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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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giovedì 11 agosto 2016

Contro l’emergenza basta pianificare. Stop alle speculazioni e muoviamoci

«Don Colmegna. L’esempio di Bruzzano: accolti 239 rifugiati a costo zero». Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2016 (p.d.)




Non è un’emergenza. Se soltanto ci fosse una politica di diffusione, di distribuzione degli arrivi, la situazione sarebbe risolvibile.

Don Virginio Colmegna, lei è presidente della fondazione Casa della Carità ed è un simbolo dell’accoglienza milanese. La sua città, però, sta soffrendo...
I numeri del ministero dell’Interno che anche voi riportate lo dimostrano: non c’è stato un boom improvviso e inaspettato degli sbarchi. Anzi, sono un pochino meno dell’anno scorso. Questo non vuol dire che a Milano non ci siano problemi da risolvere. Il guaio è che gli arrivi si concentrano nelle città di passaggio obbligato. E che qui li ritroviamo nei luoghi chiave, come le stazioni.

Lei che ha dedicato tutta la vita all’accoglienza che soluzioni suggerirebbe?
Certo, c’è la questione dell’Unione Europea, degli stati che chiudono i confini. Ma la politica deve e può trovare soluzioni, preparare programmi in anticipo. Soprattutto senza farsi prendere dagli annunci. Bisogna fare. E la prima cosa, appunto, è distribuire le persone sul territorio. Così Milano e il Comune che si sono assunti delle responsabilità non saranno lasciati soli.

Crede che ci sia qualcuno che vuole speculare politicamente su questa crisi?
Sì, purtroppo. Ma chi dice di rispedire questa povera gente a casa sa benissimo che non è possibile. Come si potrebbero rispedire nei loro paesi delle madri con bambini piccoli, dei ragazzi che morivano di fame. Chi se la prende con loro lo fa per il consenso. E così incancrenisce la paura. Per le speculazioni politiche c’è tempo, ora rimbocchiamoci le maniche che c’è altro cui pensare.

In molti puntano il dito sul rischio del terrorismo...
Le paure degli altri non vanno mai sottovalutate. È vero, magari, che chi arriva avendo negli occhi tanti dolori subiti durante il viaggio, tanti maltrattamenti, può maturare risentimento. Ma se noi li accoglieremo bene, questo sentimento svanirà. Io ne sono certo, gli immigrati portano con sé una ricchezza anche per noi.

Cosa fare, quindi?
Serve pianificazione. Bisogna valorizzare il grande patrimonio di accoglienza degli italiani. Non è questione di Chiesa, ma di cittadinanza. E non costa nulla allo Stato. Penso alla straordinaria esperienza che la Casa della Carità ha fatto a Bruzzano nel milanese. Abbiamo accolto 239 persone, coinvolgendo oltre cento volontari. Senza far spendere lo Stato. Vedete, si può. E fa bene a tutti, fidatevi.
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