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venerdì 15 luglio 2016

LUCI nella Piana, quando i lavoratori non hanno più paura e tornano protagonisti

«Una bellissima esperienza di comunità, di condivisione fra tante storie e idee diverse, unite dall’obiettivo di non rassegnarsi e di riappropriarsi di un territorio e di una cittadinanza che non si rassegnerà mai al “tanto lo fanno lo stesso”». La città invisibile, 14 luglio 2016

L’acronimo che abbiamo scelto – LUCI (Lavoratori Uniti Contro Inceneritore) nella Piana – può forse strappare un sorriso, ma da sorridere c’è ben poco nel lavorare all’Osmannoro, tra Firenze e Prato, in una delle zone più inquinate della Toscana. La Terra dei Fuochi di casa nostra.

E’ cosa nota a tutti, ma è meglio non parlarne. Un fatto tacitamente accettato nella rassegnazione che caratterizza ormai troppo spesso il nostro status di cittadini. Avere un lavoro di questi tempi sembra un privilegio, figuriamoci se possiamo pretendere anche di lavorare in luoghi sani. Del resto le normative sulla sicurezza e la salute all’interno delle aziende sono ormai tali da richiedere lauree e specializzazioni pluriennali. Quindi di cosa preoccuparsi?

Poi una sera hai fretta e ti fermi a cena all’Osmannoro appena uscito dall’ufficio o dalla fabbrica, e siccome è estate decidi di stare all’aperto, sottovalutando il fatto di essere sulla traiettoria di atterraggio dei voli in arrivo al Vespucci e ti ritrovi – letteralmente – la pasta condita al cherosene e la pelle bagnata di goccioline oleose e puzzolenti rilasciate dall’ultimo aereo in arrivo da Parigi o da Londra. Sconcertato ti chiedi allora quanto altro carburante hai ricevuto in dono sulla pelle e nei polmoni, senza saperlo, tutte le volte che hai sospeso una conversazione perché il rombo degli aerei ti assordava.

Ti chiedi anche come sia possibile che esista un aeroporto internazionale nel centro industriale più popolato della provincia, e alla fine ti domandi con quale dissennata decisione si possa pensare di raddoppiarlo.  E si sa, una volta che le domande iniziano è difficile fermarle, una tira l’altra.

Ti domandi allora che fine farà, con l’ampliamento dell’aeroporto, il tanto rimandato Parco della Piana, soprattutto se dentro ci mettiamo anche un enorme inceneritore che come previsto, potrà, ma soprattutto dovrà – per andare a regime e dare profitti a chi ci ha investito – accogliere e bruciare rifiuti da tutto il territorio nazionale. E anche se lo chiamano con grande ipocrisia “termovalorizzatore” la domanda resta esattamente la stessa.

La volta che hai provato anche tu ad essere green e ad arrivare in bici (come mai le ciclabili di Osmannoro inizino e finiscano nel nulla, te lo eri già chiesto diverse volte e hai supposto che forse son state fatte solo per ottenere fondi europei e non per una mobilità veramente sostenibile), quasi non sei riuscito a respirare e gli occhi ti hanno lacrimato per tutta la giornata. E vabbè, tanto adesso fanno la tranvia, ti sei detto, dando per scontato che collegherà i paesi limitrofi con il centro di Firenze, come sarebbe ovvio per ridurre il traffico. Invece no. Apprendi incredulo che la tranvia si fermerà all’aeroporto e che nel frattempo costruiranno una terza corsia dell’Autostrada A11.

E allora le domande sono troppe e inquietanti. E le risposte del “Sistema” non ti rassicurano per niente, perché, ad esempio, ti viene il dubbio che non ti abbiamo mai detto il vero prezzo che gli abitanti di Copenaghen pagano in salute per il tanto magnificato termovalorizzatore nel centro della città con pista per sciare, tralasciando che a te sembra comunque più divertente farlo sulla neve vera dell’Abetone.

Non è mai troppo tardi per farsi domande ed iniziare a dubitare. Lo diceva anche Oscar Wilde, ti sembra di ricordare, che dubitare è profondamente appassionante.

Capisci allora con sgomento la malafede di chi avrebbe dovuto tutelare la salute dei cittadini e si è invece dimenticato delle migliaia di lavoratori che vivranno sotto la ciminiera di un termovalorizzatore enorme, a due passi da un aeroporto internazionale, fra un’autostrada e vie di collegamento trafficatissime, il tutto ben condito da quanto emesso in termini di inquinamento da una zona produttiva e commerciale probabilmente non ancora totalmente bonificata nemmeno dall’amianto. Con il Parco della Piana che è rimasto solo sulla carta.

Chiedi alle Organizzazioni Sindacali di informarti, di prendere una qualche posizione, di schierarsi dalla tua parte e bene che ti vada trovi indifferenza, paura di andare contro, quando hai la fortuna di non subire un vero e proprio boicottaggio.

Chiedi anche al tuo datore di lavoro, ma ti risponde che pochi altri hanno sollevato il problema, che comunque le amministrazioni locali hanno fatto le dovute verifiche (ma se i lavoratori non sono stati censiti nella Valutazione di Impatto Ambientale né nei piani di monitoraggio delle ASL forse le hanno fatte a Vallombrosa, non all’Osmannoro? Altra domanda che ti toglie il sonno), e che comunque per quanto riguarda la tua fabbrica o il tuo ufficio tutto è in regola, comprese le prese elettriche, quindi devi lavorare tranquillo, semmai chiudi le finestre.

E allora ti decidi a partecipare (anche se il dopo cena ti ha fatto parecchia fatica, va detto) a qualche assemblea informativa organizzata da cittadini come te, e finalmente ascolti medici che non hanno dimenticato Ippocrate, persone che hanno portato avanti con successo in altre comunità strategie alternative di sviluppo industriale e di gestione dei rifiuti, i quali ti spiegano con dati scientifici ed esempi concreti che l’inceneritore, se non si sa quanto male faccia alla tua salute, è di certo sicuro e provato che non fa per niente bene, ma soprattutto che non è l’unica alternativa alla discarica, perché i cassonetti (non ci avevi mai pensato) sono vere e proprie miniere urbane di materia prima e una sinergia virtuosa fra il mondo della produzione e la tutela dell’ambiente crea ancora più sviluppo e nuovi posti di lavoro.

Rincuorato, ma anche con tanta rabbia, capisci che la politica deve e può ancora essere il bene di una comunità, e che solo l’incompetenza e gli interessi privati non riescono a varare strategie innovative per un progresso che possa veramente chiamarsi tale, spacciandoti invece come unico possibile un modello ormai superato, ancora utile solo a chi lucra sulla salute tua e delle prossime generazioni, oltre che a scapito dell’ambiente che (forse talvolta ti era sfuggito?) non è sostituibile come fosse il cellulare dell’anno prima.

Capisci soprattutto che la palla passa a te. Così è nato LUCI nella Piana.
In pochi mesi siamo cresciuti informando e aggregando centinaia di lavoratori.

E’ stata e continua ad essere innanzitutto una bellissima esperienza di comunità, di condivisione fra tante storie e idee diverse, unite dall’obiettivo di non rassegnarsi e di riappropriarsi di un territorio e di una cittadinanza che non si rassegnerà mai al “tanto lo fanno lo stesso”.

Se lo fanno o non lo fanno, l’inceneritore, l’aeroporto, o qualsiasi altro progetto nocivo e assurdo, dipende innanzitutto e soprattutto da tutti noi. Ecco perché, forse sorridendo noi stessi, ci siamo chiamati LUCI nella Piana. Ma stavolta è un sorriso di speranza.