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mercoledì 20 luglio 2016

Non per giustificare, ma per comprendere

Una riflessione dopo le stragi della Promenade des Anglais di Nizza e sulla ferrovia bavarese, e su ciò che c'è prima e può esserci dopo.


Rifletto non per giustificare, ma per comprendere episodi tragici come quello del ragazzo afgano che ha fatto strage degli innocenti passeggeri di un treno tedesco, al grido Allahu Akbar (Dio è grande). Quel ragazzo afgano che è stato accolto in Europa al termine della consueta trafila, che inizia nel fuoco di guerre e carestie, prosegue con tragitti pieni di dolore e rischio, e si conclude, dopo la “salvezza”, nei cosiddetti “centri di accoglienza" (in Italia si è eliminato il velo d’ipocrisia e si chiamano centri non già “di accoglienza" ma, onestamente, “di identificazione ed espulsione”).

Parliamo di questi centri, e degli umani che vi soggiornano, e delle esperienze che vi vivono le persone “normali”, che hanno altre storie alle loro spalle. Chi frequenta questi luoghi oppure ha occasione di lavorare nelle strutture umanitarie che ne accudiscono gli scampati, racconta che è altissima la percentuali di quanti sono “fuori di testa”. Raccontano che le ferite lasciate dalle numerose tappe dell’esodo sono così profonde sulla psiche da poter essere rimarginate con molto più tempo, fatica, incertezza, di quelle lasciate nelle carni e nelle ossa. Mentre chiudo questa nota ne arriva un'altra testimonianza, da Medici senza frontiere.

Ripeto, non per giustificare gli assassini multipli e le stragi provocate da codesti nostri disgraziati fratelli, ma per comprendere. E comprendere è per noi un obbligo maggiore che per gli altri, poiché siamo benestanti, ben nutriti e vestiti, ben protetti dalle avversità della natura e da quelle della storia.

Ma se così è, se comprendere è per noi un obbligo morale e civile, allora non possiamo fare a meno di interrogarci anche sulle cause di quell’esodo i cui prodotti, sani e insani, vengono scaricati sulle nostre sponde. La letteratura su questo tema è così ampia che è inutile farvi cenno. Ed è chiaro che mille fili indicano come burattinai del disastro del Terzo mondo attori ben radicati nel Primo mondo, o nei suoi dintorni. Lo ha ammesso di recente anche uno dei corresponsabili, Tony Blair.

C’è poi qualcos’altro che ci riesce difficile non solo, com’è ovvio, giustificare, ma perfino comprendere: il forsennato odio religioso. Dell’intreccio tra squilibrio mentale e odio religioso scriveva recentemente (a proposito di un’altra strage, quella di Nizza) il filosofo franco-bulgaro Todorov; e rifletteva: «Se una religione, qualsiasi essa sia, diventa l’ideologia fondamentale di uno Stato, i valori democratici sono minacciati. Certo, oggigiorno, bisogna ammettere che l’Islam aspira a questo ruolo più di altre religioni». Non si può non convenire. Ma forse è utile ricordare che, in un passato lontano non millenni, altre religioni, quali quelle del cristianesimo, hanno avuto la stessa pretesa e hanno provocato analoghi danni. E non ci dice nulla in proposito la Palestina?

Neppure la nostra storia è priva di macchie. Tutto ciò, lo ripeto ancora una volta, deve spingerci non a giustificare, ma a comprendere quanto il nostro presente sia pieno di “diversità”. Diversità che giustamente consideriamo una ricchezza, e che anche per questo non possiamo eliminare con gli strumenti della chirurgia sociale, ma dobbiamo sanare, nei suoi aspetti non accettabili con l’attenzione, comprensione, accoglienza (vera) e cura. E, a volte, forse anche con qualche sacrificio personale. Chiedendo agli “altri” di aiutarci a ripulire anche noi da ciò che in noi non è più accettabile: per cominciare, dalla pretesa che la nostra cultura sia migliore di tutte le altre. La nostra cultura, quella cioè del mondo nordatlantico, potrebbe  addirittura tornare a produrre “mostri” (Donald Trump ne è un esempio temibile) e diffusi rigurgiti razzisti. I segnali sono ormai più che preoccupanti in tutta Europa. Occorre tornare a ragionare lucidamente e umanamente su cause ed effetti, piangendo i morti e salvaguardando tutti i vivi.




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