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domenica 10 luglio 2016

Itineranti solo per difesa

«Intervista. Un incontro con Santino Spinelli, antropologo, storico e musicista in occasione dell'uscita del suo libro "Rom, questi sconosciuti"». Il manifesto, 9 luglio 2016 (c.m.c.)



«Non ti preoccupare, mi riconoscerai, ho i capelli lunghi e sono vestito da rom». Santino Spinelli è un rom particolare, ha conseguito due lauree, insegna all’università – Trieste, ora Chieti, in futuro forse Milano – e contemporaneamente è un musicista, in arte Alexian, che ha suonato per tre papi diversi e due volte solo per «Francesco», come chiama papa Bergoglio. È figlio e nipote di rom abruzzesi deportati durante i rastrellamenti e gli internamenti fascisti, una sua poesia è inserita nel monumento che a Berlino onora la memoria dello sterminio nazista di sinti e rom.

Pantaloni neri, maglietta nera, giacca bianca, una catena pesante in oro da cui pende un pesce snodabile, Santino Spinelli sbarca nell’afa della stazione dei pullman della Tiburtina con una enorme valigia rossa piena di libri: il suo ultimo lavoro che va a presentare, Rom questi sconosciuti, storia, lingua, arte e cultura e tutto ciò che non sapete di un popolo millenario, 553 pagine bibliografia inclusa, Mimesis, euro 25).

«In effetti – quasi si giustifica Spinelli – è una mini enciclopedia, raccoglie le ricerche di una vita, ma soprattutto cerca di colmare un enorme vuoto di conoscenza, i rom sono il popolo più sconosciuto d’Europa, cosa si sa della sua cultura? del suo teatro, della poesia rom. Non c’è una sola parola presa in prestito dal romanès in italiano». Come se cinque secoli e più di convivenza sulla stessa terra, tra guerre e invasioni, fossero stati cancellati. Deliberatamente e puntigliosamente.

La rappresentazione del popolo romanò – guai usare l’eteronimo «zingaro» portatore dello stigma sociale, appunto – è stato ed è tuttora appiattito dentro uno stereotipo – di brutto, sporco e cattivo – che lo ha fatto diventare la minoranza etnico-linguistica più odiata e misconosciuta, in Italia in modo particolare, come documenta uno studio recente del Pew Research Center.
Tutta l’attività trentennale di Santino Spinelli, gli studi storici, linguistici, antropologici e di musicologia, sono volti a sfatare quello che chiama «uno sguardo strabico» prevalente.

Chi ricorda, per esempio, che Gilda la Rossa, alias Rita Hayworth, in realtà era mora e di una famiglia di calé spagnoli famosi ballerini di flamenco? O Elvis Presley, sangue-misto sinto tedesco e romanichal irlandese, e Charlie Chaplin, mezzo ebreo e mezzo rom?

Per arrivare ai giorni nostri basti pensare allo scrittore Mikey Walsh, i calciatori Eric Cantona e Zlatan Ibrahimovic, l’attrice Hellen Mirren, o Bob Hoskins: tutti con origini rom, come moltissimi altri personaggi meno noti nella carrellata contenuta nel libro, pugili, cantanti pop o rap, attori e sceneggiatori anche di serie tv e naturalmente jazzisti, a cominciare dal capostipite Django Reinhardt.

«Le cronache storiche hanno sempre privilegiato la narrazione della devianza rom – dice Spinelli – ma in ogni epoca, e l’ho anche documentato, ci sono state figure eccellenti, che hanno offerto al mondo un grande contributo nel campo dell’arte, creatività e in quello delle varie competenze. Esiste un rom pure alla Nasa. Ma nessuno ne parla e questo contribuisce alla perdita di senso di sé e di memoria da parte della popolazione romanì, anche dei più integrati».

È fondamentale sapere che dei circa centosettantamila rom e sinti presenti in Italia – la terza minoranza riconosciuta dopo sardi e friulani – l’ottanta per cento sono cittadini italiani e risiedono stabilmente in abitazioni mentre solo il tredici per cento è relegato nei «campi nomadi» più o meno istituzionalizzati e la restante parte vaga sotto cavalcavia autostradali, sul greto dei fiumi o lungo le ferrovie dismesse.

«I rom non sono nomadi e non lo sono mai stati come tratto dipendente da loro, culturale», va ripetendo in giro Spinelli, che sull’argomento porta a suffragio di questa tesi le ricerche storiche comparate dei più importanti romanologi, studiosi del popolo romanò che datano la prima diaspora dall’India in Persia attorno al X secolo, successiva a una disfatta militare e alla fuga da un assoggettamento schiavistico dei vincitori. «L’itineranza è sempre stata una strategia di difesa, una mobilità coatta, e tutte le volte che i rom hanno potuto si sono insediati, sedentarizzandosi», sintetizza infine Spinelli.

Partiamo dunque dall’inizio: con quale sguardo è corretto approcciarsi alla cultura e al popolo rom?
Il popolo rom è un infinito antropologico. Significa che ci sono tanti modi diversi di essere rom, tanto che ogni rom a un certo punto ti dirà «me chacho rom», cioè io sono il vero rom, rivendicando di essere l’unico soggetto a determinarsi contro qualsiasi pretesa esterna. La diversificazione dipende dall’appartenenza a una comunità che è determinata dagli usi, dalle tradizioni, dalle norme morali e dalla storia che porta con sé e che esclude gli altri, non solo i gagè ma tutti gli altri. Anche io, che faccio parte dei rom italiani di antico insediamento, arrivati in Italia durante il Rinascimento, se volessi entrare in una comunità di rom kalderasha, mi respingerebbero come estraneo. Ogni gruppo è autoreferenziale.

Mancando una lingua scritta, una religione comune, un territorio, cosa tiene allora insieme il popolo rom come popolo?
La romanipé, parola intraducibile che possiamo rendere come identità rom, sia individuale che collettiva. Ogni comunità ha la sua romanipè, che crea il romano them, il mondo di riferimento con riti di nozze, funerali, battesimo, corteggiamento, e la propria romani kris, l’amministrazione delle regole morali attraverso un comitato di anziani o di saggi.

L’architrave di fondo di queste diverse romanipé è un modo di porsi di fronte alla vita, che resta invariato nel tempo e nello spazio, e che si basa sui concetti di puro-impuro e di baxt-bibaxt, cioè fortuna-malasorte ma anche felicità-malessere, positività-negatività. Sono questi gli elementi basilari che, con gradi diversi e sfumature, si ritrovano in tutte le comunità. Il popolo è costituito da rom, sinti, calé, monouches e romanichals.

Poi ogni gruppo ha una diversificazione in comunità, essenzialmente caratterizzate dai mestieri tradizionali di ognuna, e dialetti diversi. Il nucleo basilare della comunità è però sempre la famiglia allargata o familje, sostanzialmente patriarcale. Fino a tutto il periodo bizantino, cioè fino all’all’arrivo nei Balcani, tutte le comunità hanno mantenuto una soggettività e una storia comune.

Esistono delle differenze nella funzione genitoriale e nell’approccio al lavoro?
I bambini, che sono il cemento della coppia e la ricchezza della famiglia, sono lasciati molto liberi e educati prevalentemente dalla madre, in una divisione dei ruoli maschili e femminili piuttosto rigida che si rispecchia anche nella gestione degli spazi dell’abitare, ma la crescita dei bambini è comunque vista in un’ottica comunitaria in cui l’autorità morale del padre, proiettata pure nelle relazioni verso il mondo esterno, è estesa anche allo zio paterno e al nonno. Il lavoro per i rom è una funzione, un mezzo, mai un fine in sé. Non deve togliere il tempo per la famiglia e per la comunità. Un rom non vive per lavorare.

Nel libro si parla molto anche di Mafia-capitale che. tra l’altro. proprio in questi giorni ha condotto a nuovi sviluppi giudiziari. Chi sono questi «falsi amici» contro cui il libro si scaglia?
Fin dagli anni Novanta ho denunciato ciò che ho definito «Ziganopoli». Ora le cronache giudiziarie mi stanno dando ragione. Ma non sono un magistrato né un giornalista e mi interessa l’impatto culturale di questo meccanismo. È fondamentale comprendere e separare ciò che è la cultura rom e cosa è invece il portato e l’effetto collaterale della cattività, cioè della segregazione razziale, che viene attuata con i campi nomadi in particolare dagli anni Ottanta, ed è un crimine contro l’umanità.

Dagli anni 60 sono iniziati a arrivare in Italia rom dalla Jugoslavia, a causa della crisi economica là, ed è nata l’Opera Nomadi. E con essa si è fatta strada l’idea dei campi nomadi, con il varo di cinque leggi regionali specifiche per finanziare i campi mentre altri rom, profughi della guerra nell’ex Jugoslavia, non venivano accolti come profughi, appunto, ma come nomadi. Negli anni un fiume di denaro pubblico è stato riversato in una politica discriminatoria, repressiva e segregante non solo a Roma ma in tutta Italia.

Solo che a Roma i numeri sono enormi: ventidue milioni di euro nel 2013 per il sistema-campi nella capitale, l’anno successivo trentaquattro sgomberi forzati a Roma e Milano, per l’Expo, che hanno coinvolto complessivamente 3.435 persone. Per insegnare la lingua e la cultura romanì, zero euro. Tanti soldi per la scolarizzazione, gli scuolabus, e neanche un laureato rom. Tutte queste strategie hanno fallito perché partono da una visione distorta, che ha fatto solo comodo a chi l’ha usata per un proprio tornaconto personale. I rom dovrebbero essere risarciti perché questa politica ha devastato quattro generazioni che hanno conosciuto solo la degradazione dei campi e sono ora difficilmente recuperabili.

Cosa si dovrebbe fare a questo punto?
Faccio io una domanda: come si può pensare di integrare un popolo senza una partecipazione attiva del popolo stesso? L’integrazione è interazione che, come l’amore, si fa in due. Si fa con la volontà di integrarsi, di proporsi al meglio, da una parte e dall’altra con la volontà di accogliere e rispettare. Non ci può essere integrazione senza una valorizzazione culturale. L’Italia è l’unico paese europeo dove non esiste neanche un festival di musica rom. Come può vivere la cultura rom se non esistono biblioteche, se la lingua e la cultura non sono insegnate? E non parlo di un folklore fasullo, propagandistico per Mafia-capitale.

Bisogna restituire dignità sociale a rom e sinti, sottrarli alla speculazione di Mafia-capitale che non è affatto finita per i rom. Ho l’impressione che dovranno cadere ancora molte teste. Perché non si riformi poi lo stesso meccanismo è necessario cambiare logica, uscire dallo stereotipo per cui i rom sarebbero solo un reperto antropologico, primitivo e capace solo di una sottocultura e di una economia informale tossica per la sopravvivenza, che invece è data dal contesto di segregazione in cui sono lasciati. E riconoscere invece che sono una ricchezza per la società.