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venerdì 19 agosto 2016

Bloccato il tuffo in canale «Non siamo a Disneyland»

Denunciati dai cittadini aspetti minori del massacro che il turismo sregolato di massa, affiancato al rapace turismo di lusso, sta arrecando alla città nella Laguna ancora  formalmente considerata parte rilevante del "patrimonio dell'umanità". La Nuova Venezia 19 agosto 2016


«Ho agito d’impulso, ma non capiscono che possono finire tranciati da un’elica?». A parlare è Roberta Chiarotto, la signora che mercoledì pomeriggio alla vista di un gruppo di ragazzi e ragazze stranieri in mutandoni e bikini, che stavano per tuffarsi in Canal Grande dalla riva di campo San Vio - come fossero in una qualunque spiaggia - ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a riprenderli: ma a differenza dei tanti che riprendono e tacciono, sfogandosi poi solo sui social, la signora Chiarotto ha iniziato a richiamare all’ordine il gruppetto balneare (due ragazze e quattro ragazzi). In italiano, in inglese e anche in tedesco: «È proibito tuffarsi a Venezia. Questa non è Disneyland, è una città». E loro, mogi mogi, son tornati occhi bassi sui loro passi. «Siamo veramente al troppo che stroppia: sembravano sobri», prosegue la signora Chiarotto, «purtroppo temo che sia passato il messaggio che in Italia si possa fare ciò che si vuole».

Il suo video pubblicato sul suo profilo Facebook  è diventato subito virale: in 24 ore ha avuto quasi 100 mila visualizzazioni. Anche perché solo poche ore dopo il mancato tuffo a San Vio - mercoledì sera - i piloti Actv in transito davanti alla stazione hanno iniziato a mandare allarmate segnalazioni alla loro centrale operativa: «Ci sono delle persone che stanno attraversando a nuoto il Canal Grande. È pericoloso». Dalla riva di Santa Lucia a quella di San Simeon piccolo, come fossero in una piscina olimpica di Rio. In due sono stati intercettati da alcuni vigilanti, come mostra la foto di Marco Regalini, pubblicata sulla pagina Facebook del “Gabbiotto”. 

Un maleducato sfidare la sorte per gusto della bravata che sconfina nell’inciviltà che si fa pericolosa, nel rischio di far male a sé stessi e agli altri, come dimostra il “tuffo” della scorsa settimana dal ponte di Rialto di un marinaio di uno yacht di passaggio a Venezia, che si è schiantato su un taxi di passaggio, finendo lui (il tuffatore) in Rianimazione, denunciato per attentato alla sicurezza della navigazione, dopo aver rischiato di travolgere il taxista. Ora l’amministrazione sta valutando un inasprimento del regolamento, per verificare la possibilità di estendere le denunce anche in caso di nuotate che creino intralcio alla navigazione. 

Più turisti in città significa più maleducati, più pic-nic dove capita, più bagnanti nei rii o persone in costume a prendere il sole stesi a terra. E più “ciclisti” per le calli della città. L’ultima protesta arriva da Sant’Elena, dove il comitato dei residenti ha inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine, per protestare contro la noncuranza con la quale troppi diportisti che ormeggiano alla nuova darsena, inforcano la bicicletta per girare per Sant’Elena, quasi fossero in qualsiasi strada motorizzata della Croazia: «Ho visto con i miei occhi anche una piccola moto, ma non avevo il cellulare con me. Gli stessi dipendenti della marina vanno i bici». 

Dalle vacanze, il sindaco Brugnaro si è fatto sentire via Twitter. Così a chi gli chiedeva conto delle troppe bici in città, ha scritto: «Stiamo costruendo tutti i passaggi formali per iniziare a colpire duro. Mai fatto». Con tanto di “smile” con lo sberleffo. Nei giorni scorsi aveva chiesto poteri speciali al governo, per poter far passare una notte in cella a ubriachi molesti. Ieri alle critiche di chi lo ha accusato di giocare allo sceriffo, ha riservato un altro tweet: «Le opposizioni in @comunevenezia non vogliono la cella di sicurezza per i disturbatori della serenità pubblica. I cittadini devono saperlo!». Fiocchetto rosso. Tant’è, prima della fine dell’estate, c’è da credere che la maleducazione di troppi farà ancora parlare di sé in città.