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domenica 10 luglio 2016

«In quel delitto di quarant’anni fa la malattia incurabile di essere maschi»

«Il vincitore del premio Strega, compagno di scuola degli autori del massacro, parla del suo romanzo dominato dal tema della sopraffazione sessuale. "È importante non trincerarsi dietro lo sdegno preventivo perché siamo tutti contaminati dalla violenza"». La Repubblica, 10 luglio 2016 (c.m.c.)



Edoardo Albinati ha appena vinto il Premio Strega con un libro non solo importante per mole (quasi 1300 pagine), ma crudo nella tematica, un romanzo che gira intorno al buco nero della violenza contro le donne.
 
La scuola cattolica (Rizzoli) trae spunto da un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo, e da lì s’irradia per cerchi concentrici per cercare di capire quale possa essere la radice culturale dell’aggressività. Albinati è stato compagno di scuola, all’istituto San Leone Magno a Roma, dei tre protagonisti del massacro del 29 settembre del 1975, Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira.

Come mai ha voluto affrontare un argomento tanto scomodo?
«Perché la letteratura ha anche il compito del disvelamento. Non volevo ammantare il delitto di alcun aspetto seduttivo, ma raccontarlo nella sua crudezza. Il mio obiettivo non era informare, ma interrogarsi ».

Mostrare la violenza, esporla, renderla pubblica, far vedere un volto ferito o le fotografie di un’aggressione, può essere utile?
«Non lo so, penso che la cosa importante sia non trincerarsi nello sdegno preventivo. L’ho detto, lo ripeto: ho il 99% delle cose in comune con chi compie azioni violente ».

Potrebbe spiegarsi meglio?
«È importante accettare l’idea della contaminazione con la violenza. Forse può non entusiasmarci, ma siamo tutti coinvolti, tutti contaminati. Certo, è più facile allontanare da sé il male, pensare che non ci riguardi, che noi siamo diversi. La ferita del delitto del Circeo fu in qualche modo suturata additandone i responsabili come mostri. Così da una parte mettevamo i “perversi” e dall’altra c’eravamo noi. È ciò che in altri tempi si sarebbe definito “falsa coscienza”».

Nel suo libro imputa a una certa idea di mascolinità la responsabilità dell’aggressività. Addirittura scrive: «Nascere maschi è una malattia incurabile».
«Purtroppo – lo dicono tutti gli studi sulle teorie di genere – la mascolinità è una costruzione fatta di modelli da imitare che creano frustrazione, perché nessuno riesce a stare alla loro altezza. Insomma, il maschio è colui che manca il bersaglio di essere maschio».

È da qui che può nascere la voglia di rifarsi?
«Mi viene in mente una frase di Kafka: “C’è un punto di non ritorno, quel punto va toccato”. Il mio punto di non ritorno, ciò di cui volevo parlare, è la malattia incurabile dei maschi».

Perché incurabile?
«Mi sembra che il modello maschile sia oggi in crisi più che mai. Se è infatti vero che abbiamo superato il prototipo di virilità del passato, è anche vero che non è stato sostituito da nulla. Mentre il modello femminile si è aggiornato».

Quali sono gli stereotipi culturali da cui dovremmo cercare di liberarci?
«Gli uomini hanno un bisogno di tenerezza profondissimo, ma non possono esprimerlo liberamente. Hanno paura che venga scambiato per omosessualità. Ma proprio quel desiderio frustrato alla fine si rivolge in modo brutale contro le donne ».

Nel suo libro la violenza abita in un quartiere borghese, tra le cosiddette persone perbene. È anche questo un modo per dire che riguarda tutti, non solo chi vive nel degrado?
«Thomas Mann diceva che il borghese è l’individuo che ha più punti di contatto con l’intera umanità. All’interno del suo mondo osserviamo tutti gli atteggiamenti possibili. Nel caso del delitto del Circeo si pensò subito che non potesse avere per protagonisti ragazzi di buona famiglia. Ma pensare in questo modo è un’altra forma di difesa. Chiunque può fare qualsiasi cosa a chiunque».

Lei insegna nel carcere di Rebibbia. La scuola può cambiare la società?
«A patto che non diventi una routine. In galera la situazione è di emergenza, posso sperimentare subito se le mie parole hanno effetto».

Quanti anni ha lavorato al libro?
«Più di nove anni. Nove anni per chiedermi: come faccio a venire a capo di un male che mi appartiene?».

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