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sabato 30 luglio 2016

La città? Una casa per tutti

«Un'intervista con Paulo Mendes Da Rocha, celebre esponente della scuola paulista, cui la Biennale di Venezia ha conferito il Leone d'oro alla carriera. "Le olimpiadi in Brasile? Rispondo con Borges: mi sento come quell’ospite che è ricevuto con cortesia ma si accorge di essere prigioniero"». Il manifesto, 30 luglio 2016 (p.d.)

L’incontro con Paulo Mendes da Rocha (Vitória, 1928) a Venezia è di quelli sempre attesi. Il Brasile è dagli anni ’50 il laboratorio dell’«Altra modernità», come direbbe Frampton, che occorre conoscere e seguire con attenzione e Da Rocha ne è il principale interprete e testimone. Dalla palestra del Clube Atlético Paulistano (1957) al Museo della Scultura Brasiliana fino la Copertura per Piazza del Patriarca (2009), tutte a San Paulo, si comprende con precisione qual sia la sua idea di architettura: semplicità formale e costruttiva, funzione sociale dello spazio, rigore etico e sensibilità estetica. Tutti argomenti che intendiamo meglio approfondire con lui nella biblioteca della Biennale che ci ospita.

Intanto, una domanda d’obbligo: cosa pensa delle prossime Olimpiadi a Rio?
Le rispondo citando una delle storie di Jorge Luis Borges nella raccolta Il manoscritto di Brodie, dove si racconta la finzionem, il dire ciò che si vuole, come facevano quei viaggiatori del XIX secolo che riportavano la descrizione di cose che nessuno conosceva. La novella racconta di quell’ospite che è contento di essere ben ricevuto, ma capisce di essere prigioniero. Sono terrorizzato per aver scoperto che abbiamo a che fare con il degenerato. Il nostro castigo sta in questa degenerazione che usa la creatività per pensare l’espansione della vita umana nell’universo. In questo momento l’architettura è formalista e delirante ma sempre preoccupata della «casa popolare» (ride, ndr). Il Brasile dimostra in modo chiaro questo corso degenerato.
Tuttavia non ci vorrebbe molto per realizzare un progetto nazionale di pianificazione davvero importante e necessaria: un sistema di navigazione fluviale nel bacino idraulico che è il più importante del mondo e una ferrovia in rete con altri paesi. Occorre immaginare la costruzione di una nuova pagina per l’America Latina. Siamo ancora impegnati in questo. Credo che la grande rivoluzione stia nella trasformazione democratica che può avvenire attraverso l’istruzione e il progetto, ma occorre fare di tutto per evitare altri disastri.

La Biennale Architettura di Venezia le ha conferito il Leone d’oro alla carriera. Tra le motivazioni c’è che la sua architettura dura alla prova del tempo. Come può resistere ai cambiamenti?
Per rispondere, vorrei partire dall’esperienza del movimento popolare «Ocupação» che agisce per trasformare gli edifici già esistenti. Intendo ribadirlo: ciò che riguarda l’urbanistica e l’architettura contemporanea è una questione politica. Infatti, al di là di ogni progresso tecnologico la qualità di ciò che chiamiamo casa interessa la grande prospettiva ideale della città come utopia e le possibilità che abbiamo di trasformare la nostra realtà. Faccio una sintesi. La chiave di tutto sta nell’idea della trasformazione. Il mio pensiero è stato quello di prendere coscienza del fatto che l’habitat umano è conseguenza della trasformazione della natura perché questa non può essere abitata. Ciò è particolarmente vero per il continente americano.

Fatta questa premessa, le chiedo: cos’è rimasto della scuola paulista?
Non mi piace l’idea di scuola paulista. Anzi, non esiste una scuola paulista. Ciò che occorre dire è che a San Paulo all’interno della sua Università, si strutturò una facoltà con un indirizzo particolare e distinto di intendere l’architettura. Un contributo importante fu dato dal filosofo Flávio Motta e dall’architetto marxista João Batista Vilanova Artigas. L’insieme, all’interno della stessa Università, sia dell’insegnamento delle lettere e della filosofia sia di una scuola politecnica ha permesso di esprimere una maniera assai particolare di architettura poiché fondata da un insieme di conoscenze. In questa scuola dove si concentrano tanti saperi come linguistica, filosofia, tecnologia, scienza delle costruzioni, meccanica, è impossibile che l’architettura non sia saggia. Che cosa dire sennonché l’architettura è di per sé una forma particolare di conoscenza. Viviamo, purtroppo, non beneficiando del contesto universitario. La conoscenza – l’architettura n’è una forma – richiede saggezza: tutto ciò che serve per il nostro obiettivo che è quello di costruire l’habitat umano che non c’è. Per ritornare alla domanda riguardo alla scuola paulista dico, quindi, che è una semplificazione.

Eppure ce ne hanno sempre parlato…
Non è proprio necessario classificare. Cosa vuole dire architettura funzionalista, costruttivista o addirittura moderna? Venezia, a me, appare modernissima.

Qual è, secondo lei, la relazione tra l’architettura e lo spazio pubblico. Lei ha affermato che «tutto è pubblico e che di privato c’è solo la nostra mente».
Sì, ho espresso molte volte il concetto che è necessario aumentare per tutti lo spazio pubblico: non esiste per me lo spazio privato. Una riflessione che possiamo fare è che è un’idea stupida quella di ragionare sulla «casa popolare». Come si può parlare di acqua potabile «popolare», come si può parlare di un chilowatt «popolare». Ora la questione della «casa popolare» rimanda alla definizione dei primi format, ai linguaggi che stigmatizzano il concetto di casa. La casa contemporanea non può essere «popolare». La grande virtù della casa è vedere dove questa è collocata, ha significato il contesto.

Un altro tema da approfondire è la questione della tecnica, in particolare quella del cemento armato, che ha un ruolo importante nella sua opera e che oggi è impiegato per banali megastrutture, come ad esempio a San Paulo il progetto previsto per il parco Ibirapuera…
Purtroppo, non lo conosco, non ho mai visto questo progetto…. Penso però che il materiale a rigore non interessi l’architettura, o meglio per costruire un determinato spazio va ricercata la tecnica più adeguata. Per difendere la natura in futuro si dovranno impiegare soluzioni tecnologiche sempre più innovative, ma non è per me una buona cosa contraddistinguere un’architettura attraverso la tecnica o il materiale.
La verità è che per qualità architettonica si deve intendere la disposizione spaziale di un edificio con il materiale più conveniente, in questo senso si può immaginare che in futuro l’uso del cemento armato possa anche essere abolito e sarebbe bello arrivarci. Il nostro dovere, quindi, è quello di essere attenti all’esecuzione tecnica con i materiali già esistenti. Si può immaginare una costruzione interamente in metallo o in legno con elementi prefabbricati e così abolire a poco a poco quella materialità dell’architettura che eviterà di distruggere il nostro pianeta. Ad esempio è interessante riflettere – riguarda noi brasiliani – sulla quantità di granito impiegato in Europa e dovunque per pavimentare. Si può essere indignati per quest’uso sconsiderato di smantellare montagne per consumare del materiale che si è formato in milioni di anni e usarlo per decorare bagni oppure, come si fa del granito brasiliano ridotto in sottili lastre, per rivestire la facciata di un edificio. Penso, quindi, che la cosa migliore che la tecnologia può offrire all’architettura sia tradurre la nostra fantasia nel costruire lo spazio della città contemporanea. In questa visione di ampia apertura voglio proporre una riflessione. Ciò che viviamo non è nuovo ma nel passato non era possibile vivere con la stessa serenità dell’oggi. Pensiamo all’espansione della vita umana nell’universo, ora abbandonata in un minuscolo sasso che è chiamato pianeta Terra. Un piccolo strumento su Marte invia notizie che danno lì una possibilità di vita. Già si considera questa una prospettiva realizzabile ma ci deve essere un’altra possibilità. Questo ci porta ancora all’espediente grottesco di possedere altre risorse, ma la questione più importante della nostra esistenza è fermare ora questo spreco.

(Con la collaborazione di Mirco Battistella e Ginevra Masiello)