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lunedì 1 agosto 2016

Enrico Berlinguer e la questione morale. Un anniversario

Due interviste significative di Eugenio Scalfari da Simonetta Fiori (2016) e a Enrico Berlinguer (1981), per comprendere la profondità dell'abisso nel quale siamo precipitati e intravedere qualche segno di speranza.



Premessa
Riprendiamo con qualche giorno di ritardo l'intervista di Simonetta Fiori con cui Eugenio Scalfari ricorda l'altra celebre intervista che l'allora segretario del PCI rilasciò al fondatore di la Repubblica. In calce riportiamo il testo di Berlinguer. Sembra passata un'epoca, non sette lustri. Ritornare a quegli anni aiuta a comprendere molte cose, utili per oggi e per domani. Aiuta a comprendere come chi, come Berlinguer, aveva compreso il ruolo distruttivo della "questione morale" avesse compreso anche i cambiamenti avvenuti su temi allora ignorati dal mondo della sinistra del secolo scorso: dalla questione ambientale, e dal dramma del Terzo mondo, alle mutazione del sistema capitalistico. Pochi seppero comprendere come in quegli anni già stesse formandosi quella versione ultraliberistica del capitalismo, preparata nelle cucine della Mount Pelerin Society. Quella forma aggressiva e violenta che aveva avuto il suo primo sanguinoso test nell'assassinio del Cile di Salvador Allende, e che sollecitò il leader del Pci a tentare più larghe alleanze anticapitalistiche. Ma in quegli anni era già iniziata la mutazione di quel partito, che lo condusse da Enrico Berlinguer a Matteo Renzi.

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SCALFARI: «NON ESISTE PIÙ
LA DIVERSITÀ DELLA SINISTRA

NESSUNO HA SEGUITO LA CURA»
intervista di Simonetta Fiori a Eugenio Scalfari


«Il fondatore di Repubblica ricorda l’incontro a Botteghe Oscure “Quel rimprovero alla politica inaugurò un punto di vista inedito”»

«Fu la più importante delle mie interviste a Berlinguer», ricorda Eugenio Scalfari 35 anni dopo. «Per la prima volta il segretario del Pci chiarì cos’era “la questione morale”: non la presenza di ladri e corrotti nelle alte sfere della politica o dell’amministrazione pubblica, ma l’occupazione sistematica dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti». È il 26 luglio del 1981, l’anno del ritrovamento degli elenchi della P2 – la loggia segreta del grande ragno Licio Gelli – e dell’arresto di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Il clima pubblico italiano inclina a tonalità lugubri. Il direttore di Repubblica va a trovare Berlinguer nella sua stanza a Botteghe Oscure. Tre ore e mezza di conversazione alla presenza dell’immancabile Tonino Tatò, principale collaboratore del segretario. Due giorni dopo esce l’intervista destinata a entrare nei manuali di storia.

Direttore, ti aspettavi l’aspra requisitoria di Berlinguer?
«Feci in modo che venisse fuori. Non era la prima volta che il nostro giornale affrontava la questione morale, gli antecedenti risalivano a prima della fondazione di Repubblica, all’Espresso e alle sue campagne. Ma era la prima volta che Berlinguer affrontava la questione da un punto di vista inedito».

Quale fu la novità?
«Il rimprovero mosso ai partiti di essere diventati macchine di potere e di clientela, totalmente estranei ai problemi reali della società. In sostanza, Berlinguer non accusò la classe politica italiana di non aver integrato il Pci nel sistema, anzi il contrario: mi disse che ai tempi della solidarietà nazionale ci avevano provato in molti modi, offrendo ai comunisti poltrone di sottogoverno, banche, enti, insomma un posto importante nel banchetto. Ma era proprio quello che Berlinguer voleva combattere: l’occupazione dello Stato da parte dei partiti».

La sua requisitoria fu meticolosa.«Denunciò la presenza dei partiti in ogni articolazione dello Stato e delle istituzioni, negli enti locali e negli enti di previdenza, nelle banche, nelle aziende pubbliche, negli istituti culturali, negli ospedali, nelle università e dentro la Rai. Che cosa era grave? Il compito dello Stato è quello di salvaguardare l’interesse generale, difendendo soprattutto i più deboli e gli esclusi, mentre la logica della lottizzazione porta ad agire nell’interesse del partito, della corrente o del clan di appartenenza. Berlinguer lo disse espressamente: un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un appalto viene aggiudicato se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito. Dipinse con molta amarezza una situazione drammatica, che per diversi aspetti esiste ancora».

Come procedette l’intervista? A proposito di altre interviste importanti, hai raccontato di aver scritto non solo quello che il tuo intervistatore ti aveva detto, ma anche quello che aveva pensato senza dirtelo.
«No, nel caso di Berlinguer trascrissi fedelmente la conversazione. Non ho usato il registratore, non lo uso mai perché preferisco prendere qualche appunto. Ricordo che lo incalzai molto sulla questione morale perché mi sembrava il nodo essenziale. E a rileggerla oggi mi sembra un’intervista che cresce su se stessa, attraverso una nostra interlocuzione che alterna qualche dissenso e grande sintonia».

Berlinguer volle rileggerla?
«Sì, tramite Tatò. L’intervista era molto lunga, trattava molti temi, ma a lui interessava solo la questione morale. Così chiese a Tatò se su quel punto specifico avessi riportato correttamente la sua opinione. Una volta rassicurato, diede l’assenso».

L’intervista sollevò polemiche anche dentro il Pci. Napolitano accusò Berlinguer di essersi lasciato andare a un atteggiamento di “pura denuncia”, poco costruttivo.
«Giorgio era “migliorista”, ossia favorevole al dialogo con il partito di Craxi. E Berlinguer non era stato certo tenero con i socialisti, accusati insieme ai democristiani di aver occupato lo Stato per interessi lontani dal bene comune».

Tu con il segretario del Pci avevi buoni rapporti.
«Berlinguer guardava con simpatia a un giornale di editori puri. E non a caso nel corso del nostro incontro denunciò il pericolo che il Corriere della sera cadesse in mano ai partiti, insomma facesse parte della spartizione. Devo aggiungere che tra noi esisteva anche un rapporto privato. Capitava che ci incontrassimo a cena a casa di Tatò. Non c’era una grande intimità, ma ci davamo del tu».

Lui segretario del più grande partito comunista d’occidente, tu liberal di sinistra. Cosa vi univa?
«Mi piacevano le sue idee, la questione morale innanzitutto. Il Pci era davvero un partito diverso dagli altri partiti comunisti e già allora stava maturando il suo strappo dall’Urss, anche se ufficialmente sarebbe arrivato proprio alla fine di quello stesso anno, dopo il colpo di Stato di Jaruzelski ».

Berlinguer è stato uno dei pochi politici per cui hai pianto.
«Sì, quando fu colpito a Padova da emorragia cerebrale andai a Botteghe Oscure. Ero addolorato, confuso. E quando Ingrao mi salutò con il braccio teso, di chi non sollecita vicinanza fisica, mi aggrappai al suo collo scosso dai singhiozzi. Lui dovette considerarla una mancanza di dignità, così cercava di scuotermi: su Eugenio, calmati. Ma io continuavo a piangere senza ritegno. Gli dissi che la morte di Berlinguer sarebbe stata una perdita per il partito, ma soprattutto una perdita per la democrazia».

Berlinguer auspicava che i partiti si ritirassero dallo Stato. Il suo appello non solo non è stato ascoltato ma se è possibile in questi trentacinque anni la situazione è ulteriormente degenerata.
«Sì, la terapia indicata da Berlinguer non è stata seguita. E il malanno diagnosticato è addirittura peggiorato, coinvolgendo anche il Partito democratico. La diversità della sinistra è caduta da tempo, e le tentazioni e le occasioni proliferano sia a destra che a sinistra. Naturalmente è cambiato in modo radicale il contesto. Oggi esiste una questione europea in termini diversi da come si poneva allora. Ed esiste una società globale che impone una diversa velocità nelle decisioni. Per questo noi ci avviamo verso un regime parlamentare monocamerale. Ma perché funzioni in modo realmente democratico, non deve essere un regime parlamentare di “nominati” o “preferiti”: per questo diventa importante la legge elettorale».

Qual è la relazione con la questione morale?
«Il Parlamento deve essere in grado di controllare il potere esecutivo. Altrimenti è in pericolo la democrazia».

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28 luglio 1981
LA QUESTIONE MORALE (1981)
intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer


«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

La passione è finita?
«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora... »

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
«È quello che io penso».

Per quale motivo?
«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti».

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
«E secondo lei non corrisponde alla situazione? »

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. «La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. 

«Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane».

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
«In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità».

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
«Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
«Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata».

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti. «Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi».

Non voi soltanto.
«È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?»

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
«Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate».

Dunque, siete un partito socialista serio...
«...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...»

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
«No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese».

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
«Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta».

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
«Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -s e vogliamo - l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
«Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati - di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. 

«Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati».

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
«Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.