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martedì 2 agosto 2016

Banche al fronte.

Nella quarta esplorazione della nostra reporter si racconta come la presenza  delle Banche alla Biennale architettura testimonia la loro capacità di guidare le trasformazioni dell'habitat dell'uomo in modo più sottile e pervasivo che nel passato. Del resto, nell'età del finanzcapitalismo sono padrone del mondo.

Quest’anno, all’interno del recinto della Biennale, oltre ai padiglioni nazionali sono stati allestiti i padiglioni di due multinazionali: Rolex, sponsor dell’intera manifestazione, la cui filosofia è perfettamente riassunta nello slogan che campeggia su un manifesto pubblicitario “un Rolex non cambierà il mondo, lasciamo questo compito a chi ne indossa uno”, e Deutsche Bank, che ha finanziato l’allestimento della sezione “Conflicts of an Urban Age” e la relativa conferenza, svoltasi il 14 e il 15 luglio, entrambe curate dalla London School of Economics. Alla cerimonia di apertura dell’esposizione, il rappresentante di Rolex era sul palco accanto al presidente Paolo Baratta e al direttore Alejandro Aravena, mentre la conferenza Shaping Cities è stata inaugurata, oltre che da Baratta e da Ricky Burdett, professore alla LSE, da Paul Achleitner, presidente del consiglio di sorveglianza di Deutsche Bank.

In cambio della loro munificenza, ai due benefattori è riconosciuto un ruolo attivo e non solo una presenza simbolica. Se l’influenza di Rolex si manifesta soprattutto nella scelta di alcune archistar, gli invitati eccellenti la cui partecipazione è irrinunciabile per il “ritorno di immagine” che spetta allo sponsor, quella di Deutsche Bank è forse meno evidente, ma più pervasiva, e bene illustra il crescente potere delle istituzioni finanziarie di dettare (anche) l’agenda urbana e di cooptare università, liberi pensatori, amministratori locali al fine di renderne più facile l’attuazione.

La collaborazione tra London School of Economics e Deutsche Bank risale al 2004, quando Burdett chiese un finanziamento per organizzare una conferenza a Barcellona. Da allora il legame tra le due istituzioni si è sempre più consolidato e la banca, tramite la Alfred Herrhausen Gesellschaft, la fondazione culturale che porta il nome del suo direttore morto nel 1989, in un attentato le cui circostanze non sono mai state del tutto chiarite, ha fornito appoggio costante ai programmi di Burdett. In particolare sostiene il centro di ricerca LSE Cities, la cui “missione è studiare come le persone e le città interagiscono in un mondo che si urbanizza rapidamente” e ne finanzia le conferenze per divulgare “nuovi modi di pensare e costruire le città dove nel 2050 vivrà il 70% della popolazione mondiale”. Le conferenze, che ogni anno si tengono in una diversa città, hanno tutte il titolo Urban Age, una dizione che, evocando il sistema di periodizzazione pseudoscientifico, secondo il quale le “età” del genere umano si succedono l’una all’altra- età della pietra, del bronzo, del ferro- cerca di dare alla cosiddetta “età della città” un’aura di naturale inevitabilità.

Nel 2006 Burdett è stato nominato direttore della decima Biennale di Architettura, alla quale ha dato il titolo “Città. Architettura e Società” e vi ha esposto i risultati delle indagini di LSE Cities su sedici grandi agglomerati urbani. Ne è seguito un decennio di successi accademici e di fruttuosa collaborazione professionale con gli amministratori di molte importanti città. Ad esempio, è stato consulente del sindaco di Londra Boris Johnson e coordinatore della ristrutturazione urbana attuata in occasione delle Olimpiadi del 2012 ed è stato convocato dal sindaco Marino per organizzare Roma 2025.

Delle città prese in considerazione nel 2006, cinque compaiono anche nella mostra ospitata dalla Biennale di quest’anno: Mumbai, Città del Messico, San Paolo, Cairo e Istanbul. Fra le asiatiche, è scomparsa Tokio, sostituita da Shanghai, Guangzhou, Bangkok e Ho Chi Minh City e mancano tutte le città europee, con eccezione di Londra. In Africa, al posto di Johannesburg, ci sono ora Addis Abeba, Kinshasa e Lagos.

A parte “la velocità dell’urbanizzazione”, non sono espliciti i criteri con i quali le città, o per meglio dire le megalopoli, vengono selezionate. E’ certo, però, che in tutte esistono progetti per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali- metropolitane, tunnel, autostrade- ai quali Deutsche Bank partecipa.

Come ha detto Achleitner, che in passato ha lavorato per Goldman Sachs, Bayer, Henkel, Siemens e altri grandi gruppi finanziari, non solo la banca considera Urban Age un suo “flagship project” ma “l’urbanizzazione sostenibile” è una delle questioni cruciali verso le quali si concentra l’attenzione della fondazione Herrhausen, che rappresenta il “forum internazionale” all’interno del quale investigare e dibattere i temi più rilevanti a livello globale.

In realtà, alla conferenza della Biennale, tale auspicato dibattito non c’è stato. Studiosi di grande prestigio, da AbdouMaliq Simone a Saskia Sassen da Rahul Merhotra a Richard Sennett, hanno suggerito punti di vista problematici, altri oratori hanno perentoriamente richiesto “infrastrutture per la crescita” e ”spazio per l’espansione urbana”, altri infine hanno riduttivamente parlato dell’urbanizzazione come di un problema di design. Tra questi Burdett, che ha ripetutamente evocato il conflitto tra urbanistica “dal basso” e “dall’alto” in termini di tipi edilizi, di forma e dimensione dei lotti, di disegno di reti stradali e distributive e Joan Clos, direttore di UN Habitat, che nelle considerazioni conclusive della conferenza ha ricordato che la “politica dell’urbanizzazione spetta agli stati nazionali” e che le Nazioni Unite non possono imporla, ma solo aiutare a “pianificarla bene”. In altre parole UN Habitat può, come in effetti fa, insegnare agli urbanisti a “preparare” la terra da liberare e consegnare agli investitori, e incoraggiare le scuole di architettura ad addestrare generazioni di tecnici a “disegnare” questo esproprio su scala mondiale.

Nel suo discorso di commiato finale Ute Weiland, membro del consiglio di amministrazione della fondazione Herrhausen, con toni da perfetta padrona di casa ha ringraziato tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita dello splendido evento e ha preannunciato il prossimo che si svolgerà in Africa.

Del fronte africano, Deutsche Bank può vantare un’esperienza secolare. Ha, infatti, finanziato l’occupazione coloniale tedesca sia dell’Africa orientale, Rwanda, Burundi e Tanzania, che di quella sud occidentale, Namibia, anticipando i capitali per la costruzione di ferrovie e per le attività di estrazione mineraria. Le modalità di questi aiuti umanitari ante litteram, da tempo documentate da accurate ricerche storiche, sono state di recente anche oggetto di vertenze giudiziarie. Nel 2001, ad esempio, alcuni membri della tribu Herero hanno citato in giudizio il governo tedesco ed una serie di società, tra le quali Deutsche Bank, con l’accusa di genocidio in relazione alle attività minerarie svolte in Namibia all’inizio del novecento. L’azione è rimasta senza esito e, piuttosto che riconoscere qualsiasi responsabilità, il governo tedesco si è impegnato ad aumentare gli investimenti per la modernizzazione del paese. Uno degli argomenti usati per respingere le accuse è stato che i reati devono essere valutati in base al contesto in cui si sono verificati e che, siccome all’epoca dei fatti il termine genocidio neppure esisteva, di genocidio non si può parlare. Solo Il 14 luglio, lo stesso giorno della conferenza alla Biennale, il portavoce di Angela Merkel ha detto che il governo tedesco chiederà ufficialmente scusa alla Namibia. Si tratta ovviamente di una casuale coincidenza temporale, è comunque auspicabile che Deutsche Bank ne informi le truppe già dislocate sul fronte dell’occupazione neocoloniale.

Riferimenti

Quarto intervento della serie "eddyburg dal fronte", dopo La cattiva coscienza della Biennale targata Rolex, e Infrastrutture: per le persone o per gli investitori? , Il muratore polacco. Altri articoli sulla Biennale Architettura 2016 ripresi dai media qui nell'apposita cartella
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