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giovedì 4 agosto 2016

Chi finanzia le moschee. Dal Qatar alla Turchia: fondazioni e (tanti) soldi per l’Islam italiano

Segno dei tempi (storti) Il giornale colloca sul servizio l'occhiello "Allarme terrorismo"«Così le ong legate a governi stranieri donano decine di milioni di euro annui ai musulmani per costruire luoghi di culto nel nostro Paese Tra investimenti sospetti e la richiesta di un’intesa con lo Stato per accedere all’8 per mille». La Repubblica, 4 agosto2016

Un palazzone di quattro piani, nel popoloso quartiere di Centocelle a Roma, si prepara a ospitare oltre 800 fedeli. La struttura, un ex mobilificio di Stefano Gaggioli, è stata comprata per quattro milioni di euro dall’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), grazie a una donazione della Qatar Charity. «Ora aspettiamo altri finanziamenti per la ristrutturazione interna — spiega Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’Ucoii — poi la più grande moschea della periferia di Roma sarà pronta per l’inaugurazione ». I musulmani di Centocelle non sono però i soli a dover ringraziare i milioni di riyal piovuti dal Qatar: oggi in Italia non si aprono moschee senza il flusso generoso di denaro dall’estero. Ma chi sono i principali finanziatori e a chi arrivano i soldi?

I milioni del Quatar

Quella di Centocelle è solo l’ultima delle moschee che l’Ucoii è pronta ad aprire in Italia, grazie ai soldi del Qatar. «In tre anni — conferma Elzir — abbiamo raccolto 25 milioni di euro di fondi grazie alla Qatar Charity. Sono serviti per costruire 43 moschee, tra cui quelle di Ravenna, Catania, Piacenza, Colle Val d’Elsa, Vicenza, Saronno, Mirandola».

Su quella di Bergamo, per la quale l’ong del Qatar ha staccato un assegno da 4 milioni e 980mila euro, la procura indaga per truffa aggravata in seguito a una denuncia della stessa Ucoii e i lavori sono fermi. Ma cos’è la Qatar Charity? Una ong (in verità connessa al fondo sovrano del Qatar) che raccoglie donazioni per interventi umanitari e, come si legge sul suo sito, per «preservare la cultura islamica, attraverso la costruzione di moschee, centri islamici e insegnando alle persone a recitare il Corano ». Il suo protagonismo è dimostrato da alcuni comunicati ufficiali del 2013: «La Qatar Charity sta realizzando un numero di progetti importanti in Sicilia con un investimento di circa 11 milioni di riyal (circa 2.355.430 euro)». Non solo. «La Qatar Charity si sta attivando per finanziare sette altri centri islamici con circa 17 milioni di riyal in alcune città italiane: Mazara del Vallo, Palermo, Modica, Barcellona, Donnalucata, Scicli e Vittoria».

«La Qatar Charity — sostiene Valentina Colombo, docente di cultura e geopolitica dell’islam all’università Europea di Roma — sembra avere il monopolio dei finanziamenti all’islam europeo ed è stata sospettata in passato di vicinanza con ambienti estremisti. La verità è che finanzia quasi esclusivamente la galassia della Fratellanza musulmana, portatrice di una visione conservatrice della religione ». Una cosa è certa, in Italia principale beneficiaria dei soldi qatarini è l’Ucoii. «Noi accettiamo donazioni da chiunque, solo se trasparenti e senza condizioni — chiarisce Elzir — ma se vogliamo davvero dire no ai finanziamenti stranieri, dobbiamo sottoscrivere un’intesa tra lo Stato e la fede musulmana, come previsto dall’articolo 8 della Costituzione. Per poi poter accedere all’8 per mille».

I petrodollari sauditi

«Altro grande finanziatore dell’Islam italiano è l’Arabia Saudita — racconta Maria Bombardieri, sociologa a Padova — a partire dagli investimenti sulla capitale». Un esempio? La Grande moschea di Roma, retta dal Centro islamico culturale d’Italia, che oggi si qualifica come polo dell’Islam “moderato”. Chi la sostiene? «La moschea — si legge in un rapporto interno del Viminale — ha solide relazioni diplomatiche con tutti i Paesi arabi e si regge su un “patto” che comprende sauditi (grandi finanziatori), marocchini (gestori sul piano amministrativo e politico) ed egiziani (su quello teologico, fornendo gli imam formatisi nell’università di Al Azar)».

Il regno dell’Arabia Saudita investe ufficialmente da anni nelle grandi moschee simbolo delle principali capitali europee. Mentre le ricche famiglie saudite finanziano centri più piccoli, tramite contatti informali con singole associazioni islamiche.

Il governo turco, tramite il ministero degli affari religiosi, sostiene invece il Ditib: organizzazione ufficiale dei musulmani turchi all’estero. In Italia hanno tre piccoli centri a Milano, Imperia e Reggio Emilia. Anche i ministri di culto arrivano da Istanbul, per periodi di tempo determinato.

Stessa politica seguita dal Marocco: fornisce imam e finanzia le sue comunità in Italia, tramite la tesoreria di Stato marocchina che ha una voce di spesa dedicata ai luoghi di culto. E la maggior parte dei musulmani d’Italia oggi proviene appunto dal Marocco (quasi 500mila). A rappresentarli c’è la Confederazione islamica italiana, benedetta da re Muhammad VI. Infine il Kuwait: in Italia non risultano grandi investimenti, molte invece le moschee in Germania costruite con i suoi soldi.

Tra collette ed elemosina

«La fonte principale di sostegno delle comunità musulmane restano però l’autofinanziamento e le collette tra i fedeli — precisa Bombardieri — anche perché l’elemosina è uno dei cinque pilastri dell’islam ». Così si finanziano le comunità senegalesi e bangladesi. «Anche la Coreis vive per ora di quote associative — spiega Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità religiosa islamica italiana — per arrivare all’8 per mille ci vorrà prima un’intesa con lo Stato italiano e per questo è necessario che le associazioni musulmane presentino un bilancio delle proprie attività: solo così si potrà capire chi ha diritto di mettersi al tavolo».

Intanto Pallavicini ha presentato la sua proposta al Viminale: «Sul modello francese, costituiamo una fondazione per le opere di culto dell’Islam italiano, gestita da ministero e associazioni riconosciute, dove far confluire finanziamenti pubblici e stranieri alla luce del sole e senza rischi di condizionamenti ».

 Ministri inviati per periodi di tempo determinato e sostegno alle comunità di riferimento: è questa la scelta di Turchia e Marocco. C’è poi il Kuwait: marginali per ora i contributi nella nostra penisola, sono molti invece gli edifici che ha aiutato a fondare in Germania Da anni l’Arabia Saudita investe nei grandi templi simbolo delle principali capitali europee. Come quella di Roma, che oggi si qualifica come polo moderato. Mentre le ricche famiglie del Regno foraggiano i centri più piccoli tramite contatti informali con singole associazioni

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