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mercoledì 27 luglio 2016

“Un altro passo verso l’abisso ma il sangue si può fermare con il coraggio del dialogo”

Paolo Rodari intervista Jean-Louis Tauran, arciverscovo francese,  ministro di papa Bergoglio per i rapporti con le altre religioni. «Serve soprattutto un'educazione che aiuti a comprendere che chi è differente da noi non è un nemico». La Repubblica, 27 luglio 2016


«Ieri è stato fatto un passo in più dentro l’abisso. Perché attaccare un luogo di culto e un suo ministro che sta celebrando messa, che altro non è che un ministro di pace, è una vigliaccheria che fa sprofondare nel nulla».
Jean-Louis Tauran, cardinale francese, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e uomo di fiducia di Francesco nei rapporti con l’Islam, è sgomento per l’escalation di violenza che sta colpendo l’Europa e la sua Francia, ma insieme è deciso nel condannare una follia «che porta alla distruzione».
Eminenza, come definirebbe coloro che ieri hanno attaccato la chiesa di Saint-Etienne- du-Rouvray?
«In generale coloro che commettono attentanti si autodefiniscono soldati, ma mi domando: che tipo di soldati sono? Non c’è risposta. Contro di loro occorre soltanto che noi credenti, tutti i credenti, torniamo a comportarci secondo quanto le religioni davvero insegnano. E la base di ogni insegnamento non è altro che l’amore, la convivenza fra diversi, la fratellanza».

Si può dire che l’Is fa parte dell’Islam?
«L’Islam insegna altro, ma qui non credo c’entri la religione. Non è giusto davanti a questi attentati parlare di religione. Si tratta di persone traviate che poco hanno a che fare con l’Islam stesso e con qualsiasi religione. Siamo davanti al nulla e portare tutto sul piano religioso non ha alcun senso».

Qual è la risposta adeguata a tutto ciò secondo lei?
«La risposta è sempre e comunque il dialogo, l’incontro. Per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all’incontro con l’altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati che è l’atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità».
Non c’è altra strada?
«Assolutamente no. Siamocondannati al dialogo».

Il dialogo può portare anche al martirio?
«Purtroppo sì. La Chiesa ha sempre subìto il martirio. È una possibilità reale, seppure resti una possibilità ben triste».

Non ritiene che l’Islam debba prendere le distanze da questi attentati?
«Credo che lo farà. Occorre aspettare perché sarà interessante vedere cosa sarà detto. Comunque, tornando a quanto dicevamo prima, credo che oltre al dialogo vi sia anche un’altra strada».

Quale?
«Lo ripeto sempre e non mi stancherò mai di farlo: l’educazione. Occorre un’educazione che parta dalla giovane età. È il primo e inevitabile strumento per contrastare qualsiasi tipo di estremismo e di follia omicida. Se alle origini dell’esistenza, nella giovane età, educhiamo all’amore tutto sarà diverso. È un lavoro lungo e dispendioso, ovviamente, eppure assolutamente necessario».

L’educazione deve portare a convivere con chi la pensa diversamente da noi?
«Certamente. L’educazione serve a comprendere che chi è differente da noi non è un nemico. E questa consapevolezza deve valere per tutti. Il rischio di non comprendere questa semplice verità, infatti, appartiene a tutti».

Fra Benedetto XVI e Francesco nota divergenze sul modo di rapportarsi con l’Islam?
«Sono uguali nel loro intendere i rapporti interreligiosi. Vedo assoluta convergenza fra i due. Ed è doveroso ricordarlo proprio oggi».