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domenica 24 luglio 2016

Lo specchio infranto dell’ansia perenne

«Il rischio più pernicioso che corriamo è l’adesione inconsapevole a un pensiero di massa che legge la realtà in modo altrettanto folle e irresponsabile di quello degli attentatori». Il manifesto, 24 luglio 2016 (c.m.c.)

 
Le notizie su attacchi omicidi-suicidi rimbalzano da una parte del pianeta all’altra. L’assuefazione collabora silenziosamente dentro di noi con una rassegnazione angosciosa, creando uno stato psichico stuporoso, terreno fertile per le interpretazioni schematiche e sbrigative.

Il rischio più pernicioso che corriamo è l’adesione inconsapevole (la più acritica e forte) a un pensiero di massa che legge la realtà in modo altrettanto folle e irresponsabile di quello degli attentatori.

Si fa presto a dire che l’imperversante violenza nichilista favorisca le «emozioni di pancia». Le emozioni sono vere, autentiche, quanto più sono viscerali. Hanno la loro radice nel corpo, nel punto in cui il vissuto corporeo diventa vissuto psichico, affettivo. Assumono leggibilità e configurazione comunicabile mescolandosi con il pensiero.

Legate al pensiero onirico (dove i confini tra noi e l’altro sono più aperti), assumono una forma più elaborata e precisa (che le rende più complesse e significative) se hanno il tempo necessario per essere sedimentate e connesse a un pensiero condiviso. Se tutto va per il verso giusto le nostre emozioni diventano il luogo in cui la nostra particolarità incontra la fraternità universale.

Fino a che punto siamo consapevoli della necessità politica di riappropriarsi come cittadini del nostro spazio onirico (l’immaginazione che incontra l’inconsueto) e del nostro tempo (quello necessario per la sedimentazione, la sperimentazione dei nostri vissuti e per il godimento che rispetta il suo oggetto)?

Il vivere in una dimensione di perenne urgenza (che trasforma l’inefficienza dell’amministrazione degli interessi collettivi in un efficace macchina di potere) porta la gestione delle nostre emozioni verso due direzioni ugualmente disastrose. Nella prima direzione le emozioni si dissociano dal pensiero, diventando un ammasso indistinto, un accumulo di tensione che può essere solo scaricato.

Nella direzione opposta il pensiero si dissocia dalle emozioni e, perdendo il suo fondamento nei sensi, nel sogno-immaginazione e nel gesto, misura la realtà con schemi astratti in cui il disimpegno sposa l’arbitrio e diventa dogma costrittivo.

Ci devasta il fenomeno impressionante della moltiplicazione incontrollabile di distruttori folli. Tuttavia sono solo schegge impazzite di un processo di identificazione di massa (che la comunicazione digitale accelera fortemente) con un processo di liberazione dalle nostre impasse emotive che trova il suo strumento più efficace in un agire violento (psichico o fisico).

La violenza scarica bruscamente le emozioni e al tempo stesso si sbarazza della sensibilità che le genera. Nulla è più contagioso di questa evacuazione dell’imbarazzo a vivere, in cui si sta riducendo la nostra esistenza, che trova nel pensiero automatico il suo più grande alleato.

Tra coloro che uccidono, pedine impersonali della forma più insensata della forza distruttiva, e coloro che reagiscono invocando il rigetto altrettanto violento dello «xenos», si è stabilita una completa simmetria.