo scorcio ferragostano (collegamenti sospesi, file per i controlli, divieto di navigazione attorno all’isola ); nonchè le difficoltà che hanno dovuto affrontare gli altrettanto poveri addetti alla sicurezza, alle prese con una popolazione locale infinitamente più abbondante di quella normale (sicché hanno dovuto rinchiudere il vertice in una corazzata), c’è da ritenere che Renzi avesse proprio grande urgenza di invitare lì Merkel e Hollande, vale a dire che non avesse davvero potuto aspettare nemmeno una settimana quando nell’isola tutto sarebbe stato più facile. Forse voleva profittare della stagione per mostrare il presidente francese in bikini, sì da consentirgli di riaffermare i superiori valori della nostra civiltà. (Per fortuna l’orribile immagine ci è stata risparmiata).

Per carità, è stata una bella idea scegliere Ventotene. Discuto solo i tempi. Diffido poi degli eventi fondati sul richiamo di simboli usati senza entrare nel merito – anzi nascondendolo – di cosa, nella sostanza, li aveva resi tali. E’ un esercizio assai diffuso che, generalmente, si chiama “retorica”.

Ridurre il discorso di Altiero Spinelli e dei suoi compagni di prigionia al semplice auspicio di un’Europa unita è fargli infatti torto. Perché in realtà ci hanno detto molto di più, anche come avrebbe potuto essere unita.Quanto è in discussione oggi è soprattutto questo. E sarebbe stato davvero interessante se i nostri tre avessero scelto Ventotene proprio per una riflessione, critica e autocritica, su cosa è stato fatto in questi quasi 75 anni. Avrebbero potuto rileggere assieme il lontano testo scritto nel ’41, soprattutto ripensare all’auspicio fondante che l’aveva ispirato: porre fine alle guerre.

Tanto è vero che poi quell’obiettivo si tradusse in un articolo della nostra Costituzione, l’11, che, si dice, sia stato inserito proprio su sollecitazione del gruppo federalista dell’ Assemblea Costituente. Un tema di grande attualità, perché da allora, se è vero che abbiamo evitato un terzo conflitto continentale, di guerre ne abbiamo tuttavia collezionate non poche. Dentro e fuori dai nostri collettivi confini.

Sarebbe stata, questa visita a Ventotene, l’occasione per ricordare quanto male sia nata l’attuale Unione: come strumento proprio di una guerra che, sia pur fredda, ha stravolto il significato del progetto. (Forse bisognerebbe ricordare che il primo atto parlamentare in favore degli stati uniti europei non fu nemmeno europeo, ma del Congresso americano, su sollecitazione di Allen Foster Dalles, in seguito capo della Cia, esattamente l’11 marzo 1947 al Senato e il 24 alla Camera dei rappresentanti ).

L’identificazione fra Europa e Nato nasce da lì, e visti i guasti che il continuo allungamento di quel Patto militare verso est, strategia demenziale di provocazione nei confronti della Russia, a tutto vantaggio del nazionalismo di Putin, si può ben dire che trattasi di argomento tutt’ora di attualità. Militari, e sempre soprattutto militari, di difesa dei confini sono apparse del resto anche le proposte emerse dal vertice.

Ventotene sarebbe stata anche l’occasione per qualche altra riflessione. I nostri confinati, col loro Manifesto, si erano pronunciati non solo per l’Europa, ma anche contro l’orrore del fascismo e dei valori dei suoi «stati bellici» (così li chiamarono) di cui il colonialismo è stata componente anticipatrice ed omogenea. Ebbene, forse non sarebbe stato male se avessero colto l’occasione di ricordare che se oggi Africa e Medio Oriente sono quella polveriera che sappiamo è per colpa di quello che quasi tutti gli Stati europei hanno combinato: dalla spartizione di quello che era stato l’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, ridisegnando la regione sulle linee dei rispettivi interessi petroliferi e così creando inventate nazioni (la bomba del bambino Isis durante la festa di nozze di una coppia kurda: quel popolo, è bene ricordarlo, è stato frammentato in quattro stati diversi, perché sul suo territorio c’era molta popolazione e molto oro nero, ed era bene impedirgli ogni protagonismo.

Così fu loro negata una nazione, inventata invece per il Kuwait, dove c’era altrettanto petrolio ma in compenso pochissimi abitanti, solo qualche beduino nel deserto, non in grado di avanzare pretese).

Quanto alla nuova Europa partorita nel marzo 1957, a meno di un anno dall’attacco di Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto di Nasser che aveva osato riappropriarsi del canale di Suez, consiglio a tutti di andare a leggersi i diari del nostro, all’epoca, ambasciatore a Parigi, Quaroni. Racconta di come la preoccupazione determinante di Parigi fu allora di impedire che la neonata Cee potesse interferire con i problemi coloniali dei suoi stati membri. Che non intendevano affatto sciogliere.

Ecco, la buona idea annunciata da Renzi: il campus studentesco che dovrà nascere nell’ex prigione dell’isola di Santo Stefano, accanto a Ventotene. Buona, ma solo a condizione che gli attuali capi di stato e di governo dell’Unione siano fra i primi allievi in un corso sulla storia d’Europa. Utile, appunto, per capire che la migliore protezione dell’Europa consiste nel fare ammenda per gli orrori che abbiamo prodotto e che continuano ad alimentare le peggiori reazioni.

Il vertice era in realtà stato presentato come occasione per ridiscutere dell’austerità. Vedremo se i sorrisi di Merkel significheranno maggiore flessibilità. Ma se un anno fa – quando Tsipras osò sfidare Bruxelles – anziché regalargli una cravatta, Renzi si fosse adoperato per cominciare a costruire un fronte che combattesse con coerenza l’ideologia ordoliberista, e non, invece, a farsi vedere sorridente e ironico accanto ad una Merkel allora totalmente schierata col suo falco ministro Scheuble, bè, forse sarebbe stato più utile.

Arrivederci Angela, Francois, Matteo (così amano ormai chiamarsi fra di loro, scimmiottando i bambini dell’asilo). Vi aspettiamo un’altra volta a Ventotene. Ma al campus.
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