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martedì 5 luglio 2016

I profitti armati lungo le frontiere dell'Europa

«È il paradosso rivelato dal report "Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa" promosso dalla ong “Stop Wapenhandel”Mercati banditi. Il mercato della sicurezza dei confini Ue vale 15 miliardi di euro all'anno». Altraeconomia, 4 luglio 2016 (c.m.c)


Le frontiere europee hanno bloccato i migranti ma non i profitti delle principali aziende di armamenti. Anzi, la crescente militarizzazione dei confini dell’Unione europea - un mercato stimato in 15 miliardi di euro nel 2015 e che nel 2020 toccherà quota 29 miliardi di euro- ha alimentato i ricavi di quelle imprese già coinvolte nella vendita di sistemi militari al Medio Oriente.

A rivelare il paradosso è il report “Border Wars: The Arms Dealers profiting from Europe’s Refugee Tragedy” (Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa) promosso dalla Ong olandese “Stop Wapenhandel”, pubblicato dal Transnational Institute (Tni) e rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo.

Nelle 60 pagine del report, l’autore Mark Akkerman, membro di Stop Wapenhandel, va oltre la retorica degli annunciati di programmi di «contrasto all’immigrazione clandestina» e misura, nome per nome, affare per affare, gli interessi dei colossi della sicurezza dei confini dell’Ue.

Tra questi spiccano come detto aziende che producono sistemi militari del calibro di Airbus -64 miliardi di euro di ricavi nel 2015-, Leonardo-Finmeccanica (13 miliardi di euro il fatturato dello scorso anno), Thales, francese, 14,1 miliardi di euro a bilancio 2015, Safran e del gigante del settore tecnologico Indra. «Tre di queste imprese (Airbus, Finmeccanica e Thales) -evidenzia il rapporto- sono anche tra le prime quattro aziende europee esportatrici di sistemi militari: tutte sono attive nel vendere i propri sistemi ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, alimentando i conflitti che sono all’origine della fuga di intere popolazioni in cerca di rifugio. Tra il 2005 e il 2014, gli Stati membri dell’UE hanno autorizzato a queste ed altre aziende oltre 82 miliardi di euro di licenze per esportazioni verso Medio Oriente e Nord Africa».

Il sostegno economico alla Fortezza Europa non conosce austerità. Tra il 2004 e il 2020, infatti, l’Unione europea ha stanziato circa 4,5 miliardi di euro a favore di misure di sicurezza dei confini degli Stati membri. E l’agenzia di controllo delle frontiere Frontex, nata nel 2005, ha visto crescere il proprio bilancio del 3.688% al 2016, portato da 6,3 milioni a 238,7 milioni di euro. Inoltre, all’industria degli armamenti e della sicurezza sono state destinati gran parte dei finanziamenti di 316 milioni di euro messi a disposizione dall’Ue per la ricerca in materia di sicurezza.

In materia di finanziamenti per la ricerca, peraltro, le aziende non europee ritenute meritevoli di riceverli sono tutte israeliane, in forza di un accordo del 1996 tra l’Unione europea e Israele. «Queste aziende hanno svolto un ruolo nel fortificare i confini di Bulgaria e Ungheria, promuovendo il know-how sviluppato con l’esperienza del muro di separazione in Cisgiordania e del confine di Gaza con l'Egitto -spiega l’autore del rapporto-. L’azienda israeliana BTec Electronic Security Systems è stata selezionata da Frontex a partecipare al laboratorio svolto nell’aprile 2014 su ‘Sensori e piattaforme di sorveglianza delle frontiere’: l’azienda vantava nella sua domanda di applicazione via mail che le sue ‘tecnologie, soluzioni e prodotti sono installati sul confine israelo-palestinese’».

E intorno alle “frontiere di guerra” si sarebbe condotta anche una costante operazione di lobby. «L’industria degli armamenti e della sicurezza ha contribuito a definire la politica europea di sicurezza delle frontiere con attività di lobby e per mezzo delle abituali interazioni con le istituzioni europee per le frontiere e anche delineando le politica per la ricerca -si legge nel report-. L’Organizzazione europea per la Sicurezza (EOS), che comprende Thales, Finmecannica e Airbus, ha fatto pressioni per una maggiore sicurezza delle frontiere. Inoltre, molte delle sue proposte, come ad esempio la spinta ad istituire un’agenzia europea per la sicurezza delle frontiere, sono diventate politiche europee: è il caso, ad esempio, della trasformazione di Frontex in ‘Guardia costiera e di frontiera europea’ (European Border and Coast Guard - EBCG). Infine le giornate biennali di Frontex/EBCG e la loro partecipazione a tavole rotonde sul tema della sicurezza e ai saloni fieristici dedicate ai sistemi militari e alla sicurezza garantiscono una comunicazione regolare e una naturale affinità per la cooperazione».

«Purtroppo non è stupefacente vedere anche Finmeccanica-Leonardo tra i principali destinatari di questa enorme massa di fondi -riflette Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo– grazie ai quali l'azienda controllata dallo Stato italiano può accrescere il proprio fatturato. Mentre, al contrario, sarebbero necessari investimenti di tutt'altra natura per ottenere soluzioni vere alle dinamiche migratorie attuali. Fin da subito la nostra Rete ha commentato negativamente la crescita dei fondi per una risposta meramente muscolare e di controllo (comunque impossibile) delle frontiere. Una scelta che è ancora più miope ed insensata se si va a considerare l'enorme numero di profughi che stanno scappando dalle guerre alimentate dalle armi
prodotte e vendute da queste stesse industire militari».
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