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giovedì 14 luglio 2016

I migranti e i confini della paura

«La mostra “ Europa” del Festival internazionale “ Cortona on the Move 2016” che si apre oggi, raccoglie il meglio dell’archivio dell’agenzia Magnum su migranti e accoglienza ». La Repubblica, 14 luglio 2016 (c.m.c.)



Quale confine stanno varcando i contadini tedeschi di Wesel fotografati il 24 marzo del 1945 da Robert Capa mentre fuggono dalle loro case incendiate?

Forse lo stesso confine della paura, della disperazione, del senso di catastrofe dei migranti di oggi. Sono quelle dell’anima le frontiere più paurose. I confini politici sono invisibili. Sono linee tracciate a inchiostro sulle mappe militari dai geografi del potere. Anche una cresta, un fiume, i presunti confini “naturali”, quando ci sei davanti sono solo capricci della crosta terrestre.

I confini diventano visibili, e fotografabili, solo quando il potere li rende invalicabili costruendo muri, barriere, reticolati. Non c’è nulla di sbagliato nel concetto di confine. Il pianeta Terra ha un confine, la sua atmosfera. I confini, come i limiti umani, sono fatti per lo sconfinamento, sfidarli è l’«inesplicabile e pur prepotente bisogno psicologico» di cui scrisse Ryszard Kapuscinski. Il problema non è quel che i confini “sono”, ma quel che “fanno”. Se dividono oppure uniscono. Se includono oppure escludono. Il con- fine di per sé è solo la membrana osmotica di una con- divisione del pianeta fra popoli. I muri li trasformano in una fine e basta.

Nel mondo che si pretende globalizzato i confini sembrano essere risorti nella loro drammatica geometria: una barriera fisica che un flusso perpendicolare di corpi umani cerca di perforare.

Anche la fotografia è geometria, e di foto di reticolati scavalcati quante ne abbiamo viste, in questi anni di migrazione epocale. Alcune di queste immagini, i fuggitivi più fortunati le rivedranno in un oggetto che porta il nome del loro sogno, Europa, che ora è una mostra ma verrà presto distribuito come libro in 10mila copie nei centri di accoglienza ai rifugiati in tutto il continente, curato da Cortona On The Move, coscienzioso festival di fotografia di viaggio; e quindi conterrà molte fotografie, messe a disposizione dall’archivio dell’agenzia Magnum, di cui è membro Thomas Dworzak, il fotografo tedesco che ha avuto l’idea.

Che frontiere d’Europa raccontano quelle foto, a chi le ha varcate a rischio della vita? Muri, fili spinati ci saranno, ma sono quelli i confini che i profughi ricorderanno? I muri con torrette d’avvistamento e checkpoint sono solo i confini più simbolici. I confini oggi avanzano nel mare, arretrano nei centri di identificazione, sono confini a rate e non finiscono mai. Superate queste frontiere mobili, ne trovi di nuove nel cuore delle città, salgono sull’autobus, si infilano nelle code delle Ausl, sono le frontiere della convivenza difficile, della paura dell’altro.

Fotografarle è quasi impossibile. Il sorriso dei ragazzi che toccano con la punta dei piedi la spiaggia di Lesbo è il sollievo commovente di chi è scampato a un pericolo, non di chi ha conquistato una patria. I confini oggi non separano più territori ma diritti. Sono filtri che discriminano l’autorizzato dal clandestino. Le vere dogane di oggi proteggono un bene più esclusivo ed escludente del sacro suolo patrio, un bene raro e molto più caninamente difeso che si chiama cittadinanza.

Le frontiere diventano visibili e fotografabili quando il potere costruisce muri. Superate le barriere fisiche, trovi però quelle della convivenza difficile, della diffidenza.