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domenica 31 luglio 2016

Il recinto attorno alla mia scuola e la Brexit figlia delle barriere

«Sono abituata al cambiamento: da queste parti è la regola. Il vecchio ginnasio in cima alla collina è diventato una delle più grandi scuole musulmane d’Europa; la vecchia sinagoga è diventata una moschea; la vecchia chiesa ora è un palazzo di case private». Corriere della Sera, 31 luglio 2016 (c.m.c.)



Di ritorno, dopo una lunga assenza, nel mio vecchio quartiere di Londra, passando dalle parti della locale scuola elementare, ho notato un cambiamento. Molti dei miei amici una volta studiavano qui, e di recente — quando una malattia in famiglia ci ha costretto a ritornare in Inghilterra per un anno — vi ho iscritto mia figlia.

Un bell’edificio vittoriano in mattoni rossi, per molto tempo oggetto di «misure speciali», un giudizio dell’ispettorato scolastico chiamato Ofsted, il livello più basso attribuibile a una scuola statale. Con una valutazione simile, molti genitori ovviamente si spaventerebbero e iscriverebbero i loro figli altrove; altri, vedendo con i loro occhi ciò che Ofsted — che si affida principalmente ai dati — non può umanamente vedere, dubiterebbero della ragionevolezza di Ofsted, e resterebbero lì. Altri però potrebbero non saper leggere in inglese, o non avere a casa una connessione ad Internet, o non aver mai sentito parlare di Ofsted, o ancor meno considerato di controllare ossessivamente il suo sito.

La mia storia

Nel mio caso, avevo il vantaggio della storia locale: per anni, mio fratello ha insegnato qui, in un doposcuola per bambini immigrati, e sapevo perfettamente bene quanto la scuola fosse, come è sempre stata, valida e ospitale nei confronti della sua popolazione eterogenea, in molti casi appena arrivata nel Paese. Ora, a distanza di un anno, Ofsted l’ha giudicata ufficialmente «Buona» e, conoscendo i residenti della zona, ciò significa che più genitori borghesi, solitamente bianchi, correranno quello che considerano un rischio, si trasferiranno nei dintorni della scuola, e manderanno lì i loro bambini.

Se questo processo si sviluppa come a New York, la borghesia bianca aumenterà, assecondando la trasformazione da quartiere popolare a residenziale, e i confini del «bacino di utenza» scolastica si restringeranno, fino a renderlo, nel corso degli anni, quasi totalmente omogeneo, con tratti di diversità; a quel punto, l’ente di regolamentazione gli attribuirà finalmente la sua valutazione più alta. Ma nel vecchio quartiere non è ancora successo niente di tutto ciò, né, forse, succederà mai — data la sua lunga e orgogliosa storia di qualunque forma concepibile di diversità — e comunque, questo non era il cambiamento che avevo notato passando di lì.

All’epoca, il mio particolare tipo di paranoia liberale era focalizzato su altro: ho notato il recinto. Perché questa scuola vittoriana, a cui per cento anni sono bastate delle ringhiere di ghisa per delimitare i suoi confini, ora aveva aggiunto tra le sbarre quelle che sembravano delle alte stecche di bambù, unitamente a due metri di piante fatte arrampicare sulle assi, impedendo la vista del cortile, e quindi dei bambini che giocano, dalla strada. Sono andata a casa e ho mandato una email di fuoco a un paio di rappresentanti dei genitori:

«Sono passata nei pressi della scuola per la prima volta da quando sono tornata a casa (ieri) e ho notato il velo di legno — per non dire altro — eretto intorno alla scuola. Mi ha rattristato. Ho abitato per 40 anni in questa zona. Ho visto erigere un muro fuori dalla scuola ebraica dieci anni fa, e qualche anno fa, intorno a quella musulmana. Ma non avrei mai pensato di trovarne uno fuori... Sono molto curiosa di sapere come si è arrivati a questo, chi l’ha richiesto, come mai è stato deciso, se i genitori ne sono contenti, e quale è — ufficialmente — il suo scopo. «Sicurezza»? «Privacy»? O qualcos’altro?

Una email feroce, piena di paranoia liberale. La risposta che ho ricevuto era invece ragionevole ed educata. «Privacy e inquinamento» erano le ragioni addotte, in particolare il problema dell’inquinamento, «una cosa assai rilevante al momento», che la scuola era stata chiamata ad affrontare su richiesta del consiglio locale. Inoltre il cortile è pieno di cemento, la vegetazione ingentilisce l’area, e francamente, i rappresentanti dei genitori non avevano immaginato che il nuovo allestimento sarebbe sembrato in qualche modo difensivo o strano ai passanti. Rileggo la mia email e mi vergogno di averla inviata. Quale stato d’animo mi aveva portato a interpretare così negativamente un semplice ritocco estetico?

Realtà e simboli

Sono abituata al cambiamento: da queste parti è la regola. Il vecchio ginnasio in cima alla collina è diventato una delle più grandi scuole musulmane d’Europa; la vecchia sinagoga è diventata una moschea; la vecchia chiesa ora è un palazzo di case private. Le ondate migratorie e di trasformazione residenziale attraversano queste strade come bus. Ma suppongo che questa scuola locale, nella mia mente, fosse una specie di simbolo. E se c’è qualcosa che negli ultimi tempi abbiamo imparato, è che, noi britannici, finiamo per comportarci in modo strano quando lasciamo che le realtà materiali si trasformino in simboli.

Valutavo questa piccola scuola in modo speciale, simbolico, come un’istituzione variegata in cui i figli delle famiglie relativamente ricche e i poveri, i figli di musulmani, ebrei, indù, sikh, protestanti, cattolici, atei, marxisti, e quel tipo di persone che fanno del Pilates una religione, seguono le lezioni tutti insieme nelle stesse aule, giocano insieme nello stesso cortile, discutono insieme della loro fede — o della sua mancanza — mentre passo e spesso guardo dentro, trovando così una vitale conferma simbolica che il mondo della mia infanzia non è ancora scomparso del tutto.

In questi giorni, la scuola ebraica assomiglia a Fort Knox. La scuola musulmana segue a poca distanza. Anche la nostra piccola scuola era destinata a diventare un luogo circondato da un recinto, separato, privato, paranoide, preoccupato per la sicurezza, che dà le spalle alla comunità più estesa?

Il referendum

Due giorni dopo, i britannici hanno votato per la Brexit. Mi trovavo nell’Irlanda del Nord, dai miei suoceri, dei protestanti nordirlandesi moderatamente conservatori con i quali mi sono trovata d’accordo, per la prima volta nella nostra storia, in merito a una questione politica. Lo choc che avevo provato di fronte alla staccionata ora lo provavo davanti alla loro enorme televisione, mentre guardavamo insieme l’Inghilterra isolarsi dal resto dell’Europa dietro a uno steccato, senza un pensiero per le conseguenze per i suoi cugini scozzesi e irlandesi a Nord e Ovest del Paese.

Da allora, è stato scritto molto sul comportamento spaventosamente irresponsabile sia di David Cameron che di Boris Johnson, ma non penso che mi sarei concentrata completamente su Boris e Dave se mi fossi svegliata nel mio letto, a Londra. No, in quel caso le mie riflessioni sarebbero state essenzialmente di tipo ermeneutico. Cosa significa questo voto? Cosa riguardava? L’immigrazione? Le disuguaglianze? La storica xenofobia? La sovranità? La burocrazia Ue? La rivoluzione anti-neoliberale? La lotta di classe?

Ma nell’Irlanda del Nord era chiaro che questa sicuramente non c’entrava, neanche lontanamente, e ciò mi portò a riflettere sullo straordinario atto di solipsismo che aveva permesso a questo piccolo Paese, a lungo brutalizzato, di diventare il danno collaterale di una frattura interna al Partito conservatore. E la Scozia! Difficile da credere. Che due uomini presumibilmente istruiti, che si suppone avessero letto la storia della Gran Bretagna, abbiano potuto, con tale mancanza di scrupoli, mettere a repentaglio un’unione sudata, vecchia di 300 anni — per soddisfare le loro ambizioni personali — quella mattina, sembrava, a me, un crimine più grave della rottura del decennale patto europeo che l’aveva causato.

I «piromani»

«Conservatore» non è più il termine giusto per entrambi: quella parola quanto meno implica la cura e la tutela di un’eredità. «Piromane» sembra essere un termine più preciso. Intanto, Michael Gove e Nigel Farage sono i veri ideologi di destra, con una chiara agenda, per cui lavorano da molti anni. Il primo aveva la sua idea del cavallo di Troia della «sovranità», il cui simbolo vuoto avrebbe presumibilmente partorito una finanza libera e deregolamentata.

Il secondo, dimessosi il 4 luglio, sembrava essere nella morsa di un’autentica ossessione razziale, combinata alla determinazione di isolare con un recinto la Gran Bretagna dal pensiero comune europeo, non solo per questione di libertà di movimento ma anche per una serie di questioni: dal cambiamento climatico, al controllo delle armi, al rimpatrio degli immigrati.

Un referendum esalta gli aspetti peggiori di un sistema già imperfetto — la democrazia — convogliando in un cancello stretto una quantità impressionante di problemi. Ha le sembianze dell’intensità — Democrazia definitiva! Pollice in su o in giù! — ma in pratica banalizza la questione in modo fuorviante. Anche molti di quelli che hanno votato «Leave», alla fine, hanno sentito che il loro voto non esprimeva esattamente i loro sentimenti. Avevano un’ampia varietà di ragioni per il loro voto, e gran parte del fronte «Remain» era similmente scisso.

Porre la questione in termini binari aveva quasi comicamente rimosso parte della riflessione. Un amico la cui madre vive ancora nel circondario descrive una conversazione, al di là del recinto, tra sua madre e una persona di sinistra del Nord di Londra, che spiegava alla madre del mio amico che lei stessa aveva votato «Leave» per «cacciare quel maledetto ministro della Sanità!». Ah, anch’io, come molti cittadini di questa grande nazione, sogno di liberarmi di Jeremy Hunt, ma un referendum risulta essere un martello molto inefficace per mille chiodi storti.

«Cosa ci hanno fatto?»

Il primo istinto di molti elettori di sinistra pro «Remain» era pensare che fosse solo una questione di immigrati. Quando sono emersi i numeri ed è stata resa nota l’analisi dettagliata delle classi ed età, si è delineata più chiaramente una rivoluzione operaia populista, sebbene fosse una di quelle che rendono sempre perplessi i liberali borghesi, inclini a essere sia politicamente ingenui che sentimentali nei confronti della classe operaia. Per tutto il giorno, ho chiamato a casa e inviato email, cercando di elaborare , come gran parte di Londra — o quanto meno la parte che conosco — il nostro grande senso di choc. «Cosa hanno fatto?» ci siamo detti, a volte riferendoci ai leader, che sentivamo dovessero sapere quello che facevano, e altre volte alla gente che, deducevamo, non lo sapeva.

Ora sono tentata di pensare che fosse il contrario. Fare qualcosa, qualunque cosa, era vagamente lo scopo. La nota caratteristica del neoliberismo è che ti dà l’impressione che non puoi fare niente per cambiarlo, ma questo voto offriva il raro premio di causare una rottura caotica in un sistema che, usualmente, asfalta tutto quello che trova sulla sua strada. Ma anche questa interpretazione più ottimistica di sinistra — che si trattava di una reazione violenta, più o meno ponderata, una reazione all’austerità e al precedente crollo economico neoliberista — non può negare il razzismo casuale che sembra essere stato sguinzagliato parallelamente, sia dalla campagna che dallo stesso voto.  

I racconti di mia madre

Ai molti aneddoti, ne aggiungerò due riportati da mia madre, di origini giamaicane. Una settimana prima delle votazioni, uno skinhead è corso contro di lei a Willesden, gridandole in faccia «Über Alles Deutschland!» (La Germania sopra tutto, ndt ), come una reminiscenza della fine degli anni Settanta. Il giorno dopo il voto, una signora, che faceva acquisti di biancheria e asciugamani in Kilburn High Road, si fermò davanti a mia madre e alla mezza dozzina di altre persone originarie di altri Paesi, annunciando a nessuna in particolare: «Allora, adesso dovrete andarvene tutti a casa!”.

Cosa hai fatto, Boris? Cosa hai fatto, Dave? Eppure, in questo racconto dei nostri leader solipsistici, che hanno innescato la bomba senza pensarci troppo, c’è una storia meno gradevole del nostro solipsismo londra-centrico, che mi pare altrettanto reale, e questa ha creato un diverso tipo di velo, forse altrettanto difficile da penetrare come la cieca ambizione personale di un uomo come Boris. Il trauma profondo, che — come tanti altri londinesi — ho avvertito dopo l’esito del voto, suggerisce come minimo che dobbiamo aver vissuto dietro a una sorta di velo, incapaci di vedere il nostro Paese per quello che è diventato.

La notte prima di partire per l’Irlanda del Nord, ho cenato con dei vecchi amici, intellettuali del Nord di Londra, in effetti esattamente il genere di persone a cui il parlamentare laburista Andy Burnham si riferiva simbolicamente, quando dichiarò che il Labour Party aveva perso terreno rispetto all’Ukip perché era «troppo Hampstead e non abbastanza Hull», sebbene, certo, in realtà fossimo stati da tempo tutti esclusi da Hampstead dai banchieri e dagli oligarchi russi. Stavamo considerando la Brexit. Probabilmente i commensali di ogni cena nel Nord di Londra facevano altrettanto. Ma è emerso che non potevamo averla considerata molto bene perché nessuno di noi, neanche per un momento, credeva che potesse accadere. Era così ovviamente sbagliata, e noi avevamo così ovviamente ragione. Come poteva succedere?

Risolta questa questione, siamo passati tutti a deprecare la strana tendenza delle ultime generazioni di sinistra a censurare e zittire i discorsi e le opinioni che considerano in qualche modo sbagliate: Niente propaganda, spazi sicuri, e tutto il resto. Avevamo tutti ragione anche su queste cose. Ma poi, dall’angolo, su un divano, la più intelligente di noi, mentre allattava un neonato, aspettò che finissimo di sproloquiare per aggiungere: «Beh, hanno preso quell’abitudine da noi. Noi volevamo essere visti dalla parte della ragione. Dalla parte giusta di una questione. Ancor più che fare qualunque cosa. Avere ragione era sempre la cosa più importante» .

Nei giorni successivi all’esito delle votazioni, ho pensato molto a questa analisi. Ho continuato a leggere i pezzi di fieri londinesi che parlavano orgogliosamente della loro città multiculturale rivolta all’esterno, così diversa da quelle località del Nord, provinciali e xenofobe. Suonava corretto, e volevo che fosse vero, ma l’evidenza che appariva ai miei occhi offriva una contro-narrazione. Perché la gente di questa città che vive veramente in una dimensione multiculturale è quella i cui figli sono educati in ambienti misti, o che vivono in ambienti autenticamente eterogenei, in case popolari o in un pugno di quartieri storicamente variegati, e non ce ne sono più tanti quanti ci piace credere.

L’equivoco multiculturale

Attualmente, gli aspetti della vita di molti londinesi che si presumono essere multiculturali e trasversali a tutte le classi sono in realtà rappresentati dal loro personale di servizio — tate, addetti alle pulizie —, quelli che versano i loro caffè e guidano i loro taxi, o ancora quei pochi, onnipresenti principi nigeriani che trovi nelle scuole private. La verità dolorosa è che gli steccati sono eretti dappertutto a Londra. Intorno alle aree scolastiche, ai quartieri, intorno alle vite. Una utile conseguenza della Brexit è di rivelare, alla fine apertamente, una profonda frattura nella società britannica, che ha impiegato trent’anni per prodursi.

I divari tra Nord e Sud, tra le classi sociali, tra i londinesi e tutti gli altri, tra i ricchi e i poveri londinesi, tra i bianchi, gli scuri e i neri sono reali, e devono essere affrontati da tutti noi, non solo da quelli che hanno votato «Leave». Tra tutte le caratterizzazioni isteriche di quei sostenitori del «Leave» — non ultime le mie stesse — all’indomani del voto, mi sono fermata a pensare a una giovane che avevo notato nel cortile l’anno in cui mia figlia frequentava quella scuola oggetto di misure speciali. Era una madre, come il resto di noi, ma almeno 15 anni più giovane. Dopo aver camminato dietro di lei verso casa un po’ di volte, ho immaginato che vivesse nello stesso quartiere di case popolari in cui sono cresciuta. La ragione per cui l’ho notata era perché mia figlia si era profondamente innamorata di suo figlio. Il prossimo passo naturale era un appuntamento per giocare in casa.

Ma quel passo io non l’ho mai fatto, e lei neppure. Non sapevo come far breccia in quella corazza di paura e diffidenza che sembrava provare verso di me, non perché fossi nera — l’avevo vista parlare allegramente con altre mamme nere — ma perché avevo il marchio della borghesia. Mi aveva visto aprire il portone nero tirato a lucido della casa di fronte alla sua palazzina popolare, come io avevo visto lei entrare ogni giorno nella tromba delle scale di quello stabile.

Ripensai a certi episodi che avevano segnato la mia infanzia, quando le cose erano al contrario. Potevo invitare la ragazza con la villa sul parco nel nostro misero appartamento popolare? E più avanti, quando ci eravamo trasferiti in un decorosissimo appartamento dal lato giusto di Willesden, potevo andare a trovare la mia amica in uno sgarrupato dal lato sbagliato di Kilburn?

La risposta era, di solito, affermativa. Non senza tensione, non senza qualche mortificante episodio da commedia sociale, o qualche fugace scena di vita domestica al confine con la tragedia — ma era comunque affermativa. Allora, eravamo tutti ancora disposti a correre il «rischio», se questa è la parola giusta per descrivere l’ingresso nelle vite altrui, in modo concreto e non solo simbolico. Ma in questa nuova Inghilterra sembrava, almeno per me, impossibile. E credo anche per lei. Il divario tra noi era diventato troppo ampio.

La casa vittoriana alta e stretta che ho comprato una quindicina d’anni fa, pur essendo esattamente lo stesso tipo di abitazione in cui vivevano in miei amici d’infanzia della borghesia, oggi vale una cifra scandalosa, e temevo potesse pensare che io avessi sborsato una cifra scandalosa per accaparrarmela. La distanza tra il suo appartamento e casa mia — pur misurando in realtà solo duecento metri — è simbolicamente più estesa che mai. Il nostro potenziale appuntamento per far giocare i bambini aleggia da qualche parte su questo abisso, e non si è mai concretizzato, perché non ho mai osato chiederlo.

 Cocktail e diseguaglianze

Le diseguaglianze estreme frammentano le comunità, e dopo un po’ le crepe diventano così ampie che l’intero edificio viene giù. In questo processo tutti ci rimettono da tempo, ma probabilmente nessuno quanto i bianchi della classe lavoratrice ai quali non è rimasto davvero nulla, nemmeno la presunta levatura morale che deriva da un trauma conclamato o dallo status riconosciuto di vittima.

La sinistra si vergogna profondamente di loro. La destra li considera solo un utile strumento per le proprie ambizioni personali. La scomoda rivoluzione della classe lavoratrice alla quale stiamo oggi assistendo è stata tacciata di stupidità — io stessa l’ho maledetta il giorno in cui è scoppiata — ma più la si analizza, più ci si rende conto che da un certo punto di vista ha un che di geniale, perché ha saputo intuire le debolezze del nemico e sfruttarle in modo efficace. Alla sinistra borghese piace così tanto avere ragione! E una fetta così consistente della reietta classe lavoratrice ha scelto in modo così flagrante e spudorato di sbagliare.

C’è tutta una tradizione, in Gran Bretagna, di ridicolizzazione dei poveri, colpevoli di «tagliarsi le gambe da soli», di «votare contro i propri interessi». Ma il ceto medio e medio-alto neoliberale è stato non meno autolesionista, vivendo nelle sue prigioni dorate di Londra. Se vi sembra un’esagerazione, fate un salto a Notting Hill e date uno sguardo alle auto della vigilanza privata, pagate dai residenti del quartiere, che pattugliano le strade su e giù lentamente, davanti a tutte quelle dimore da 20 milioni di sterline, magari nel timore degli abitanti degli edifici popolari ancora abbarbicati lì, dall’alto lato di Portobello Road. Oppure passate al Savoy e date un’occhiata alla lista dei cockail vintage, dove il drink più economico viene offerto a 100 sterline (il più caro è qualcosa chiamato Sazerac — che afferma di essere il più costoso cocktail al mondo — e viene 5 mila).  

Tempi strani.

Naturalmente quella lista dei cocktail è solo un altro stupido simbolo, ma lo è del suo tempo e luogo. A Londra si assiste da tempo a una folle ostentazione del denaro, e noi che siamo qui a guardare fatichiamo a cogliere, in certi simboli, la minima traccia di una vita piacevole, armoniosa o addirittura felice (una persona felice ha bisogno di farsi vedere mentre ordina un cocktail da 5 mila sterline?), anche se chi è così ricco può almeno agevolmente illudersi di essere felice, ricorrendo a quella che i marxisti di una volta definivano «falsa coscienza». Quello stereotipo antiquato non è più adatto a descrivere i britannici che vedono negati i loro diritti economici e sociali: sono persone che faticano ad andare avanti, profondamente infelici, e lo sanno bene.  

Destra e sinistra

Davvero credo che, lasciando da parte quelli di destra ideologicamente convinti, come pure gli idealisti di sinistra che si oppongono alla Ue definendola uno strumento del capitalismo globale, la maggioranza dei cittadini che hanno votato «Leave» sia stata spinta dalla rabbia, dalla frustrazione e dalla delusione, aiutata in questo da anni di calcolata manipolazione da parte della stampa e dei politici di certi bassi sentimenti e istinti di base. Per quanto sia doloroso scrivere queste cose, se Google ha registrato nelle ore successive al voto un alto numero di cittadini britannici intenti a chiedere al motore di ricerca «Cos’è la Ue?», è assai difficile negare che il 23 giugno scorso una percentuale significativa della nostra popolazione abbia vergognosamente trascurato quello che è un suo dovere democratico.

La gente merita di essere ascoltata, a prescindere da come vota, ma l’ignoranza alle urne elettorali non è un successo da festeggiare o da difendere in mala fede. E, al di là dell’ignoranza, è semplicemente sbagliato prendere un’iniziativa seria senza aver seriamente considerato le sue conseguenze per gli altri cittadini, e in questo caso per intere nazioni sovrane a Nord e a Ovest del proprio territorio, per non parlare del resto d’Europa. Detto questo, non trovo che le persone che hanno votato «Leave» siano in alcun modo eccezionali nell’avere bassi motivi.

«Noi» e «loro»

Mentre condanniamo a gran voce — e giustamente — gli scellerati atteggiamenti razziali che hanno portato milioni di persone a chiedere di tutelare «noi» e mandar via «loro», per liberare posti di lavoro, case popolari, ospedali, scuole, insomma l’intero Paese, dovremmo anche ripercorrere gli ultimi trent’anni di storia e chiederci che tipo di atteggiamento possa aver consentito a un’altra categoria di persone di manovrare in sordina, da dietro le quinte, per far sì che «noi» e «loro» non potessimo mai incontrarci, se non in maniera simbolica.

La Londra benestante, sia conservatrice che laburista, è sempre stata capace di scegliere come impostare le sue relazioni multiculturali e interclassiste, dando lezioni al resto del Paese, tacciato di chiusura mentale, e al tempo stesso barricandosi dietro i suoi discreti vantaggi. Ci capita molto spesso di camminare accanto a «loro» per strada, di salire sui loro taxi e di mangiare il cibo che preparano nei loro ristoranti etnici, ma la verità è che il più delle volte non frequentano le nostre scuole, non fanno parte dei nostri circoli sociali, e molto raramente entrano nelle nostre case — a meno che non vengano per lavorare nelle nostre cucine sempre nuove di zecca.

È nel resto della Gran Bretagna che la gente vive effettivamente gomito a gomito con gli immigrati di recente ingresso, e sperimenta sulla propria pelle la concorrenza economica dei nuovi arrivati. Sono loro a dover lottare per le risorse sotto un governo di austerità che rende fin troppo facile dare la colpa della mancanza di posti letto in ospedale alla famiglia di immigrati della porta accanto, o a una subdola burocrazia al di là del Canale che — gli stupidi demagoghi alla tv non si stancano mai di ripeterlo — prosciuga i fondi del servizio sanitario nazionale. In questo clima di ipocrisia e palese inganno, i poveri della classe lavoratrice avrebbero dovuto dimostrare di essere «persone sagge», quando intorno a loro dilagano opportunismo e corruzione? Quando tutti erigono steccati, starsene esposti ai quattro venti non è da sciocchi?

In questo momento la macchina dell’informazione corre così veloce che rischia di perdere qualche pezzo, e si fa un gran parlare di un secondo referendum, che naturalmente non farebbe che confermare i sospetti striscianti di molti di quei cittadini discriminati, per cui siamo solo noi, i «Remainer» benestanti e benpensanti, a prendere le vere decisioni che contano. No: questo ci è toccato in sorte, e dobbiamo farcene una ragione. Ma affermare che ognuno ha fatto la sua parte non significa dimenticare chi ha svolto il ruolo centrale di direttore di questo vergognoso concerto d’addio.

Cameron e Johnson sono già caduti e/o sono stati fatti fuori, e Gove li ha seguiti, ma un personaggio fatalmente inutile come Jeremy Corbyn — nonostante le decine di coltellate alle spalle — si rifiuta di cedere. Se è vero che non solo si è dimostrato un incapace nella campagna per il «Remain», ma si è anche impegnato in un «deliberato sabotaggio» della stessa, come ha sostenuto Phil Wilson, deputato e coordinatore del gruppo parlamentare «Labour in for Britain», allora Corbyn ha tradito in pieno il voto dei giovani che solo poco tempo prima lo avevano portato al potere. Deve andarsene.

Quando una scuola inglese viene sottoposta a «misure speciali», le mamme ottimiste della borghesia — categoria nella quale mi inserisco anch’io — sussurrano prendendo il caffè del mattino: «Bene, le misure speciali sono una gran bella cosa, perché adesso dovranno fare qualcosa».

La Gran Bretagna oggi è sottoposta a misure speciali — la crisi che serpeggia da sempre è stata messa allo scoperto — e invece di stendere un altro velo sul caos potremmo tentare di ripartire da qui. Il primo punto all’ordine del giorno dovrebbe essere la sostituzione del «capo» — come in ogni scuola disastrata — per poi prepararsi con quel che rimane della sinistra per una nuova battaglia. I diritti e le tutele garantiti dall’Europa al popolo britannico, anche se in modo imperfetto, non devono ora essere sostituiti dall’insensata visione alla Farage della sovranità britannica, in cui un San Giorgio mutilato, con gli arti mozzati, sguaina la spada e si avvia claudicante alla battaglia contro il drago-Ue per rinegoziare, da una posizione molto più debole, tutte le condizioni costate decenni di trattative.  

Le scarpe di Nigel

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo, Farage era stato avvistato con un sorriso trionfante e un paio di scarpe con il disegno dell’Union Jack a una festa privata, assieme a Rupert Murdoch, Alexander Lebedev (proprietario dell’ Evening Standard e dell’ Independent ) e Liam Fox (allora in corsa per la leadership del partito conservatore), intento a discutere di questioni di rilevanza pubblica a porte chiuse. Quando ho finito di scriverlo, Farage aveva rassegnato le dimissioni, dichiarando: «Voglio indietro la mia vita».

In Gran Bretagna i Nigel vanno e vengono, ma i Rupert sono per sempre. La mia vita e quella dei miei connazionali britannici sono state sempre condizionate, almeno in parte, da una classe di miliardari non eletti e in servizio permanente che possiedono giornali e gran parte delle emittenti tv, attraverso i quali figure assurde come Farage vengono pompate facilmente, spostando gli equilibri elettorali e influenzando le politiche.

Un’altra utilissima lezione: il patto postbellico tra governo e popolo britannico non è blindato, e può essere disfatto con un’iniziativa collettiva o calpestato da una manciata di personaggi in mala fede. Di conseguenza, i princìpi della civiltà liberale su cui sono stati fondati il sistema sanitario universale, l’istruzione statale e l’edilizia pubblica a partire dalle macerie della guerra richiedono oggi un partito disposto a riformulare quegli stessi princìpi nella nuova era del capitalismo globale; resta però da vedere se tale partito porterà ancora il nome «Laburista».

Gli immigrati di recente arrivo hanno scelto questo Paese proprio in virtù del suo patrimonio — l’edilizia, l’istruzione, la sanità —, e non c’è dubbio che alcuni di loro siano venuti con l’unico scopo di sfruttarlo. La maggior parte, però, è venuta per partecipare: iscrive i figli nelle nostre scuole pubbliche, paga le tasse al Fisco britannico, cerca di trovare una sua strada. Non è certo un reato, né un peccato, cercare una vita migliore altrove, o fuggire da Paesi dilaniati da guerre e conflitti — in molti dei quali c’è anche il nostro zampino. Il dubbio, ora, è se noi britannici sappiamo ancora cosa significhi una vita migliore, quali siano le condizioni necessarie e come realizzarle.  

Una cena a Parigi

Qualche giorno dopo il voto sono andata in Francia per tenere una serie di lezioni ai miei studenti della New York University, a Parigi per un programma estivo; un’esperienza che presto non sarà più così facile ripetere, temo. Appena scesa dal treno, sono andata a cena in un ristorante con uno dei miei colleghi, lo scrittore di origini bosniache Aleksandar Hemon, ho ordinato da bere e ho sentenziato in tono melodrammatico che la Brexit era «un totale disastro».

Gli scrittori sono facili al melodramma. Hemon ha sospirato e con un sorriso triste ha detto: «No: solo “un disastro”. La guerra è il disastro totale». Aver vissuto la sanguinosa implosione dello Stato jugoslavo dà a un uomo il senso delle proporzioni. Una guerra europea su quella scala è qualcosa che la Gran Bretagna ha evitato di sperimentare intimamente ormai per più di mezzo secolo, e per difendersi dalla quale è stata costituita la Ue (tra le altre cose). Sta a noi adesso decidere se proseguire o meno lungo la via del «disastro».
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